Cambiare il mondo partendo dall’infanzia: il lavoro di Emily Mignanelli

Maestra, pedagogista, autrice: Emily Mignanelli ha costruito scuole, comunità e strumenti educativi per rimettere i bambini al centro e aiutare gli adulti a ritrovare il loro ruolo

Ci sono persone che provano a cambiare il mondo intervenendo sulle sue strutture più visibili. Altre scelgono un punto di partenza più radicale: l’infanzia. Emily Mignanelli appartiene a questa seconda categoria. Maestra, pedagogista e autrice, negli anni ha costruito scuole, comunità e strumenti educativi con un’idea precisa: restituire centralità ai bambini, non come oggetti ma soggetti.
Nel 2009 ha dato vita, a partire da un piccolo progetto sperimentale nato nel cuore di un giardino pubblico, a Serendipità: una scuola per bambini e ragazzi dai tre ai quattordici anni fondata sui principi della Pedagogia dinamica, l’approccio educativo sistemico che lei stessa ha sviluppato intrecciando didattica innovativa, ricerche neuroscientifiche e lavoro autobiografico.
Attorno a questa visione, negli anni, Mignanelli ha costruito anche Pedagogiadinamica.com, diventata una piattaforma e una community di genitori in dialogo, accomunati dal desiderio di un maggiore benessere personale e familiare. Dopo un viaggio intorno al mondo sulle tracce delle pratiche educative adottate in culture diverse, ha fondato anche Corallo, un centro pensato per “riabilitare gli adulti alla loro infanzia”, nella convinzione che solo adulti più consapevoli possano davvero accompagnare i bambini nella crescita.
Lei stessa dice che tutto ciò che sa lo deve ai bambini. E non a caso dedica gran parte del suo tempo a quella che definisce “pedagogia preventiva”: la diffusione di strumenti educativi semplici, accessibili, popolari, con l’obiettivo di fare della pedagogia un tema collettivo e non per addetti ai lavori. Di giorno lavora nel centro, la sera tiene corsi e webinar, e all’alba scrive. Con Feltrinelli ha pubblicato Non basta diventare grandi per essere adulti (2020), Genitori a scadenza (2022) e L’età dimenticata (2024).


“Mi interessa proteggere i bambini perché credo che siano i grandi esclusi dell’umanità”, dice. È una frase che contiene già il centro del suo pensiero. I bambini, nel suo discorso, non sono soggetti incompleti in attesa di diventare adulti, ma presenze piene, capaci di cogliere molto più di quanto immaginiamo. Che hanno bisogno di essere visti e ascoltati, e hanno anche molto da insegnare.
Quando le chiediamo di raccontarsi, prima ancora di ogni definizione professionale affiora una postura esistenziale: “Mi descriverei come una bambina curiosa, e anche una bricolaire, mi piace prendere pezzi da mondi tanto distanti tra loro e provare a farli stare insieme”. È una formula che spiega bene il suo modo di stare al mondo: osservare, collegare, cercare le “pagine bianche dell’umanità”, tenere aperto uno spazio di stupore che gli adulti spesso perdono. E forse è proprio da qui che nasce il suo modo di guardare all’infanzia non come a una incompiutezza, ma come a una forma di sapere istintivo, biologico, primordiale.


