E’ considerato il papà delle società benefit in Italia. Mauro del Barba, politico e innovatore sociale, è stato primo firmatario della legge che ha condotto all’istituzione delle Società Benefit nel nostro Paese. Presidente di Assobenefit dal dicembre 2018 fino a maggio 2025, oggi ricopre il ruolo di Presidente Onorario dell’associazione, con l’ambizione, dice lui, di riuscire in questo ruolo meno operativo a portare avanti aspetti più strategici che riguardano le benefit in Italia.
‘Dopo tanti anni di impegno in Assobenefit credo ci fosse bisogno di un cambiamento e di persone più d’impresa alla sua guida, ritengo Marco Morganti, il nuovo presidente (già fondatore di Banca Prossima) sia stata la scelta giusta e farà un gran lavoro’, commenta.
Del Barba, da 0 a 5000 società benefit in Italia è il bilancio numerico di questi anni di sforzi per il movimento benefit: ma quanta strada c’è ancora da fare? Oggi, sono più gli oneri o gli onori per una società benefit italiana?
‘Partiamo dall’idea che, a mio parere, non si diventa società benefit per avere dei vantaggi in termini fiscali o per agevolazione di questa natura. Abbiamo sempre lavorato in questi anni proprio per evitare che l’essere società benefit prendesse questa piega, che non ha alcun senso. Io ho sempre detto ‘diventa società benefit se credi che la tua società voglia e possa apportare del beneficio comune’. Diventare società benefit è l’inizio di un percorso, come uno che si iscrive all’università, non è laurea. Poi, c’è chi arriva nei tempi alla laurea, chi si iscrive all’università per essere fuori corso, chi si iscrive e si arena. Da un punto di vista strategico, parlando del movimento, è molto più significativo tutto quello che c’è sopra l’asticella che non quello che c’è sotto, e sopra c’è tutto l’impatto sociale e ambientale che si raggiunge.
Io credo che nel nostro movimento benefit, nonostante qualche insufficienza da parte di qualche azienda, la maggior parte sia molto motivata a fare percorsi autentici di continuo miglioramento e di ricerca del beneficio comune. A prescindere da agevolazioni e incentivi, fatto che tiene la barra dritta in un contesto che vede il tema della sostenibilità ancora immaturo, caratterizzato anche da vicende ‘normative’ alterne.
Quindi, proprio per questo motivo, essere ancorati a dei valori propri, a una motivazione di beneficio comune propria, fa sì che la sostenibilità di una società benefit non sia soggetta al vento che tira. Per rispondere alla domanda: gli oneri ci sono, e anche gli onori, ma non sono gli incentivi o premialità particolari’.
Appalti e società benefit, facciamo chiarezza
A proposito di premialità: che ne è stato della modifica al codice del contratti pubblici del 2019, da lei fortemente voluta, che prevedeva l’inserimento tra gli elementi premiali che le stazioni appaltanti potevano tenere in considerazione, anche il riferimento alla valutazione di impatto delle società benefit? E’ abbastanza diffusa in rete l’informazione che tra i vantaggi dell’essere benefit ci sia un rating migliore nelle gare d’appalto pubbliche. E’ corretto?
“Non è corretto. Non esiste al momento nessun automatismo per il quale ‘essere società benefit’ assegna punteggi nelle gare d’appalto. Questo automatismo non è mai esistito, perché anche l’emendamento che avevamo introdotto nel 2019 delegava alle specifiche scelte delle stazioni appaltanti la possibilità, non l’obbligo, di inserire tale criterio premiale. Ciò è in ogni caso venuto meno: con l’entrata in vigore del nuovo Codice dei contratti pubblici di cui al d.lgs. 36/2023, questa possibilità è stata del tutto cancellata, manca oggi un riferimento alle società benefit, sebbene lo stesso codice degli appalti preveda che le stazioni appaltanti e gli enti concedenti inseriscano clausole sociali nei bandi di gara per appalti di lavori e servizi (non intellettuali) e che promuovano misure volte alla sostenibilità ambientale e all’inclusione lavorativa, anche attraverso il ricorso ai criteri ambientali minimi (CAM) e ai criteri premiali connessi all’impatto sociale e ambientale. Io ho già fatto al Ministro un paio di interrogazioni in merito, perché la nuova formulazione che parla un po’ genericamente di premiabilità, che parla in generale di criteri sociali e ambientali in modo poco chiaro, è un po’ fuffologica, vuol dire tutto e niente. Adesso c’è una norma più farraginosa, difficilmente interpretabile, nella formulazione precedente, quella che io avevo emendato, era molto chiaro: una società benefit, che realizzava la relazione annuale con la valutazione di impatto, su volontà della stazione appaltante, poteva avere dei punti in più. Comunque non tutti i mali vengono per nuocere…”
In che senso? Cosa bolle in pentola?
“Possiamo tornare a percorrere la via maestra. Il tema della priemialità negli appalti aveva la logica di iniziare a sensibilizzare le istituzioni pubbliche che fanno i bandi di gara circa il fatto che le società benefit, portando ricadute sul territorio, devono avere la loro attenzione. Era un vantaggio che la stazione appaltante era libera di attuare oppure non attuare. Nel mondo benefit c’è sempre stato chi avrebbe voluto dei benefici fiscali, io sono sempre stato contrario.
