Outdoor Education, cosa significa e perché oggi è così importante

Le 'scuole all'aperto' sono nate alla fine del XIX secolo in tutta Europa per problemi sanitari. E' tempo di rispolverare l'outdoor education

“Dimmelo e lo dimenticherò, insegnamelo e forse lo ricorderò. Coinvolgimi e lo imparerò “

Benjamin Franklin

In questa circostanza così inedita e inaspettata come quella con la quale conviviamo ormai da circa un anno, ormai, si profila, per ogni insegnante appassionato del proprio lavoro, un interrogativo ben preciso: quale messaggio voglio mandare, adesso, a bambini, giovani, studenti? E attraverso quale modalità posso sostenere in loro la motivazione ad apprendere?

La chiusura di scuole, biblioteche, giardini e di ogni spazio di aggregazione e socializzazione, non deve (o, perlomeno, non dovrebbe) precludere la possibilità di “fare scuola” anche quando “non si va a scuola”. In un periodo così faticoso per tutti, nel quale le necessarie restrizioni “subite” hanno creato e creeranno, anche in futuro purtroppo, stress e disagio, si tratta di riuscire a dar vita ad un modello di scuola, capace di soddisfare e supportare i bisogni e le curiosità formative delle giovani e dei giovani, mantenendo alta la loro naturale predisposizione ad apprendere e fornendo continui spunti che si collochino all’interno di quel processo di longlife learning.
Per provare, quindi, a ragionare di education, (in particolare di quality education, di cui all’l’obiettivo 4 dell’Agenda 2030) in un contesto pandemico e post-pandemico, potremmo fare riferimento a concetti che del tutto nuovi non sono, ma mai come ora possono essere preziosi: parliamo di educazione diffusa, ossia una metodologia di apprendimento basata sull’imparare dentro la società e nel suo complesso reticolo di opportunità, vivo, affettivamente denso e ricco, e possibilmente spontaneo. I luoghi fanno pensare e apprendere in modo differente, partendo dal movimento della esplorazione e dalla ricerca che genera conoscenza e abilità, senza limitarsi alla fissità dell’edifico scolastico. Si tratta, in sintesi, di privilegiare – ovviamente, quando e dove possibile – ambiti multiformi, eterogenei, ma soprattutto vivi e vivaci: creare i cosiddetti TERRITORI EDUCATIVI, ovvero i luoghi e le genti di quei luoghi che suggeriscono, evocano, fanno pensare, agire, apprendere e forniscono quegli shock positivi, che inducono l’imparare sublimemente e inducono davvero una “conoscenza che, separando dalla quotidianità, ci trasforma in altri, più liberi, più attivi nel mondo” (Didier Moreau, filosofo- Revue Thélémaque, ott. 2020).

Il grande pedagogista, insegnante e scrittore italiano MARIO LODI (1922-2014) diceva: “c’è una terribile somiglianza tra le celle di una vecchia prigione e le aule delle scuole: c’è la stessa ossessiva fissità delle strutture percettive (colori, forme, superfici), la stessa monotonia psicologica” (Lodi, 1970, p. 15). Da qui nasce, appunto, la didattica “outdoor” o “scuola all’aperto” o “Outdoor Education”, ossia la nuova tendenza della “didattica on the road”, che sta conquistando sempre più consensi in Italia e, soprattutto, all’estero: uscire dai banchi e dalle aule per imparare a… sporcarsi le mani! Boschi, giardini, parchi pubblici, cortili, spazi aperti nelle città e nei paesi: luoghi del divertimento, sì, ma anche dell’apprendimento, in particolare (ma, assolutamente, non solo) per i bambini e le bambine delle scuole primarie e delle secondarie di 1° grado. Un metodo didattico piuttosto nuovo, nel nostro Paese che, però, negli ultimi anni, ha raccolto crescenti adesioni, da nord e sud, e – cosa forse più sorprendente di tutte – è che sembra e che mette d’accordo proprio tutti. Anche uno studio di un team di ricercatori statunitensi, dimostrando che studiare all’aria aperta migliora effettivamente il rendimento scolastico degli studenti e delle studentesse, ha confermato la bontà del “metodo en plein air”.

Momento di outdoor education a Osaka, Giappone – Photo by note thanun on Unsplash

Perché l’outdoor education ?

Premettendo che non esiste uno specifico termine corrispondente, nel linguaggio pedagogico italiano, in grado di tradurre l’espressione “Outdoor Education”, verrebbe forse più semplicemente da chiedersi – invertendo i termini della questione – “why indoor? Perché dentro? Perché facciamo scuola prevalentemente (o, quasi esclusivamente) all’interno, quando invece potremmo farla in ambiente esterno, rendendo l’insegnamento più vivace ed efficace? Sono domande che si chiedeva già anche Edward Tory Higgins, professore di psicologia alla Stanley Schachter e professore di economia e direttore del Motivation Science Center della Columbia University.
Il focus di questo modo di fare scuola, non è tanto il semplice “uscire”, ma il riflettere sulle esperienze svolte in esterno, il che comporta una connessione continua delle varie fasi, fatte di uscite e rientri, teoria e pratica, previsione e progettazione delle esperienze, momenti di monitoraggio, valutazione critica e documentazione, stimolo esperienziale, e altro ancora. La ”Outdoor Education” offre un pensiero pedagogicamente fondato rispetto al valore educativo del rapporto globale tra uomo e ambiente naturale in relazione ai diversi contesti, situazioni, età dei soggetti.

https://www.researchgate.net/figure/Outdoor-Education-Tree-Source-Priest-1986_fig1_309426239/download

Che cos’è l’Outdoor Education (OE) o Scuola all’aperto?


