Transilienza, cosa significa questa nuova parola e perché è importante

Non significa semplicemente resistere alle difficoltà. La transilienza è la capacità di riconoscere ciò che impariamo nei diversi ruoli della vita e trasferire competenze, risorse ed energie da un contesto all’altro. Una qualità sempre più rilevante mentre lavoro, famiglie e identità diventano meno lineari

Cambiare lavoro, diventare genitori, prendersi cura di qualcuno, affrontare una separazione o un lutto. Alcune esperienze non sono parentesi dopo le quali tutto torna come prima: modificano priorità, relazioni e perfino il modo in cui ci definiamo.

È qui che entra in gioco la transilienza. In senso essenziale, indica la capacità di portare con noi ciò che abbiamo imparato attraversando ruoli ed esperienze differenti, utilizzandolo quando il contesto cambia. Non si tratta quindi soltanto di adattarsi, ma di costruire continuità dentro la trasformazione.

Il concetto è al centro della riflessione di Riccarda Zezza, imprenditrice sociale e autrice tra gli altri del libro Il potere della transilienza, secondo cui le esperienze della vita non rappresentano mondi separati: possono generare competenze trasferibili dal lavoro alla vita privata e viceversa.

Che cos’è la transilienza?

La definizione più immediata arriva anche dal vocabolario Treccani, che dal 2023 include transilienza tra i neologismi e la descrive come la capacità di sviluppare risorse e competenze trasferibili tra professioni, funzioni e ruoli diversi. La voce documenta l’utilizzo del termine da parte di Zezza già negli anni precedenti e ne ricostruisce una storia linguistica più ampia: l’inglese transilience è infatti molto più antico ed è stato impiegato anche in altri ambiti disciplinari.

Nell’accezione proposta da Zezza, il punto centrale è questo: una persona non coincide con un solo ruolo. Essere manager, genitore, figlia, volontario, caregiver, sportivo o membro di una comunità può attivare capacità differenti, che non rimangono necessariamente confinate nel luogo in cui sono nate.

Organizzare una famiglia può allenare la gestione delle priorità. Assistere una persona fragile può sviluppare ascolto, capacità decisionale e gestione dell’imprevisto. Coordinare un gruppo di lavoro può insegnare competenze utili anche fuori dall’ufficio.

«Le nostre esperienze non sono compartimenti separati. Quello che impariamo in un ruolo può accompagnarci negli altri e diventare parte della nostra identità. La transilienza significa anche imparare a riconoscere questo patrimonio, soprattutto nei momenti in cui pensiamo di aver perso un punto di riferimento», spiega Zezza.

Transilienza e resilienza: qual è la differenza?

La distinzione è utile, anche se sarebbe riduttivo presentare resilienza e transilienza come concetti semplicemente opposti.

Nell’uso comune, la resilienza viene spesso associata alla capacità di reggere un urto e recuperare un equilibrio. La transilienza pone invece maggiormente l’accento sulla trasformazione e sul trasferimento delle risorse acquisite: dopo un cambiamento importante, il punto non è necessariamente ritornare alla situazione precedente, ma capire cosa dell’esperienza vissuta può essere portato nella fase successiva.

Come osserva Zezza:

«Siamo abituati a pensare alla resilienza come alla capacità di affrontare una difficoltà e tornare allo stato precedente. Ma ci sono esperienze dopo le quali quello stato precedente non esiste più. Una crisi non ci rende necessariamente più forti: può renderci diversi».

La letteratura scientifica utilizza peraltro il termine transilience anche con significati parzialmente differenti. Alcuni studi recenti di psicologia ambientale lo impiegano, per esempio, per descrivere la capacità percepita di persistere, adattarsi in modo flessibile e trasformarsi positivamente davanti ai rischi climatici. È un filone distinto dalla formulazione legata al trasferimento di competenze tra ruoli, ma con un elemento comune: l’adattamento non è visto solo come ritorno all’equilibrio, bensì come possibilità di trasformazione.

Perché oggi parliamo sempre più di transilienza

La questione non riguarda soltanto la psicologia individuale. È la struttura stessa delle nostre vite a diventare più articolata.

Il Rapporto annuale Istat 2026 mostra, ad esempio, come le forme familiari italiane siano profondamente cambiate. Nel biennio 2024-2025 il 37,1% delle famiglie è costituito da una sola persona, mentre le coppie con figli rappresentano il 28,4%. Crescono inoltre le famiglie monogenitoriali e cambia la composizione delle persone che vivono sole.

Anche il lavoro è sottoposto a trasformazioni continue. Digitalizzazione, intelligenza artificiale, transizione ecologica e cambiamenti demografici stanno modificando mestieri e competenze. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, i datori di lavoro stimano che entro il 2030 cambierà il 39% delle competenze oggi considerate centrali. Accanto alle capacità tecnologiche aumenterà l’importanza di pensiero creativo, flessibilità, agilità, curiosità e apprendimento continuo.

La transilienza può essere letta anche dentro questo scenario: prima ancora di acquisire continuamente competenze nuove, può diventare importante riconoscere meglio quelle che già possediamo e capire dove possono essere riutilizzate.

È un principio vicino all’approccio skills-first promosso dall’OCSE, che invita a valorizzare maggiormente le competenze effettive delle persone e a facilitarne il riconoscimento e la portabilità tra percorsi formativi e professionali.

