I referendum sulla Giustizia

La Democrazia e la Giustizia sono valori fondamentali della nostra società che, come ci ricorda l'attuale guerra, non dovremmo dare per scontati. E' quindi importante come cittadini informarci sui temi del prossimo referendum, ecco uno schema semplice di riepilogo

Si ritorna a parlare di referendum con la chiamata alle urne del prossimo 12 giugno: la consultazione riguarda la richiesta di abolire alcune norme o decreti legati al tema della giustizia.

Si tratta dunque di un referendum abrogativo, diverso da quello di tipo costituzionale del settembre 2020, in cui fu approvata la riduzione del numero dei parlamentari.

Come al solito, la formulazione delle domande è scritta con un linguaggio particolarmente complesso, di non immediata comprensione, certamente non nella modalità con cui scrivono e si esprimono 60 milioni di italiani. Crediamo che sia quindi utile fare almeno un po’ di chiarezza, con l’obiettivo di capire e spiegare le ragioni che stanno alla base dei 5 referendum.

Un primo punto fondamentale riguarda la vittoria del “NO”: questo comporterebbe che le norme e i decreti di cui si chiede l’eliminazione continueranno a esistere nella modalità attuale.

Per essere valido il referendum deve essere raggiunto il quorum, cioè deve partecipare alla votazione la maggioranza degli aventi diritto al voto. Dopodiché, affinché la norma oggetto del referendum stesso sia abrogata, la maggioranza dei voti validamente espressi deve essere “sì”.

I testi completi di ognuno sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale all’inizio di aprile: leggerli è talora un’impresa, come nel terzo quesito, che vede oltre 1070 parole che separano l’iniziale “Volete voi…” con il punto di domanda conclusivo.
Qui nel presentarli utilizziamo la sequenza che corrisponde all’ordine temporale in cui ogni richiesta è stata depositata presso la Corte di Cassazione. Potete leggere i testi integrali che troverete sulle schede su questa pagina, di seguito la nostra sintesi.

1° quesito (scheda rosa): Eliminazione delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo, a seguito di sentenze definitive di condanna per delitti non colposi. Che può essere altresì sintetizzato con “Abolizione decreto Severino”, dal nome dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino.
È un decreto che dal 2012 stabilisce una serie di limiti verso i parlamentari, gli europarlamentari, i membri del governo, gli amministratori locali, che hanno dei procedimenti penali per alcuni reati specifici. Attualmente non possono essere candidati a tali ruoli, oppure decadono dalla loro carica, coloro che sono stati condannati definitivamente a una pena superiore a due anni per delitti gravi di mafia e terrorismo; ma anche per delitti commessi da pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e per reati per cui è prevista una reclusione superiore ai quattro anni. Questo vale anche nel corso del mandato.
Se vincerà il SI, tali limiti di incandidabilità e decadenza saranno eliminati e quindi i condannati in via definitiva potranno candidarsi o continuare il proprio mandato. Saranno nuovamente i giudici che decideranno, di volta in volta, se applicare verso tali condannati eventuali divieti per ricoprire cariche pubbliche.

2° quesito (scheda arancione) – Limitazione delle misure cautelari. La custodia cautelare è giustificata dal pericolo che la persona indagata possa ripetere il reato di cui è accusata, fuggire o alterare le prove a suo carico. Sono quindi misure che riguardano le persone indagate che finiscono in carcere, anche se non sono ancora state riconosciute colpevoli di qualche reato. I promotori del referendum hanno segnalato che quasi mille persone ogni anno vengono incarcerate ma poi risultano innocenti e sottolineano che il carcere preventivo è una pratica di cui si abusa: da strumento di emergenza è diventato troppo spesso un anticipo della pena. Fatto ancor più grave per coloro che sono stati accusati di reati minori, poi addirittura assolti, ma che nel frattempo sono stati incarcerati.
Come è facile immaginare la carcerazione preventiva ha un impatto devastante nelle persone colpite: ai danni psicologici, familiari, sociali, professionali, si aggiunge l’onere economico per lo Stato: i casi di ingiusta detenzione degli ultimi 30 anni sono costati quasi 800 milioni di euro di indennizzi.
In questo caso la vittoria del SI impedirebbe la reclusione di una persona per la possibile “reiterazione del medesimo reato”, che è la motivazione usata più spesso, anche senza che il rischio esista veramente. Resterebbe naturalmente in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi.