Fatto salvo un aspetto su cui da tempo lavoriamo come Assobenefit, che è la richiesta all’Agenzia delle Entrate del riconoscimento dell’inerenza per le spese sostenute per portare avanti le finalità di beneficio comune. Non è una cosa da poco, e sarebbe molto giusto per le società benefit. Il principio di inerenza è un un concetto applicato per determinare la contabilità e la fiscalità dell’impresa, stabilisce che i costi sostenuti dall’impresa sono deducibili dal reddito imponibile solo se sono pertinenti (inerenti) all’esercizio dell’impresa. Tale principio dovrebbe essere aggiornato contemplando le peculiarità delle società benefit. Oggi, molti costi che un’azienda benefit sostiene nel perseguimento delle finalità di beneficio comune non possono essere dedotte. Ma in una società benefit la finalità di beneficio comune è parte dell’oggetto sociale quanto l’obiettivo economico. Mettiamo che una società benefit che si occupa di comunicazione, in virtù dei suoi obiettivi di beneficio comune fornisca istruzione ai
giovani di strada del Brasile, attualmente non può dedurre queste ultime spese. Quello che
sosteniamo è che sarebbe molto importante, secondo me varrebbe più di qualsiasi altra
agevolazione, che avrebbe una sua logica comprensibile da tutti, è che i costi che sono
inerenti al beneficio comune siano fiscalmente inerenti. La mia visione è sempre stata
di percorrere la strada maestra, quella che in maniera sostanziale ha una sua giustificazione, che è questa qui dell’inerenza. Non benefici fiscali, tout court.
Dopodiché, se i governi vogliono premiare le aziende virtuose con bandi ad hoc, dovrebbe ormai essere chiaro che il segmento benefit produce maggiori impatti positivi”.

Essere fake nel mondo benefit non ha senso
Come vede il futuro delle società benefit nell’attuale contesto che sta vedendo perdere
slancio alle tematiche ESG?
“E’ un momento estremamente difficile che si riflette nelle priorità delle aziende.
Tuttavia, quando ho voluto fare la legge dieci anni fa partivo da un presupposto – un mondo in affanno che aveva bisogno di un cambio di paradigma – che secondo me si è solamente aggravato. E quindi, rimanendo il presupposto, rimangono tutte le motivazioni di tutto quello che si è fatto con le società benefit.
L’attuale modello di sviluppo non è sostenibile e quindi implode su se stesso. Quindi, non bisogna confondere gli alti e bassi dell’opinione pubblica o dei nuovi governi con il bisogno che noi abbiamo di correggere il modello di sviluppo in senso sostenibile.
Siccome questo bisogno rimane alto ed è aumentato, è chiaro che al di là della buona e della cattiva comunicazione, delle buone e delle cattive norme che possono essere state fatte a livello europeo, dell’andamento alterno dei governi, tra cui quello degli Stati Uniti, le ragioni che sostengono il fenomeno ‘benefit’ le vedo non solo confermate ma anche rafforzate. Come sempre, dipende da dove guardi. Se uno guarda troppo da vicino le cose, le si vede a volte distorte o con poca lucidità. Io nel mio ruolo, ma anche come estensore di legge sulle società benefit, le ho guardate molto da lontano, le ho sempre immaginate nel corso dei decenni, non dei mesi”.
Ha mai sentito il neologismo ‘benefit-washing’? Cosa ne pensa, crede vi sia una
‘emergenza’ in tale senso?
“Ci sono delle distorsioni che si sono create in questi anni che sono inevitabili quando il modello è nuovo. Dal mio punto di vista, se uno è stupido va lasciato nella sua stupidità, ma poi pagherà tutto; e creiamo una strada affinché, invece, la gran parte delle società non stupide possa alzare l’asticella. Perché va bene essere società benefit, fare la relazione di impatto, ma poi gli impatti li posso aumentare, posso capire il modo migliore di misurarli, capire come sto agendo sul beneficio comune che ho scelto, dove posso attivare meglio il suo raggiungimento, sono tutte cose che chiedono qualche anno di lavoro per essere stabilizzate. Di fianco a questa parte maggioritaria virtuosa del Movimento c’è anche chi lo fa in maniera magari meno consapevole, meno attrezzata.
Tuttavia, penso che questa idea del benefit washing, sia anche una suggestione che deriva da aspettative ingenue e frettolose e non una realtà vera: a difesa della maggior parte delle società benefit che si sono mosse poco rispetto ai modelli precedenti, e che ricadrebbero nel fenomeno, c’è da considerare l’assenza di consapevolezza degli strumenti, non tanto una volontà di truffare la legge. Non viene in tasca nulla dal benefit washing, anche perché evidentemente anche la comunicazione che possono fare sopra questa cosa è direttamente commisurata alla qualità dell’impatto che sono in grado di dimostrare (e rendicontare con la relazione d’impatto), perché qua nessuno è fesso (oltretutto nel caso delle società benefit sono previsti controlli e sanzioni a cura dell’AGCOM). Io spero che tutti, anche a seguito della vicenda CSRD e CSDDD, abbiano capito che la sostenibilità non sono quattro chiacchiere e quattro slide, è un processo lungo, come dicevo prima, diventare società benefit è solo l’inizio di un percorso”.