Come funziona la transilienza nella vita quotidiana

Immaginiamo una persona che si prende cura di un genitore anziano. Impara magari a gestire appuntamenti, informazioni sanitarie, imprevisti e decisioni complesse, oltre a negoziare continuamente tempi e priorità. Nessuna di queste capacità nasce formalmente durante un corso professionale, ma alcune possono diventare preziose anche sul lavoro.

Lo stesso vale nella direzione opposta. Una capacità di pianificazione acquisita professionalmente può aiutare a gestire una fase familiare complessa; l’esperienza maturata nello sport può allenare disciplina e collaborazione; il volontariato può sviluppare ascolto, leadership o capacità organizzativa.

La chiave è la consapevolezza del trasferimento. Possedere una competenza non significa automaticamente riconoscerla o riuscire a utilizzarla altrove.

La transilienza non significa trasformare ogni difficoltà in un’opportunità

C’è un equivoco da evitare. Dire che un’esperienza difficile può produrre apprendimenti non significa sostenere che ogni trauma abbia necessariamente conseguenze positive o che le persone debbano obbligatoriamente “uscirne più forti”.

La stessa formulazione proposta da Zezza prende le distanze da questa lettura: una crisi può semplicemente renderci diversi.

Questo aspetto è importante anche sul lavoro. Parlare di adattabilità individuale non dovrebbe diventare un modo per trasferire sulle persone la responsabilità di affrontare da sole precarietà, cattiva organizzazione o trasformazioni tecnologiche mal gestite. Servono contemporaneamente politiche formative, organizzazioni capaci di riconoscere le competenze e percorsi che facilitino realmente le transizioni.

L’OCSE sottolinea proprio la necessità di formazione continua, orientamento professionale e sistemi in grado di riconoscere anche competenze acquisite attraverso esperienze diverse, soprattutto in mercati del lavoro caratterizzati da frequenti cambiamenti di carriera.

Perché la transilienza può interessare anche le imprese

Per le organizzazioni, guardare alle persone attraverso la lente dei soli titoli professionali rischia di restituire una fotografia incompleta.

Un approccio basato sulle competenze può invece far emergere capacità sviluppate nel tempo in contesti differenti e facilitare mobilità interna, cambi di ruolo e riconversione professionale. È un tema sempre più rilevante se, come indica il World Economic Forum, una parte consistente delle competenze richieste dal mercato dovrà evolvere entro pochi anni.

Ma la transilienza suggerisce qualcosa di ulteriore: non separare rigidamente la persona che lavora dalla persona che vive. Non per cancellare i confini tra vita privata e professionale, bensì per riconoscere che apprendimento, capacità relazionali e conoscenza non rispettano necessariamente quei confini.

Cambiare senza ricominciare ogni volta da zero

La parte forse più interessante della transilienza sta nella sua idea di continuità.

Se la nostra identità dipendesse esclusivamente dal lavoro che svolgiamo, da una relazione o da un singolo ruolo familiare, perderne uno potrebbe significare perdere anche una parte enorme della definizione che abbiamo di noi stessi. Considerarsi invece come l’insieme di esperienze, relazioni e capacità accumulate nel tempo rende possibile immaginare il cambiamento in maniera diversa.

Non significa sapere già affrontare tutto ciò che arriverà. Significa sapere che non arriviamo mai completamente a mani vuote alla fase successiva.

Ed è forse questo il valore più concreto della transilienza: non promette immunità dall’incertezza, ma propone un modo per attraversarla. Guardare a ciò che siamo stati, riconoscere ciò che abbiamo imparato e portarlo con noi mentre diventiamo qualcosa di nuovo.


In breve: che cos’è la transilienza?

La transilienza è la capacità di riconoscere e trasferire competenze, risorse e apprendimenti maturati in un ruolo o in un’esperienza verso altri contesti della vita. Nell’accezione sviluppata da Riccarda Zezza, permette di interpretare lavoro, famiglia, cura e altre esperienze non come compartimenti separati, ma come fonti di capacità che possono rafforzarsi reciprocamente.

FAQ

Qual è la differenza tra resilienza e transilienza?
La resilienza viene spesso associata alla capacità di affrontare un evento difficile e recuperare un equilibrio. La transilienza mette maggiormente l’accento sulla trasformazione e sulla possibilità di trasferire ciò che abbiamo imparato verso nuovi ruoli e situazioni.

La transilienza riguarda soltanto il lavoro?
No. Può riguardare famiglia, genitorialità, caregiving, volontariato, relazioni, attività sportive e professione: il principio centrale è che competenze maturate in un ambito possano essere riconosciute e utilizzate anche altrove.

Transilienza significa diventare più forti dopo una crisi?
Non necessariamente. Una difficoltà può lasciare fragilità e conseguenze negative. La transilienza non implica che ogni esperienza debba avere un esito positivo, ma invita a riconoscere eventuali risorse sviluppate durante il cambiamento.

La parola transilienza è riconosciuta in italiano?
Sì. Treccani la registra tra i neologismi del 2023 con il significato di capacità di elaborare e sviluppare risorse e competenze trasferibili tra professioni, funzioni e ruoli diversi.

Perché può diventare importante nel futuro del lavoro?
Perché le competenze richieste stanno cambiando rapidamente. Il World Economic Forum stima che entro il 2030 il 39% delle competenze centrali dei lavoratori subirà trasformazioni, rendendo sempre più importante imparare continuamente ma anche valorizzare capacità già presenti e trasferibili.

Foto di Serge Le Strat su Unsplash

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