Riccardo Pozzoli, soldi e successo non sono abbastanza

The Blonde Salad è alle spalle, nel futuro c'è l’impatto sociale

Ci tre cose che mi hanno colpito di Riccardo Pozzoli: l’intraprendenza, la capacità di comunicare (on e offline), la sua elegante semplicità.

Semplicità che probabilmente ha a che fare con le sue origini.
“ Ho avuto una bellissima infanzia, fuori dal caos della città, nella provincia italiana – mi racconta – e mi fa sempre molto piacere ricordarlo, perché fa parte di quello che sono oggi. Fino ai 19 anni sono cresciuto prima nel magentino e poi nel varesotto, in pratica ho cominciato a vivere a Milano quando mi sono iscritto alla Bocconi. Ho fatto finanza al Clefin, poi mi sono reso conto che l’idea di fare il trader a Londra che avevano tutti miei compagni non era la tipologia di vita cui ambivo. A me interessava di più il mercato, il prodotto (persona o servizio) e l’idea di dare qualcosa al pubblico. Così mi sono iscritto a un Master sempre in Bocconi in marketing management, una scelta che si è rivelata di quelle che ti cambiano la vita, perché al secondo anno del corso mi hanno spedito a Chicago per lo stage in ambito digital marketing, che è stato la mia prima esperienza lavorativa e anche l’ispirazione per The Blond Salad (la società creata insieme a Chiara Ferragni, ndr.)”.

In realtà, The Blonde Salad non è esattamente la prima impresa di Pozzoli: a ventanni, insieme a un suo amico (che adesso è il suo socio nella società innovativa Foorban), provano a lanciare una startup digitale, una piattaforma per studenti in cui condividere appunti, materiali, ma anche organizzare feste, si chiamava YMGup – Young manager grow up. Idea centratissima, Linkedin e Facebook in Italia erano agli albori, ma non va bene. “Un primo esperimento imprenditoriale che non è andato, ma mi ha insegnato tantissimo, a partire dal come gestire sviluppatori web” dice Riccardo.

Ma è con The Blonde Salad, il blog che ha lanciato Chiara Ferragni nell’autunno 2009, che Riccardo entra a pieno titolo nel mondo imprenditoriale e in un settore professionale nuovo (marketing digitale), che lui si cuce un po’ addosso, valorizzando le proprie competenze, passioni, la propria visione. Dalla società insieme alla Ferragni, Riccardo Pozzoli fuoriesce nel 2018, ma nel frattempo e ancor di più dopo, realizza un sacco di cose: nel 2016 con altri due amici fonda Foorban, un servizio di delivery food salutare per il business a Milano; lavora per oltre un anno a alla creazione di un’agenzia di marketing digitale in Condé Nast (editore di Wired, Vogue, Vanity Fair, ecc); comincia a lavorare per il Gruppo Luxottica, dove coordina tutta la comunicazione digitale; è cofondatore di Delirus Holding, una società di investimento e consulenza per società innovative, oggi sempre più orientata a progetti a impatto sociale, come Treedom e Wami.
Non solo, ha scritto anche un paio di libri nel frattempo, Non è un lavoro per vecchi (2018) e Smetto quando voglio, ma anche no (2019) ’scoprendo che i libri sono il mio canale per comunicare, anche se io lavoro con i social media, scrivere libri è il canale di comunicazione che preferisco’.

Pozzoli e Unicef

Riccardo Pozzoli è anche uno dei fondatori di Unicef NextGen, nuovo programma di Unicef Italia.
“Quando sono stato coinvolto dalla mia amica Elisabetta della Croce, mi sono chiesto molte cose rispetto all’organizzazione, Unicef è una macchina enorme con un bilancio di quasi 7 miliardi di dollari. Ma poi ho visto la trasparenza: è documentato che il ’70% delle risorse arriva al suolo, ai progetti che sostiene, mentre il 30% serve per mantenere l’organizzazione e le pubbliche relazioni. Un’istituzione di questo livello non può fare a meno di una grande struttura, non può fare a meno di attirare a sé grandi talenti, professionisti, grandi manager, capitale umano insomma. E’ questo che le permette di trovare così tanti donatori e realizzare progetti straordinari, cambiando la vita di tanti bambini e giovani sfortunati. Con Unicef NextGen l’obiettivo è sempre quello di fare fundraising, ma raggiungendo e coinvolgendo persone più giovani, la mia generazione, i Millennials, con modalità più vicine a loro. Abbiamo creato un bellissimo team e mettiamo a disposizione competenze e network, è andata subito molto bene, abbiamo raccolto molto di più di quanto ci aspettavamo”.

unicef nextgen
I fondatori di Unicef NextGen

L’iniziativa ha finanziato la creazione degli Innovation Lab in Libano, dei centri di accoglienza e cultura per adolescenti e giovani libanesi, siriani, palestinesi, soprattutto dei campi profughi, che non hanno la possibilità di accedere alla scuola. “Abbiamo anche avuto il piacere di andare in Libano a visitarli ed è stata un’esperienza molto forte, di quelle che rimettono in prospettiva i tuoi problemi quotidiani. E’ stato un viaggio molto istruttivo, dove ho capito come per essere concretamente utili a volte bisogna perdere la ‘purezza’ e accettare compromessi”.

