Educazione o istruzione di qualità? Cosa vuol dire davvero l’SDG 4 ce lo dice Chiara Burberi

Chiara Burberi, fondatrice di Redooc, ci spiega perché educazione e istruzione sono cose diverse. E perchè la DaD non sta funzionando

Tra le conseguenze della pandemia ci sono stati l’impatto sulla scuola, in Italia particolarmente sentito, e i passi indietro fatti in tutto il mondo rispetto all’obiettivo di sviluppo sostenibile dedicato alla ‘quality education’, l’SDG 4.

E’ molto importante essere consapevoli che proprio questo obiettivo di sviluppo sostenibile è tra quelli chiave per costruire un futuro: mentre tutti quelli legati all’ambiente e al cambiamento climatico sono fondamentali per averlo un futuro, l’SDG 4 è proprio un pilastro sul quale si sviluppano le competenze necessarie a immaginare, realizzare, gestire la società di domani, una società sostenibile, giusta e inclusiva.

Abbiamo chiesto a Chiara Burberi, fondatrice della piattaforma di didattica digitale Redooc, di aiutarci a capire meglio questo ‘goal’ dell’Agenda 2030, quanto siamo ancora lontani e come la didattica digitale può aiutare ad andare nella giusta direzione. E visto che è il problema del momento per tantissimi giovani e le loro famiglie è la DaD, che sta cominciando anche a gettare una luce negativa sulla didattica digitale, le abbiamo anche chiesto un parere su questo argomento.

Chiara ci aiuti a capire cosa significa ‘quality education’ cui è dedicato il quarto obiettivo dell’Agenda 2030?


“Il Goal 4 dell’Agenda 2030 dell’ONU “Quality Education” viene malamente tradotto in Italia come “Istruzione di qualità”. La traduzione corretta, il messaggio da passare, lo slogan su cui costruire il futuro sostenibile del nostro Paese, è invece proprio basato sul termine “educazione”. Educare, dal latino educere, “tirar fuori”, può essere parafrasato in “tirar fuori il meglio: scoprire e valorizzare i talenti nascosti che tutti i ragazzi e le ragazze hanno e che li rendono unici e meravigliosi, capaci di affrontare il futuro”. Questo è il significato concreto del Goal 4, “educazione di qualità”, che dovrebbe essere il vero obiettivo della scuola. Il Goal 4, infatti, recita: “Assicurare un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti.”. Una serie di parole chiave troppo spesso obiettivi disattesi dalla realtà della scuola italiana.

Quindi, secondo te è un obiettivo che ci riguarda da vicino?

“L’Italia ha un posizionamento ben sotto la media dei 28 Paesi analizzati: fa meglio solo di Cipro, Croazia, Grecia, Bulgaria e Romania. E la disparità tra regioni è notevole, per esempio in termini di abbandono scolastico, con dati allarmanti, sopra il 20% (1 studente su 5!), di cui nessuno parla. In Italia manca una visione sul futuro del Paese, quindi manca una strategia dell’educazione. Ormai da decenni si susseguono interventi tattici, spesso mal gestiti.
E’ necessario costruire una strategia dell’educazione, con gli studenti al centro: sono loro i clienti di questo servizio essenziale per il Paese”.

Quanto contribuisce il digitale al raggiungimento di questo obiettivo di sviluppo sostenibile?

“La nostra generazione di genitori e docenti è ospite in questo secolo. Siamo nel 2021: i ragazzi e le ragazze in età scolare, tra i 6 e i 19 anni (poco più di 7 milioni) sono tutti nati nel nuovo secolo, anzi millennio, e hanno capacità e talenti che spesso non riusciamo a cogliere, impegnati come siamo a leggere i loro comportamenti con le “lenti” del secolo passato.
Siamo pronti a fare la spesa online o a scegliere un ristorante in base alle recensioni di utenti sconosciuti, ma ci opponiamo fieramente all’innovazione della didattica. Un processo ormai attivato e irreversibile, in tutto il mondo. Questo non vuol dire bruciare i libri o negare il valore dei docenti, bensì significa approfittare del valore dato dall’integrazione tra saperi e strumenti, oggi a disposizione come mai prima, ed elevare il ruolo del docente da “ripetitore di nozioni” a coach.
Il digitale fa parte delle vite dei nostri figli fin dai primi giochi sul passeggino, è il loro quotidiano e il loro futuro. Il nostro ritardo, la nostra incapacità intellettuale nell’accettare questa realtà mette a rischio il futuro dei nostri figli e di conseguenza il nostro.
Nessuno pretende che il coach di Federer sia più bravo di Federer, ma solo che sia capace di metterlo in condizione di prepararsi a giocare al meglio le partite, mettendo in campo tutti i propri talenti.
Così deve essere per i docenti. Nessuno pretende che conoscano tutta la tecnologia digitale o argomenti al di fuori del programma scolastico, ma dovrebbero supportare i nostri figli nel loro percorso di apprendimento e di sperimentazione, utile per affrontare il futuro”.