Rimettere i bambini al centro

Nel corso dell’incontro Mignanelli torna più volte su una convinzione molto netta: i bambini e gli adolescenti non possono essere capiti davvero se li si osserva isolandoli dal mondo adulto. È una chiave che usa anche quando si parla delle nuove generazioni, spesso raccontate come fragili, smarrite, disorientate. “L’unico problema che hanno i bambini e gli adolescenti sono gli adulti, non ne hanno altri”, dice. È una frase radicale, ma per lei non è una provocazione: è la sintesi di anni di lavoro con famiglie, insegnanti e genitori.
Lo chiarisce subito dopo: “Io tutti questi grandi disagi li vedo più negli adulti che nei ragazzi”. E aggiunge: “Vedo ragazzi splendidi, meravigliosi, molto consapevoli, molto presenti, molto connessi”.
Non nega le difficoltà, né l’aumento di diagnosi, depressioni e ricoveri nei reparti di neuropsichiatria. Ma invita a guardare più a fondo, spostando l’attenzione dalle etichette alle relazioni, l’adolescenza non è un tempo che esplode dal nulla, ma il punto in cui emergono dinamiche molto precedenti. “L’adolescenza non è un problema sociale, è un problema familiare”, afferma. “Questo è sicuramente un grande tabù: preferiamo pensare che ci sia un problema collettivo piuttosto che accettare che dentro la famiglia ci sia un problema molto specifico, molto personale, molto familiare. Io vedo l’adolescenza come il tempo del raccolto e l’infanzia il tempo della semina. Da un adolescente non esce niente che non è stato ficcato dentro al bambino, e il bambino non se l’è messo dentro da solo”.
È da qui che nasce anche la sua critica a una cultura educativa che, a suo avviso, tende a delegare troppo presto: “Credo che i bambini siano oggi esposti precocemente a esperti e ‘trattamenti’ che semplicemente fanno quello che avrebbero dovuto fare i genitori”. Non è un rifiuto del supporto professionale in sé, ma un richiamo alla responsabilità adulta. Il punto decisivo, nel suo lavoro, è restituire fiducia ai genitori, non sostituirli: “Io credo che i bambini siano i migliori terapeuti dei genitori e i genitori i migliori terapeuti dei bambini. Io affianco i genitori affinché loro facciano una terapia con il loro figlio, perché se loro hanno creato il problema, loro lo possono risolvere. Ripongo un’enorme fiducia negli adulti e nei genitori”.
In questo senso il suo lavoro non consiste solo nel proteggere l’infanzia, ma anche nel rimettere gli adulti davanti al proprio compito e al loro vissuto. A volte usa immagini molto dure, come quando parla di “orfanitudine” per descrivere la condizione emotiva di molti bambini di oggi. Altre volte insiste sulla tendenza contemporanea a esternalizzare tutto: tempo, cura, ascolto, presenza. Chi sta accompagnando davvero i bambini nella crescita?
Anche quando il discorso tocca i temi più discussi — schermi, dipendenze digitali, crisi dei giovani — Mignanelli rifiuta scorciatoie diagnostiche e sposta lo sguardo sugli adulti. “Si parla tanto degli schermi, delle dipendenze digitali, ma non si dice niente della generazione degli anni Ottanta che è cresciuta per cinque ore al giorno davanti alla televisione”. Poi arriva al punto: “Io credo che il problema dei giovani di oggi siano semplicemente gli adulti spesso dissociati e disconnessi”.
Per lei continuare a descrivere i bambini come un concentrato di problemi è una forma di rimozione collettiva. La sua immagine è quella dei canarini nelle miniere: non sono loro il problema, sono il segnale. Indicano che nell’aria c’è qualcosa che non funziona. E per questo, prima ancora di correggerli, bisognerebbe ascoltarli.


PMA: dire la verità ai bambini


Per Mignanelli la storia di un bambino non è mai un dettaglio accessorio. È da qui, infatti, che si arriva al tema da cui nasce il nostro incontro: come raccontare ai bambini nati da procreazione medicalmente assistita (PMA) come sono venuti al mondo. La questione è meno ‘di nicchia’ di quanto si può pensare, negli ultimi vent’anni (dal 2005 al 2022/2023), le tecniche di fecondazione assistita hanno portato alla nascita di oltre 217.000, in Italia è aumentata significativamente, fino a superare il 4% sul totale delle nascite nel 2022. E Mignanelli ha avuto modo di constatare che affrontare la storia della propria nascita è per questi bambini spesso difficoltosa.
Nel dibattito pubblico la PMA viene affrontata sempre dal punto di vista degli adulti: la medicina, il desiderio di un figlio, i limiti normativi, le questioni etiche. Molto raramente il centro del discorso si sposta sul bambino e sul modo in cui quella storia entra nella relazione.
La posizione di Emily Mignanelli, su questo, è chiarissima, la verità deve emergere, con le parole giuste, proporzionate, ma vere. Significa non costringere il bambino a vivere in una frattura tra ciò che percepisce e ciò che gli viene raccontato. Perché, spiega, “la menzogna ha potere distruttivo e non possiamo sapere che impatto avrà”, mentre, d’altro canto, i bambini “sono privi di giudizio e accolgono qualsiasi verità”. Ciò che conta è che “sia sempre allineata la percezione del bambino con la narrazione”.
È un passaggio che allarga il discorso ben oltre la PMA. Per Mignanelli raccontare la verità ai bambini significa riconoscerli come soggetti capaci di stare dentro la complessità, a condizione che gli adulti trovino il linguaggio giusto. È anche per questo che il suo lavoro insiste tanto sul modo in cui si parla, non solo su ciò che si dice.