“Tra le storie più belle che mi sono rimaste impresse e che trovo più motivanti, quella di un ragazzo che grazie all’Innovation Lab ha imparato cose basiche come leggere, scrivere, la matematica, poi gli hanno insegnato a fare le crepes e gli è stato dato supporto per aprire ‘la creperia del suo villaggio’. Per lui è stato un cambiamento di vita enorme, riusciva mantenere tutta la famiglia.
E una delle cose più belle che mi ha detto è stata ‘tu non sai l’impatto che ha avuto la mia storia, i miei coetanei vogliono fare come me, io sono diventato l’ambasciatore di Unicef e della possibilità di cambiare vita, di coltivare un’ambizione’.
Questo è bellissimo, perché quando nasci in certi contesti e cresci in certe condizioni di vita è anche difficile avere dei sogni, delle ambizioni, sei mortificato tutti i giorni. Se noi riusciamo a restituire a questi giovani un’energia, un’ambizione, abbiamo fatto centro”.

“Sono esperienze che ti danno tantissimo, personalmente credo che questa esperienza con Unicef mi stia migliorando come persona, e quindi anche come manager e imprenditore. Per esempio, la mia partecipazione in Wami – Water with a mission – che è una startup a impatto sociale, è venuta dopo il Libano”.

Com’è andata con The Blonde Salad

“Quando con Chiara abbiamo creato The Blonde Salad io ero a Chicago lei in Italia, lei postava tantissimo su vari social media di moda e pubblicava foto di cui era appassionata, io vedevo che in America già tante aziende davano peso alle opinioni dei blogger, dei key opinion leader digitali.

Facevo lo stage per un’azienda italiana di sistemi di irrigazione che si chiamava Claber e mi occupavo del marketing digitale, quindi dovevo seguire tutti i blog, i forum di giardinaggio, interagire con tutti quelli che compravano i prodotti e lasciavano le review su Amazon, ho sviluppato allora la sensibilità per quello che il consumatore dice online.

E da lì mi è partita l’idea per The Blonde Salad, ho comprato il dominio su Godaddy, è stato solo 10 anni fa ma sembrano secoli, ‘digitalmente parlando’ è cambiato tutto in questi 10 anni.

“Su Skype dissi a Chiara: questi sono username e password, vai e posta come una pazza – e così ha fatto. Io intanto ho finito lo stage, gli esami, sono tornato in Italia e intanto Chiara postava tanto su quello che allora era un blog, ma quando dopo 3-4 mesi ci siamo resi conto che aveva 30-40mila visite al giorno, abbiamo capito che forse stavamo rispondendo a un need vero del mercato, un modo di comunicare la moda che non era né informazione né approfondimento, non avevamo le competenze per dire ‘vi raccontiamo la moda’, semplicemente volevamo raccontare un prodotto in maniera diversa e questo piacque moltissimo. Prima ancora che ci rendessimo perfettamente conto di tutto, hanno cominciato ad arrivare le prime richieste pubblicitarie, perché i brand ci avevano intercettato in quanto il nostro traffico cominciava a essere importante.

Da lì poi è cominciata, ci siamo poi strutturati come azienda, abbiamo creato un team di lavoro, abbiamo fatto tante cose belle, ci siamo evoluti, abbiamo creato il magazine, l’ecommerce, le collezioni, il brand, siamo entrati anche in società con Depop. Poi nel 2017 io e Chiara abbiamo capito che avevamo visioni imprenditoriali diverse e le nostre strade si sono separate”.

Il presente: startup con missione sociale

Attualmente Riccardo Pozzoli divide il suo tempo tra Luxottica e le altre attività imprenditoriali. Tra le società in cui ha partecipazioni e di cui è maggiormente orgoglioso,ci sono Wami e Treedom.

Treedom è una startup nata per contribuire alla riduzione della CO2. attraverso la sua piattaforma privati e aziende possono finanziare gli agricoltori locali in diverse parti del mondo, piantare alberi e seguirli online, contribuendo a ridurre la quantità di CO2 nella nostra atmosfera. Con il suo innovativo modello di business Treedom permette alle persone e alle aziende di avere un impatto positivo sull’ambiente in modo semplice e coinvolgente.

Anche Wami – Water with a mission – è un’impresa profit con una missione sociale: realizzare acquedotti per portare acqua a chi non ce l’ha. Per fare questo si finanzia attraverso un marchio di bevande che per ogni bottiglia venduta, WAMI dona più di 100 litri di acqua dolce alle comunità del terzo mondo. Le bottiglie sono realizzate in plastica o vetro riciclato e sono contrassegnate da un codice che permette di rintracciare lo specifico progetto benefico ad esso associato. WAMI ha venduto più di 4 milioni di bottiglie dalla sua fondazione e ha donato più di 400 milioni di litri d’acqua.

“Credo che oggi abbiamo un po’ il dovere e un po’ l’occasione, in questo post-Covid, di recuperare umanità e sensibilità. Sono convinto che siano caratteristiche utili anche nel lavoro. – conclude Riccardo. “In parte, l’empatia è nel dna di una persone, se cerchi determinate esperienze è perché hai di base una certa sensibilità, ma sono le esperienze a forgiarti e far venire fuori il meglio di te. Personalmente oggi come oggi se devo investire scelgo l’impact business, piuttosto che il semplice lucrative business“.

“Spesso ci dimentichiamo che c’è bisogno di aiutare gli altri, che possiamo fare tutti qualcosa, io credo proprio che si debba semplicemente imparare a includere la solidarietà nella propria vita, io sto cercadno di farlo, professionalemente e con Unicef. NextGen vuole fare questo, essere una piattaforma, di pensiero prima di tutto, per rendere più accessibile le attività a impatto sociale ai Millennial”.

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