Con lo scoppio della pandemia, la scuola ha improvvisamente accelerato la digitalizzazione, tuttavia la Dad così come viene realizzata non sembra effettivamente rispondere alle esigenze della didattica, cosa manca secondo te?

“La didattica a distanza è stata oggetto di una campagna di stampa negativa che finora aveva subito solo l’Invalsi. Inoltre, la didattica a distanza è stata interpretata come sinonimo di didattica digitale. Il Ministero ancora una volta non ha saputo gestire la situazione: non c’è guida senza controllo. Purtroppo moltissimi docenti hanno spostato il loro approccio alla didattica tradizionale dall’aula al salotto di casa. Pochi hanno colto l’opportunità di sperimentare modalità nuove di coinvolgimento degli studenti, che li rendessero non passivi spettatori, ma protagonisti.
Ci sono circa 850.000 docenti in Italia. Sono i singoli docenti e dirigenti scolastici che fanno la differenza nella scuola. Ci vuole passione e disponibilità al cambiamento.
Pochi sono disposti a “mettersi nei panni degli studenti” e a “chiedere agli studenti”. Quali sono le preferenze, le passioni, le emozioni, i desideri dei ragazzi/e? Sono diversi da noi, come noi dai nostri genitori, forse anche di più. Ripeto spesso che la nostra generazione (di genitori e insegnanti) è la prima che non può dirsi più saggia o più intelligente della generazione successiva”.

Una piattaforma come Redooc in che maniera può aiutare la scuola italiana, più in generale quali sono i vostri progetti?

redooc.com, è una piattaforma di didattica digitale, basata sui principi di gamification (si, proprio così, con livelli di gioco, classifiche, avatar, diplomi…) che offre tutto il programma curriculare delle materie di base (matematica, italiano, inglese, fisica, scienze, educazione finanziaria, giochi di logica, laboratori e tanto altro) dall’Infanzia alla Maturità. Migliaia di video lezioni, più di 85.000 esercizi interattivi spiegati, mappe e materiale cartaceo da scaricare, contenuti specifici per studenti con DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Un enorme serbatoio di materiale didattico per i docenti e gli studenti, in continuo ampliamento, “per tutti gli stili di apprendimento e insegnamento”.

“Il settore dell’education in cui redooc.com lavora è un settore difficile, chiuso, lento al cambiamento; è così in quasi tutti i Paesi. L’Italia non fa eccezione, complice l’arretratezza digitale delle infrastrutture e la diffusa povertà culturale. Il vero cliente, lo studente, non è mai stato al centro dell’attenzione, se non per la valutazione, considerata spesso un giudizio inappellabile sulla persona. La matematica è stata relegata fin dalla riforma del secolo scorso a materia per tecnici o per pochi, convincendo gli italiani che o si nasce con un talento matematico evidente o è meglio arrendersi, negando all’Italia di esprimere un potenziale enorme. L’italiano sta perdendo l’uso di congiuntivi, subordinate e punteggiatura. La conoscenza della lingua inglese è solo teorica”.

Ecco, di fronte a questo redooc.com vuole contribuire a cambiare il concetto stesso di educazione, convincendo gli italiani che “nessuno nasce negato” e che “siamo tutti bisogni educativi speciali”, a partire dalle competenze di base.

Che consiglio daresti al prossimo Governo per quanto riguarda la Dad?

“Sul tema specifico della DAD (Didattica a distanza) consiglio di spezzare il binomio “didattica digitale – didattica a distanza” e di far emergere il binomio “didattica digitale – didattica innovativa”.
In generale, niente cambierà se non si parte da una strategia dell’educazione, che tenga conto che non è sufficiente “formare” i docenti, bisogna ridisegnare completamente tutti i processi di gestione (recruiting, valutazione, carriere, remunerazione, …) in coerenza con una visione chiara di scuola. E’ necessario ridisegnare il curriculum, collegandolo alla realtà, alle esigenze della società civile e del mondo del lavoro.
Serve una campagna di comunicazione importante, che promuova i valori positivi dell’educazione, delle competenze di base, della responsabilità individuale, …
Magari questa potrebbe essere anche l’occasione buona per il Ministero di cambiare nome: invece di ”istruzione”, potrebbe finalmente utilizzare il termine “educazione”.

L’emergenza della Scuola in Italia è e resterà strutturale finchè non ci sarà la volontà di definire una “strategia dell’educazione”, in ottica di Sostenibilità, secondo le logiche dell’Agenda 2030 dell’ONU”.

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