BABABA, un gioco per raccontare ai bambini ‘come sono nati’


BABABA è il gioco ideato dalla pedagogista per affrontare il tema della narrazione delle origini al bambino, in particolare quando ci sono circostanze particolari come la PMA. Mignanelli ci racconta il gioco non come un espediente per alleggerire, ma come un linguaggio.


“Il gioco abbassa le difese, la parte intellettuale le alza”, spiega. “Il gioco ti costringe a stare con gli altri. Il libro te lo puoi leggere chiuso in bagno, nessuno ti vede. Il gioco, per funzionare, necessita di popolazione attorno a te”.
Uno dei passaggi più efficaci riguarda il modo in cui nel gioco entrano le bugie. “Nel gioco c’è questo passaggio dove bisogna concepire bambini”, racconta, e tra le carte compaiono anche cicogne e cavoli. Quando arrivano, “tutte le carte vengono mescolate”. Il significato è immediato: “Oddio, è arrivata una bugia, che casino, bambini, dobbiamo rimescolare tutto”.
È una scena semplice, quasi buffa, ma il messaggio è preciso. Le narrazioni false non proteggono: scompaginano. Complicano. Costringono a rimettere insieme i pezzi. Mignanelli lo dice con ironia: se avesse scritto trenta pagine per spiegare che le bugie creano danni, sarebbe stato tutto più astratto. “I bambini quando giocano sono molto seri, nella loro semplicità riescono a stare a un livello di profondità che noi abbiamo smarrito”.


I bambini dentro le guerre degli adulti: la famiglia del bosco

Nel corso dell’incontro emerge anche il caso della cosiddetta “famiglia del bosco”, che Mignanelli legge come l’ennesimo esempio di bambini travolti dai nodi irrisolti degli adulti. “Vi do la mia prospettiva”, premette. E la sua prospettiva non è un giudizio sul fatto di cronaca, ma un tentativo di guardare a ciò che quel fatto rivela.
“Se tu hai un nodo nella tua infanzia” — il riferimento è ai due genitori — “e cerchi di scappare da qualcosa che è una proiezione all’esterno di qualcosa che è interno, tu ti stai creando una predestinazione”. E riassume tutto in una formula semplice: “O rielabori o ripeti”.
Al di là del singolo caso, ciò che le interessa è il posto del bambino dentro le battaglie dei grandi. “I bambini subiscono sempre le battaglie dei genitori”, dice. Poi aggiunge una frase che resta addosso: “I bambini non sono i soldati semplici delle nostre guerre”.
È un passaggio che ricompone tutto il suo ragionamento. Che si parli di PMA, di adolescenza, di educazione o di famiglie estreme, il filo è lo stesso: troppo spesso gli adulti proiettano, tacciono, combattono — spesso contro se stessi — e i bambini assorbono. Ma proprio loro, che sono i più coinvolti, restano spesso i meno ascoltati.


Un lavoro che parte dai bambini e riguarda tutti


Emily Mignanelli tiene insieme infanzia, famiglia, linguaggio, verità, giovani ed educazione, sempre partendo dallo stesso punto: i bambini sentono, capiscono, registrano; e gli adulti farebbero bene a smettere di considerarli periferici.
Così il tema da cui eravamo partiti — come raccontare a un bambino nato da PMA come è venuto al mondo — si è trasformato in qualcosa di più ampio: una riflessione sul posto dell’infanzia nella nostra società e sulla responsabilità adulta di non coprire la complessità con il silenzio. Una riflessione che Emily Mignanelli, oggi, vorrebbe portare anche nella scuola pubblica.
Alla fine, questa visione si condensa in tre consigli rivolti ai genitori.

Il primo: rielaborare la propria infanzia. “Tra il genitore ideale che vuoi essere e quello drammaticamente reale c’è la tua infanzia. Prima lo capisci, meglio è”.

Il secondo: i bambini, dice, “vanno sentiti, non compresi”. Perché cercare di capirli dall’esterno non basta: bisogna avere il coraggio di entrare in contatto con ciò che smuovono anche dentro di noi.

Il terzo è quello che attraversa tutta la conversazione: “Dire sempre, sempre la verità, sempre”.


Più che un metodo, sono tre indicazioni che disegnano un comportamento adulto: fare i conti con la propria storia, ascoltare davvero, non mentire. Non si tratta di proteggere i bambini dalla complessità, ma di diventare adulti abbastanza onesti da attraversarla con loro.

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