I lavoratori italiani vogliono di più

Mentre si trasforma il mondo del lavoro, al contempo si trasformano i lavoratori. Quelli italiani sono i meno soddisfatti e ottimisti in Europa

La situazione ‘lavoro in Italia’ non è proprio positiva, e infatti l’Obiettivo 8 dell’Agenda 2030 è il più sentito anche dalle imprese. Il tasso di disoccuppazione è sempre alto, specialmente tra giovani e donne (circa 8%, contro una media europea del 4,6), ma d’altro canto le aziende fanno fatica a trovare lavoratori.

In questo scenario, che ruolo gioca la soddisfazione dei lavoratori? Ha voluto indagare proprio questa domanda lo studio European Work Voices 2022 promossa da Kelly Services basata su un campione di oltre 5000 persone in 10 paesi europei. Obiettivo: ascoltare le voci dei lavoratori di quasi tutti i settori economici per comprenderne le aspettative e cogliere le linee di evoluzione del lavoro.

Ovunque, emerge forte e chiaro che i lavoratori vogliono essere valorizzati nella loro globalità, in quanto persone, e ambiscono ad un lavoro gratificante: lo afferma il 45% degli intervistati (dato medio europeo), inclusi gli italiani.

Purtroppo, per gli italiani questo si traduce in una insoddisfazione rispetto al loro attuale lavoro: il 65% dei nostri connazionali ritiene di non svolgere mansioni gratificanti o che questo accada solo a volte. Su questo specifico aspetto,  l’Italia in coda ai Paesi europei davanti solo al Portogallo. 

Inoltre gli italiani sono anche più pessimisti: mentre riguardo le prospettive professionali, i livelli medi di fiducia degli intervistati dalla ricerca Kelly sono piuttosto alti nei Paesi europei, soprattutto fra i giovani sotto i 24 anni e i liberi professionisti, i lavoratori italiani non sono fiduciosi rispetto alla possibilità di fare carriera nei prossimi 5 anni, un indicatore significativo per fiducia vero il futuro del lavoro che colloca il nostro paese all’ultimo posto fra quelli dell’Unione

Effetto smart working

Come sappiamo, lo smart working o lavoro da remoto, è diventato con la pandemia una modalità lavorativa molto diffusa, ovviamente tra coloro che fanno un lavoro ‘da ufficio’. Se da una parte lo smart working ha consentito al 57% dei lavoratori di avere ottenuto un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata e al 45% di sentirsi più riposato e più felice, c’è anche chi – il 28% – vi riconosce un’insidia di sfruttamento, dichiarando di lavorare più ore di quante non ne farebbe in ufficio. Il 14% dichiara di avere difficoltà a staccare la spina. 

Infine “I datori di lavoro devono contribuire ai costi sostenuti per l’attività svolta in casa. Mentre io spendo, l’azienda risparmia”, afferma un intervistato italiano

Insomma, il lavoro a distanza ha molto potenziale rispetto al benessere lavorativo, ma va ancora tarato per bene.

In definitiva, la maggior parte delle persone cerca nel proprio lavoro la possibilità di crescere e maturare, di relazionarsi con gli altri in un ambiente di lavoro sano e stimolante, che consenta di sviluppare nuove idee. Gli intervistati della ricerca condotta da Kelly hanno dichiarato che la valorizzazione della persona nella sua globalità (45%) è il modo più importante per conferire un significato al lavoro, seguito dal coinvolgimento in progetti al di fuori della propria area di specializzazione (25%) e dall’assunzione di maggiori responsabilità di leadership (25%).

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