3° quesito (scheda gialla): Separazione delle funzioni dei magistrati, con la richiesta di eliminare quelle norme che attualmente consentono il passaggio nella carriera dei magistrati dalle funzioni giudicanti (giudice) a quelle requirenti (pubblico ministero), e viceversa. L’attuale ordinamento ha già permesso a dei magistrati che avevano impostato dei procedimenti di accusa verso degli imputati, di diventare poi giudici; fatto ancor più grave quando avvenuto nello stesso processo. Questa alternanza non sembra rispettare affatto i criteri di equilibrio ed efficienza che devono essere garantiti da un ordinamento democratico, ma presta il fianco a conflitti di interesse e situazioni piuttosto nebulose.
Nel rispondere “SI”, viene richiesto ai magistrati di decidere all’inizio del proprio percorso professionale quale carriera intraprendere: o pubblico ministero o giudice. Non potrà quindi scegliere di cambiare indirizzo come oggi può fare, fino a un limite di 4 volte. In altri paesi democratici le due carriere sono già nettamente separate.

4° quesito (scheda grigia): Partecipazione dei membri “laici” a tutte le delibere del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari ed eliminazione delle norme relative alla composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte. Il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) è composto da 16 magistrati o giudici, e dalla cosiddetta componente laica, formata da 8 fra avvocati e professori universitari di materie giuridiche: tuttavia questi ultimi sono esclusi dalle valutazioni che riguardano le competenze dei magistrati. Quindi solo i magistrati possono giudicare gli altri magistrati: si tratta cioè di una sovrapposizione tra “controllore” e “controllato” che solleva dubbi sulla credibilità delle valutazioni ed è pure in contrasto con lo spirito della Costituzione, che ha voluto che nel CSM i poteri fossero gli stessi per tutti i componenti.
Se vince il SI anche i membri laici, oggi limitati a esprimere pareri sull’operato dei magistrati, potranno partecipare attivamente alla loro valutazione.

5° quesito (scheda verde): Eliminazione delle norme riguardanti le elezioni dei componenti togati del CSM. L’attuale ordinamento prevede che i magistrati (due terzi del CSM) vengano eletti da altrettanti magistrati, ma colui che voglia candidarsi deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme ovvero, deve avere il sostegno di una delle correnti a cui aderiscono i magistrati. In altre parole, queste correnti sono diventate come dei partiti dei magistrati e influenzano fortemente le decisioni prese dal CSM: assegnando incarichi ai propri componenti e promuovendo il proprio gruppo, con il rischio concreto di non garantire affatto la giustizia ai cittadini.
La vittoria del SI elimina l’obbligo della raccolta firme, permettendo quindi a tutti i magistrati in servizio di candidarsi come membri del CSM: in questo modo le votazioni metterebbero al centro il magistrato e le sue qualità, non gli interessi delle correnti.

Il referendum è un mezzo prezioso e in questo momento particolarmente utile affinché i cittadini ritrovino quella fiducia sulla Giustizia che troppi scandali e “pasticci” hanno fatto vacillare. Andare a votare è, oggi ancor di più, l’occasione perché ogni cittadino partecipi direttamente alla vita politica del nostro paese, come previsto dalla Costituzione stessa (Art. 75): è anche quello strumento che ogni comunità democratica è chiamata a usare per offrire un modello civile, equo e sostenibile alle generazioni future.

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