Carbon Farming: come l’agricoltura può salvare il clima

Il suolo sotto i nostri piedi può diventare il più grande alleato nella lotta contro i cambiamenti climatici

Il carbon farming — o agricoltura del carbonio — è un insieme di pratiche agricole che trasformano i campi e i pascoli in veri e propri “serbatoi” di CO₂. Un’idea apparentemente semplice e basata sulla natura: invece di emettere gas serra, l’agricoltura può contribuire ad assorbirli.

Negli ultimi anni questo concetto è passato dai laboratori di ricerca alle politiche europee, fino alle aziende agricole di tutto il mondo. Ma di cosa si tratta esattamente? Come funziona? E soprattutto: è davvero efficace?

In questa guida lo spieghiamo in modo chiaro, senza tecnicismi inutili.

Cos’è il Carbon Farming?

Il termine carbon farming (letteralmente “agricoltura del carbonio”) indica tutte quelle pratiche di gestione agricola e forestale che aumentano la capacità del suolo e della vegetazione di catturare e immagazzinare anidride carbonica (CO₂) dall’atmosfera.

In pratica, si tratta di fare in modo che il carbonio presente nell’aria — sotto forma di CO₂, uno dei principali responsabili del riscaldamento globale — venga “intrappolato” nel terreno o nelle piante, dove può restare per decenni o addirittura secoli.

Il suolo agricolo mondiale è potenzialmente uno dei più grandi “serbatoi” di carbonio del pianeta. Il problema è che secoli di pratiche agricole intensive ne hanno ridotto drasticamente questa capacità. Il carbon farming punta a invertire questa tendenza.

“L’agricoltura, il settore forestale e altri tipi di uso del territorio corrispondono al 23% delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle attività umane. Allo stesso tempo i processi naturali del territorio assorbono una quantità di anidride carbonica equivalente a quasi un terzo della quantità emessa dai carburanti fossili e dall’industria.” (Jim Skea, IPCC)

Come funziona, in pratica, il carbon farming?

Le piante assorbono CO₂ dall’atmosfera durante la fotosintesi. Una parte di questo carbonio rimane nelle radici e, quando le radici muoiono e si decompongono, viene trasferita nel suolo sotto forma di sostanza organica. Questo processo si chiama sequestro del carbonio.

Il carbon farming ottimizza e potenzia questo ciclo naturale attraverso pratiche specifiche che:

  • aumentano la quantità di radici nel terreno
  • riducono la lavorazione meccanica del suolo (che libera CO₂)
  • mantengono il terreno coperto da vegetazione per più mesi all’anno
  • incrementano la biodiversità microbica del suolo

Il risultato è un suolo più ricco, più fertile e capace di “trattenere” il carbonio per lungo tempo.

03 — PraticheLe principali tecniche di carbon farming

Non esiste un’unica tecnica unica, il carbon farming è un insieme di approcci che possono essere combinati a seconda del territorio, del clima e del tipo di coltura. In genere comporta:

  • Minima lavorazione del suolo
    Ridurre l’aratura meccanica preserva la struttura del suolo e limita il rilascio di CO₂ nell’atmosfera.
  • Cover crops
    Seminare colture di copertura nei periodi di riposo mantiene il suolo attivo e aggiunge sostanza organica.
  • Agroforestazione
    Integrare alberi e arbusti nei campi coltivati aumenta enormemente la capacità di sequestro del carbonio.
  • Pascolo rigenerativo
    Una gestione attenta del pascolo — con rotazioni regolari — stimola la crescita radicale e arricchisce il suolo.
  • Gestione dell’acqua
    Risaie, zone umide e sistemi di ritenzione idrica possono aumentare il carbonio organico nel suolo.
  • Compostaggio e biochar
    Restituire materia organica al suolo — incluso il carbone vegetale (biochar) — è uno dei metodi più efficaci.

Il “serbatoio” sotto i nostri piedi: quanta CO2 può davvero immagazzinare il suolo?

Per comprendere la portata del carbon farming, occorre guardare ai numeri. Il suolo non è solo la base della nostra produzione alimentare, ma il principale meccanismo di mitigazione climatica a nostra disposizione nel settore agricolo. Secondo i dati del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), il potenziale tecnico di mitigazione globale dell’agricoltura è stimato tra 5.500 e 6.000 MtCO2-eq all’anno entro il 2030. La notizia straordinaria è che il sequestro del carbonio nel suolo è responsabile dell’89% di questo potenziale totale.