In origine, queste scuole sorsero come una possibile risposta ai problemi sanitari che afflissero molti stati europei alla fine del XIX secolo come le “open air school” nel Regno Unito, les “école de plein air” in Francia e e le “Waldenschule” in Germania. Ma, il modo più semplice e diretto per definire l’OE è, molto probabilmente, la splendida metafora di un ALBERO CHE PORTA FRUTTI, ideata dal Dr. Simon Priest, professore presso l’Oregon University. L’Outdoor Education vista, appunto, come un albero con due rami, che crescono da un tronco comune: l’educazione all’avventura (AE) e l’educazione ambientale (EE), come strumenti che “usano” la natura per insegnare le relazioni. L’apprendimento AE è principalmente intrapersonale (capire se stessi) e/o intrapersonale (relazionarsi con gli altri). L’apprendimento dell’EE è per lo più ecosistemico (i componenti interagiscono in un’ecologia in rete) e/o ekistico (gli esseri umani hanno un impatto sulla qualità della natura e questo ha un impatto sulla qualità della loro vita). In tutti i casi, l’apprendimento è guidato dal motore dell’educazione esperienziale: una filosofia e un metodo di insegnamento che è alimentato dall’energia di un ambiente esterno. L’OE è saldamente radicata (attraverso sei sensi e tre domini) nei nutrienti di un curriculum interdisciplinare. Quando l’OE fiorisce e dà i suoi frutti, il risultato sono persone che conoscono se stesse e/o gli altri, comprendono la reciprocità nella natura, comprendono il loro ruolo di parentela con il pianeta e agiscono per fare la differenza.
L’orientamento pedagogico dell’OE non definisce, né prescrive quali attività o percorsi didattici debbano essere attuati o quali obiettivi si debbano raggiungere, perché tutto ciò attiene alla specificità del contesto educativo (scolastico o extrascolastico) e alle scelte di insegnanti e educatori.
Questa metodologia didattica pone, “semplicemente”, l’accento su un punto di vista, o meglio, su un orientamento pedagogico: valorizzare al massimo le opportunità dello star fuori (out-door) e del concepire l’ambiente esterno in sé come luogo di formazione.
Grazie ai suoi specifici 5 ambiti tematici a sostegno, l’Outdoor Education permette l’affermazione del ruolo dell’ambiente nella relazione educativa, l’attivismo e apprendimento naturale (soprattutto la centralità dell’apprendimento, rispetto all’insegnamento), la promozione del benessere e della salute psicofisica all’aria aperta, la dimensione della sostenibilità e la diffusione di una partecipata e concreta cultura green (compresa anche la anche cultura dello sport), che alimenta e sostiene una pedagogia dell’ambiente.

Che cosa NON è l’Outdoor Education

Non si tratta di un’ulteriore e separata educazione rispetto a quella tradizionale, ma di una modalità diversa di fare scuola, riconciliando i tempi dell’apprendimento con quelli dell’esperienza, assumendo l’ambiente esterno come normale-naturale ambiente di apprendimento in connessione e continuità con l’ambiente interno.
Non è, tanto meno, una moda e non è nemmeno legata all’attuale drammatica situazione da COVID-19, per quanto alla luce di quanto oggi avviene in ambito scolastico a causa della pandemia, dovrebbe essere preso in consederazione come l’altra gamba di una scuola contemporanea affianco alla didattica digitale.
Una categoria particolare di queste scuole all’aperto, è rappresentata dalle “SCUOLE NEL BOSCO” – di cui parleremo, in dettaglio, in un prossimo articolo dedicato – diffuse soprattutto nei Paesi Centro e Nord-Europei (in particolare, in Germania, Svezia e Regno) Unito e negli USA: ad oggi sono più di mille e, solo in Germania, se ne contano più di 700.

La sfida pedagogica e la sfida ecologica dell’ Outdoor Education

La caratteristica più sorprendente e significativa di questo sistema pedagogico, consiste nella capacità di andare ben oltre i limiti dell’educazione convenzionale, riconoscendo gli studenti come reali ed effettivi agenti di cambiamento, premiando e incoraggiando il loro contributo per un domani migliore: ad essi deve essere insegnato come pensare, non cosa pensare.

Attraverso l’applicazione della metodologia “Feel-Imagine-Do-Share” (tanto più efficace e adatta all’aperto, a contatto con la realtà), viene data ai “discenti” (gli alunni) l’opportunità di contribuire al cambiamento di comportamento e all’azione positiva per uno stile di vita sostenibile nella società: diventare “educatori” all’interno della loro rispettiva cerchia di amici e familiari, per riuscire a concretizzare l’’indispensabile passaggio dall’ego-sistema all’eco-sistema. Serve tempo, serve predisposizione al cambiamento, serve competenza professionale, serve mettere al centro il bambino, serve fiducia nel nuovo, serve voglia di mettersi in gioco, serve pazienza e serve, soprattutto, coraggio.

Foto di copertina: Annie Spratt

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