Milano, 12 giugno 2025 – Quale persona è top manager? L’uomo di mezza età caucasico. Chi lavora in magazzino? Il ragazzo giovane caucasico o anche straniero. Chi si occupa della segreteria? La donna giovane. E di amministrazione? La signora più senior.
Sono alcune delle risposte e dei risultati più frequenti ai test proiettivi, in cui è stato chiesto agli intervistati di associare immagini di persone con caratteristiche differenti ad alcuni ruoli.
I test, che hanno confermato la presenza – e persistenza – di stereotipi legati alla diversità (di età, genere, etnia) sul lavoro, sono stati condotti nell’ambito della ricerca “Oltre le diversità: percezioni, esperienze e bisogni” promossa da Tack TMI Italy – branch italiana della società di Gi Group Holding specializzata in Training & Development – su un campione di 1.500 lavoratori occupati in Italia,[1] con l’obiettivo di contribuire a un cambiamento reale e sostenibile nel modo in cui le imprese affrontano il tema dell’inclusione.
Dunque, i bias persistono e di conseguenza anche le discriminazioni sul lavoro, ma le azioni concrete per contrastarle, come politiche e formazione sulla diversità, non sono ancora sufficienti o devono essere messe in campo.
Dalla survey emerge infatti che 9 lavoratori italiani su 10 segnalano la presenza, in ambito professionale, di episodi di discriminazione – su base etnica, di genere, orientamento sessuale, disabilità, età, aspetto fisico e altre caratteristiche personali, come il credo religioso -, mentre il 28% dichiara di averli vissuti in prima persona.
Tuttavia, si evidenzia anche una forte percezione di mancanza di azioni concrete da parte delle aziende e scollamento tra le dichiarazioni d’intento e la realtà.
Il 64% degli intervistati della ricerca si riconosce, infatti, nell’affermazione “tante aziende parlano di programmi di diversità e inclusione, ma non fanno niente per i lavoratori come me” esolo il 37% sostiene che, nella propria azienda, vi siano strumenti per gestire le tensioni legate alle diversità.
Questo a fronte di una realtà in cui la soddisfazione sul posto di lavoro non dipende più soltanto da fattori quali la retribuzione, il Work-Life balance e la possibilità di sviluppo della propria carriera, ma anche dal sentirsi riconosciuti, accolti, rispettati nella propria unicità e da un allineamento rispetto ai valori aziendali (fondamentale per il 93% del campione).
“Quando i lavoratori considerano valori fondamentali l’integrità, la trasparenza, la collaborazione e il lavoro di squadra, inclusione ed equità non possono più essere viste come un extra, ma diventano una vera e propria necessità. Le aziende devono impegnarsi seriamente su questi temi, sia a livello culturale che gestionale – spiega Irene Vecchione, Amministratore delegato di Tack TMI Italy (Gi Group Holding)– “Purtroppo, le discriminazioni esistono ancora, sia in modo evidente che più nascosto. Fattori come l’aspetto fisico, la somiglianza con chi ci è familiare o la vicinanza culturale influenzano ancora i rapporti sul lavoro. Questo succede anche per via dell’“effetto alone”, un meccanismo mentale che ci porta a giudicare una persona in modo positivo o negativo su tutto, partendo da un solo tratto (come l’aspetto o il modo di parlare). Per cambiare davvero le cose, è importante lavorare su questi automatismi e capire dove le politiche di Diversità, Equità e Inclusione possono essere migliorate. Serve formazione e coinvolgimento a tutti i livelli dell’azienda, per costruire una cultura più giusta, motivante e capace di attrarre e trattenere i talenti”
NON SOLO ETNIA, ORIENTAMENTO SESSUALE E DISABILITÀ; ANCHE GENERE, ETÀ E ASPETTO FISICO TRA LE CAUSE PRINCIPALI DELLA DISCRIMINAZIONE
In base allo studio, l’etnia emerge come il fattore principale di pregiudizi (62%),seguita da orientamento sessuale (49%) e disabilità (48%). In particolare, la maggior parte del campione intervistato (57%) concorda che una persona disabile sia svantaggiata in azienda.