Una capacità di recupero storica

I terreni agricoli non partono da zero: a causa della gestione passata, hanno perso storicamente oltre 50 Pg C (petagrammi di carbonio). Recuperare questa riserva non è solo possibile, ma necessario. L’iniziativa internazionale “4 per 1000” suggerisce che un aumento annuo dello 0,4% (appunto il 4 per mille) delle scorte di carbonio organico nei suoli potrebbe compensare gran parte delle emissioni globali di CO2 di origine antropica.

I numeri per ettaro: dalla teoria alla pratica

Quanta CO2 può effettivamente “catturare” un singolo agricoltore? La risposta dipende drasticamente dalle pratiche adottate e dalle zone climatiche. Le fonti mostrano una forbice di rendimento molto ampia:

  • Il primato dei suoli organici: Il restauro di terreni organici precedentemente drenati è l’azione più potente, capace di sequestrare tra 33,51 e 70,18 tCO2-eq per ettaro ogni anno.
  • Cambiamento d’uso del suolo: La conversione di terreni coltivati in coperture perenni (set-aside) può stoccare tra 3,93 e 5,36 tCO2-eq per ettaro all’anno.
  • Pratiche agronomiche standard: L’ottimizzazione della gestione delle colture e dei nutrienti offre incrementi più contenuti, oscillando tra 0,33 e 0,98 tCO2-eq per ettaro all’anno.

I limiti del serbatoio: saturazione e reversibilità

Nonostante l’enorme potenziale, la capacità del suolo di immagazzinare carbonio non è infinita. Gli esperti avvertono che il suolo raggiunge un punto di saturazione generalmente in un periodo compreso tra 50 e 100 anni. Inoltre, a differenza della riduzione delle emissioni di gas come il metano, il sequestro di carbonio è reversibile: se le pratiche di gestione migliorata vengono interrotte, il carbonio accumulato può essere rapidamente rilasciato di nuovo nell’atmosfera.

Infine, esiste una distinzione cruciale tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è economicamente realizzabile. Sebbene il potenziale tecnico sia elevatissimo, si stima che con un prezzo del carbonio fino a 100 USD/tCO2-eq, l’economia globale sarebbe in grado di realizzare circa il 73% di tale potenziale.

Il suolo agricolo resta dunque uno dei nostri alleati più potenti, ma la sua efficacia dipende dalla continuità delle buone pratiche e dalla capacità dei mercati di incentivare correttamente questo stoccaggio invisibile ma vitale.

Non solo clima: tutti i benefici del carbon farming

Il carbon farming non è solo una strategia per il clima. I suoi effetti benefici sono molteplici e spesso più immediati di quanto si pensi.

Per l’agricoltore

Un suolo più ricco di sostanza organica è un suolo più fertile e produttivo. Assorbe meglio l’acqua, riduce il rischio di siccità, richiede meno fertilizzanti chimici e resiste meglio alle malattie. Nel lungo periodo, il carbon farming può ridurre i costi di produzione e aumentare la resilienza dell’azienda agricola.

Per la biodiversità

Un suolo sano ospita una straordinaria varietà di organismi: batteri, funghi, lombrichi, insetti. Queste pratiche favoriscono la biodiversità del suolo, con effetti positivi su tutta la catena alimentare locale, inclusi gli insetti impollinatori.

Per il territorio

Un suolo con più sostanza organica è meno soggetto a erosione, trattiene meglio l’acqua e riduce il rischio di alluvioni e frane. Un beneficio che va ben oltre la singola azienda agricola.

Per il portafoglio

In Europa si stanno sviluppando mercati del carbonio che permettono agli agricoltori di essere remunerati per il carbonio che immobilizzano. Il regolamento europeo sui “carbon removal certificates” (2024) è il primo passo verso un sistema standardizzato di pagamento per questi servizi ecosistemici.

Il carbon farming nelle politiche europee

L’Unione Europea ha inserito il carbon farming tra le priorità del Green Deal europeo e della strategia Farm to Fork. L’obiettivo è raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e il settore agricolo ha un ruolo fondamentale da giocare.

