Italia e Africa unite da un filo di cotone colorato

KeChic conferma la validità di un modello capace di valorizzare il lavoro artigianale, promuovere l’inclusione, rendendo il settore tessile più sostenibile

Le sartorie sociali stanno diventando una presenza sempre più significativa nel panorama italiano, sia per offrire opportunità concrete a persone fragili, sia per il loro impegno nel promuovere una circolarità virtuosa. L’esperienza di KeChic si caratterizza per unire l’arte sartoriale con l’impegno sociale e ambientale, in un connubio davvero riuscito fra Italia e Africa.
Dall’idea nata quasi per caso da un incontro durante un festival culturale a Milano, oggi l’atelier-laboratorio punta a crescere attraverso una nuova campagna di crowdfunding lanciata su Produzioni dal Basso. L’obiettivo è quello di introdurre un progetto di upcycling che darà nuova vita ai prodotti usati, attraverso una linea chiamata ReChic. I piani di espansione per il 2024 includono la ricerca di nuovi spazi per un magazzino in cui conservare gli indumenti riciclati e l’assunzione di un nuovo sarto.

KeChic collega idealmente Dakar a Milano, dove Valeria Zanoni, esperta di comunicazione e organizzazione eventi, ha incontrato il senegalese Cheikh Diattara: lui era arrivato in Italia nel 2013, in tournee con la compagnia Handyritmo, costituita di musicisti e ballerini africani in sedia a rotelle. Il talento di Cheikh non è solo limitato alla musica ma anche alla pallacanestro: dopo aver militato nella nazionale paralimpica senegalese, ha deciso di rimanere nel nostro paese giocando prima nella squadra di Cantù e poi nel Seregno.
Ammalatosi di poliomielite da piccolo, Cheikh ha vissuto nel Centre Handicapés di Dakar, dove ha anche imparato il mestiere di sarto: questo era rimasto il suo sogno, che ha tirato fuori dal cassetto incontrando Valeria. Il progetto inizia a delinearsi nel 2019, quando il Politecnico di Milano inserisce KeChic in un percorso di formazione per imprenditori stranieri. Crede in loro anche Alessandro D’Ambra, direttore della Scuola di Sartoria Teatro della moda, che Cheikh frequenta: nonostante la quasi perfetta coincidenza con la pandemia, l’azienda viene fondata proprio a inizio 2020, quando i due decidono che KeChic può essere più di un hobby e diventare un lavoro.

Realizzare capi unici, valorizzare le diversità

“La nostra produzione utilizza prevalentemente il wax”, ci spiega Valeria, ”un cotone dai colori brillanti molto diffuso in Senegal e anche in tutta l’Africa occidentale”: già da questa scelta emerge l’attenzione agli aspetti di sostenibilità nel tessile, evitando quindi di mescolare tessuti e fibre che non si possono poi riciclare.
L’approccio artigianale è evidente in tutti i capi: ogni pezzo è realizzato a mano con grande attenzione ai dettagli, in modo da far risaltare la materia prima di origine africana con le linee contemporanee europee. Ai due fondatori si è aggiunto l’anno scorso Keita, un sarto rifugiato politico del Mali, e collaborano alcuni tirocinanti, oltre a una grafica israeliana. Un miscuglio di culture e differenze che sono una vera ricchezza, come chiarisce Valeria: “credo che i sarti africani abbiano un talento innato, con una manualità e un senso pratico davvero invidiabile”.

fotografia di Valeria con i sarti di KeChic
Valeria con i sarti di KeChic

Fin da subito KeChic è andata oltre l’idea di sartoria tradizionale, caratterizzandosi per la sua missione sociale: nata come progetto culturale, l’azienda si è evoluta in un’impresa sartoriale che promuove e valorizza la diversità etnica, sostenendo attivamente proprio il Centre Handicapés. Alcuni dei compagni di Cheikh sono collaboratori a distanza, scelgono le stoffe migliori che spediscono in Italia, oltre a realizzare alcuni accessori.

Riutilizzare e trasformare per dare nuovo valore

Quello che rende unici gli abiti di KeChic è la storia che raccontano: che parla di diversità, inclusione e bellezza. La ricchezza dei colori si esprime con la creatività e la fantasia dei sarti che, insieme ai clienti, decidono come rinnovare un capo che loro portano in sartoria. Nel tempo è cresciuto moltissimo il numero di tali vestiti per cui l’atelier necessita di spazi più ampi. Molti abiti in disuso, che appaiono obsoleti o fuori moda, vengono “contaminati” come ci dicono Valeria e Cheikh, diventando di conseguenza unici e moderni.

fotografia dell'interno del negozio KeChic

Pur ponendo l’accento sulla sostenibilità sociale, KeChic è stata fin dall’inizio attenta a quella ambientale. “Il nostro è un lavoro fatto su misura, per cui gli scarti sono molto limitati”, continua Valeria: “oggi vogliamo proprio sottolineare che attraverso il riutilizzo di un vecchio capo di abbigliamento si può ottenere un nuovo risultato”.
Per questa ragione l’attuale campagna di crowdfunding pone l’accento sull’upcycling, sulla circolarità e sulla nuova prospettiva che un qualsiasi abito può ottenere. Inoltre, poiché ogni capo prodotto è un’opportunità per incontrare persone, che possono provenire da luoghi e con storie differenti, i due fondatori hanno scelto di creare un legame con coloro che sosterranno l’iniziativa: a seconda della quota dell’offerta si potrà ricevere una maglietta con il logo di KeChic oppure con la riproduzione di una delle maschere del Congo, che simboleggiano la saggezza, l’energia e il mistero.

“Siccome per noi è molto forte il senso di appartenenza”, conclude Valeria, “vogliamo lasciare un segno tangibile di ringraziamento a quanti ci sosterranno, che entreranno ufficialmente a far parte della nostra squadra”.
Lo strumento del crowdfunding si è spesso rivelato molto efficace per aiutare lo sviluppo di piccole realtà, come è recentemente successo per Molce Atelier, che ha avuto la possibilità di assumere Yasmin come seconda sarta. Con il suo approccio unico alla moda e all’impegno sociale, KeChic dimostra che la vera bellezza risiede nella diversità e nell’incontro tra culture che, con un capo alla volta, possono sviluppare un dialogo proficuo e costruttivo.

KeChic

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