3 lavoratori nati fuori dall’Italia su 4 hanno subìto discriminazioni. Sul tema dell’etnia emergono inoltre differenze a seconda dei territori e dei settori: ad esempio nel Nord Est e nel manifatturiero emergono con più forza gli stereotipi nei confronti dei lavoratori stranieri, visti come meno collaborativi o rispettosi delle regole aziendali.
Quando, infine, si chiede a chi ha subìto un episodio di discriminazione sulla propria pellequali siano state le cause scatenanti, la fotografia è in parte differente.
La maggior parte dei casi sono, infatti, riconducibili al genere (14%), all’età (14%) e all’aspetto fisico (10%) e riportati soprattutto dalle donne e dagli under 35.
L’IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE PER UN AMBIENTE INCLUSIVO
Se solo il 30% delle aziendecon meno di 50 dipendenti mette adisposizione strumenti per gestire le eventuali difficoltà legate alle diversità – mentre la percentualecresce al 41% tra le imprese di mediedimensioni (50-500 dipendenti) e raggiunge il 47% nelle grandi -, vi è però fiducia nella capacità generale delle organizzazioni di gestire potenziali conflitti.
Il 29% degli intervistati individua nelle dinamiche generazionali la principale criticità da affrontare, subito dopo la diversità di genere.
In questo contesto la formazione è certamente uno spazio da presidiare, considerando che solo il 21% delle persone ha dichiarato di avere preso parte ad iniziative di sensibilizzazione; l’empatia – ossia la capacità di “mettersi nei panni” degli altri, connettersi e comprenderli in modo profondo, anche senza aver necessariamente condiviso le stesse esperienze – è l’ambito su cui le persone ritengono utile ricevere maggior formazione, insieme alla capacità di riconoscere e gestire pregiudizi e stereotipi.
“C’è un legame forte tra quello che i lavoratori chiedono e le loro esperienze personali: spesso le richieste di attenzione o cambiamento nascono perché le persone sentono più fortemente le discriminazioni che toccano la loro identità o la loro storia personale – conclude Vecchione. – Ma non basta solo sensibilizzare: bisogna cambiare davvero la cultura delle organizzazioni, per creare ambienti di lavoro più giusti, dove le persone stiano meglio e siano più coinvolte. La sfida è chiara: la diversità deve diventare una realtà concreta nei luoghi di lavoro, riconoscendone il valore umano e il potenziale di crescita e innovazione.”
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Tack TMI è la società di Gi Group Holding – la prima multinazionale italiana del lavoro – che si occupa di Learning & Development. Supporta le organizzazioni attraverso la creazione di percorsi formativi che integrano diverse metodologie, design creativo e tool tecnologici. Presente sul mercato da 60 anni e in più di 55 Paesi, Tack TMI vanta un network di oltre 800 consulenti e formatori. Anche quest’anno è stata inserita nella Top 20 della classifica Top Sales Training and Enablement Company di Training Industry; nel 2022 era già presente nella Watch List sia di questa classifica che in Top Leadership Training Companies di Training Industry. Tack TMI si conferma pertanto per il quarto anno consecutivo nella Watch List delle migliori aziende di formazione sulla leadership; inoltre, è tra i Campioni della Crescita 2025 e ha vinto il Premio Eccellenza Formazione. Tack TMI Italy è presente su tutto il territorio nazionale con sedi a Roma, Milano, Torino, Brescia, Padova, Bologna e Napoli.
Per informazioni: www.tacktmi.it
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Gi Group Holding è la prima multinazionale italiana del lavoro e una tra le principali realtà che offrono servizi e consulenza HR a livello globale. Contribuendo da protagonista all’evoluzione del mondo del lavoro, Gi Group Holding supporta lo sviluppo del mercato del lavoro creando valore sociale ed economico sostenibile. Il Gruppo è attivo nel Temporary, Permanent e Professional Staffing, Ricerca e Selezione, Executive Selection, Outsourcing, Formazione, Consulenza HR, Transizione e Sviluppo di Carriera.
L’azienda impiega oltre 8.000 dipendenti e, grazie alla sua presenza diretta, è attiva in più di 30 nazioni in Europa, APAC, Americhe e Africa. Fornisce servizi a oltre 20.000 aziende clienti. www.gigroupholding.it
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