Tra le misure concrete già in atto o in via di sviluppo:

  • Eco-schemi della PAC (Politica Agricola Comune): incentivi economici per gli agricoltori che adottano pratiche sostenibili
  • Regolamento LULUCF: stabilisce obiettivi vincolanti per l’assorbimento di carbonio dal settore del suolo
  • Carbon Removal Certification Framework: sistema di certificazione per il carbonio agricolo sequestrato

In Italia, alcune regioni hanno già avviato programmi pilota di carbon farming, spesso in collaborazione con università e centri di ricerca, per testare le pratiche più efficaci nelle condizioni locali.

Limiti, critiche e limiti: cosa non funziona (ancora)?

Il carbon farming è promettente, ma non mancano le sfide. Essere onesti su questi aspetti è fondamentale per non creare aspettative irrealistiche.

La permanenza del carbonio non è garantita. Il carbonio immagazzinato nel suolo può essere rilasciato di nuovo se le pratiche vengono interrotte, se il clima cambia drasticamente o se si verificano eventi estremi come incendi o inondazioni.

La misurazione è complessa. Quantificare con precisione quanto carbonio viene effettivamente sequestrato è tecnicamente difficile e costoso. Senza standard condivisi, il rischio di “greenwashing” — dichiarare benefici climatici superiori a quelli reali — è concreto.

Non è una soluzione da sola. Il carbon farming può contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico, ma non può sostituire la riduzione diretta delle emissioni fossili. È uno strumento prezioso, non una scorciatoia.

La transizione richiede tempo e investimenti. Cambiare le pratiche agricole consolidate richiede formazione, sperimentazione e spesso un periodo iniziale in cui la produttività può calare. Non tutti gli agricoltori possono permettersi questa transizione senza supporto.

Quanto costa e chi lo finanzia il carbon farming

Trasformare i campi in depositi di carbonio non è solo una sfida ecologica, ma anche economica, quindi per passare dalla teoria alla pratica, il nodo centrale resta il finanziamento.

Ad oggi, esiste un forte squilibrio: sebbene l’agricoltura sia fondamentale per il clima, riceve appena l’1-2% dei fondi globali destinati alla lotta al cambiamento climatico, una carenza che colpisce duramente soprattutto i piccoli agricoltori. La capacità di catturare CO2 dipende molto dal prezzo che il mercato è disposto a pagare: con un prezzo di 20 dollari per tonnellata di CO2, il potenziale economico di mitigazione è di circa 1.500-1.600 MtCO2-eq all’anno; se il prezzo salisse a 100 dollari, potremmo arrivare a sequestrare fino a 4.000-4.300 MtCO2-eq.

In questo scenario, i carbon credit (crediti di carbonio) sono lo strumento principale per sbloccare i fondi necessari. Funzionano come una ricompensa economica per gli agricoltori che adottano pratiche sostenibili, permettendo loro di vendere “quote” di CO2 sequestrata ad aziende che vogliono compensare le proprie emissioni. Nonostante il mercato dei crediti agricoli sia cresciuto del 125% tra il 2019 e il 2022, rappresenta ancora solo il 5% del mercato volontario totale.

Perché questa soluzione decolli davvero, occorre superare ostacoli come gli alti costi di certificazione e monitoraggio, che oggi scoraggiano i produttori più piccoli. La sfida per il prossimo decennio sarà creare regole chiare e trasparenti per attirare nuovi investitori, garantendo pagamenti equi a chi protegge la salute del suolo


Domande frequenti

Il carbon farming è adatto a tutti i tipi di terreno?

Le pratiche di carbon farming possono essere adattate a quasi tutti i contesti agricoli, ma i risultati variano molto in base al tipo di suolo, al clima e alle colture. In genere, i suoli degradati hanno il maggiore potenziale di miglioramento.

Gli agricoltori vengono pagati per fare carbon farming?

Sì, attraverso vari meccanismi: i pagamenti agro-ambientali della PAC, i mercati volontari del carbonio e — in futuro — il sistema europeo di certificazione delle rimozioni di carbonio. I pagamenti variano molto in base alla quantità di carbonio certificata.

Carbon farming e agricoltura biologica sono la stessa cosa?

Non esattamente. Il bio è un sistema di certificazione che esclude certi input chimici; il carbon farming è un obiettivo climatico che può essere perseguito anche in sistemi convenzionali. Tuttavia, molte pratiche bio e rigenerative coincidono con quelle del carbon farming.

Quanto tempo ci vuole per vedere i risultati?

I miglioramenti nella salute del suolo si vedono spesso già dopo 3-5 anni, ma un sequestro di carbonio significativo e misurabile richiede tipicamente 10-20 anni di pratiche costanti.

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