Isabel Teleguario, una storia di intersezionalità

Giovane, donna e Maya, leader di Aj Quen Guatemala, Isabel ci racconta il suo Paese a partire dalla terra, sottratta ai popoli indigeni, negata spesso alle figlie femmine, e oggi riconquistata a piccoli passi. Una storia di intersezionalità concreta, dove telai, avocado e consapevolezza diventano strumenti di autonomia

La discussione era nata attorno a un terreno di famiglia. C’erano parenti, opinioni diverse, una decisione da prendere. A un certo punto, mentre anche le donne intervenivano, un uomo interrompe la conversazione: “State zitte, voi qui non potete dare opinioni, siete donne. Ricordatevi che gli uomini sono la testa della famiglia“.
Juana Isabel Teleguario, 28 anni, già presidente di Aj Quen Guatemala, quel momento lo ricorda con precisione. Per lei fu uno shock, proprio perché nella sua famiglia quel tipo di mentalità non era abituale. Ma sapeva che altrove, in molte comunità del Guatemala, era ancora parte della vita quotidiana: le donne possono lavorare, sostenere la famiglia, coltivare la terra, ma non hanno lo stesso diritto di parola.
Da quella scena parte il racconto di Isabel: una storia che parla di genere, identità indigena, accesso alla terra e autonomia economica. È qui che l’intersezionalità smette di essere una parola astratta e diventa esperienza concreta: l’incrocio di discriminazioni diverse che, insieme, limitano la libertà di una persona.

Foto di Juana Isabel Teleguario con lo sfondo delle campagne
Juana Isabel Teleguario

Non siamo solo donne, siamo anche indigene

Quando parla della condizione femminile in Guatemala, Isabel evita le semplificazioni. ‘Ogni territorio è diverso’, spiega. A Patzún, sugli altopiani del Paese, molte donne oggi studiano, lavorano, hanno più libertà rispetto alle generazioni precedenti. Ma la discriminazione resta.
È il pane di ogni giorno in un Paese come il Guatemala, dove noi donne soffriamo una doppia discriminazione. Non siamo solo donne, siamo anche indigene. E allora la nostra voce è meno ascoltata di quella di altre donne“.
Essere donna Maya significa muoversi dentro un intreccio di ostacoli: genere, origine indigena, povertà rurale, accesso limitato all’istruzione, difficoltà di possedere o ereditare terra. Anche quando le donne lavorano fuori casa, il cambiamento resta incompleto.
Molte donne, anche se escono a lavorare, devono tornare a casa a preparare la cena, il pranzo, a fare il doppio del lavoro rispetto agli uomini“, dice Isabel.
Nelle aree più rurali, il controllo può essere ancora più forte: donne che non partecipano alle riunioni perché non hanno il permesso, che devono rientrare presto per i lavori domestici, che subiscono la pressione dei mariti o dei suoceri. Per questo, in una realtà come l’associazione Aj Quen, anche una riunione, un laboratorio, una consegna di prodotti o una giornata di formazione possono diventare spazi di libertà. “In una comunità qui vicino, una donna che teneva un programma per l’emancipazione femminile ha dovuto chiudere, perché gli uomini hanno ritenuto che stesse mettendo ‘cattive idee in testa alle donne. ‘Stai viziando le donne qui, perché adesso dicono di avere diritti’ , le hanno detto, e quindi l’hanno minacciata, ‘o taci, o te ne vai dalla comunità, o muori ‘ così direttamente”.

Foto di un gruppo di donne Maya della cooperativa sedute davanti a un tavolo

La terra che racconta un popolo

A Patzún, la terra è lavoro, sopravvivenza e appartenenza. Ma per molte famiglie Maya resta anche il simbolo di una disuguaglianza che si trascina nella storia: coltivarla non significa sempre possederla, e viverci non significa sempre poter decidere.
Nella famiglia di Isabel, questa ferita ha il volto della bisnonna, privata di una parte importante dei suoi terreni. “Molte delle nostre terre sono state saccheggiate“, racconta. “Nel caso della mia bisnonna, è successo proprio questo. Lei perse molto terreno e oggi le parcelle che ci sono rimaste sono ridotte, piccole“.
La vicenda familiare si inserisce in una storia collettiva molto più ampia. Il dossier Terra e Libertà di Fondazione Altromercato ricorda come le comunità Maya siano state private delle loro terre fin dalla colonizzazione e spinte verso gli altopiani meno fertili. Durante gli anni ‘80, le operazioni di pulizia etnica chiamate “Tierra Arrasada” distrussero comunità, abitazioni, mezzi di sostentamento e pratiche culturali. Tra il 70% e il 90% dei villaggi Maya Ixi furono bruciati e circa il 60% della popolazione fu costretta a fuggire sulle montagne.
Gli accordi di pace del 1996 promettevano una redistribuzione della terra, ma la riforma agraria non è mai arrivata. Ancora oggi, secondo i dati riportati nel dossier, i piccoli produttori rappresentano il 92% delle aziende agricole del Guatemala ma hanno accesso solo al 22% della terra agricola; i grandi produttori, appena il 2,5% delle aziende, controllano invece il 57% delle terre agricole.
Per le donne Maya, l’ingiustizia si moltiplica. Alla sottrazione storica subita come popolo si aggiunge una consuetudine patriarcale che spesso ha escluso le figlie dall’eredità.
Prima succedeva che le donne non ereditassero terreno dai genitori“, spiega Isabel. “Secondo i padri, le figlie si sarebbero sposate e quindi era inutile lasciare loro della terra. Agli uomini invece sì, perché avrebbero formato una famiglia e sarebbero stati capifamiglia“.

Dai telai ai cortili coltivati

Aj Quen (significa ‘colei che tesse’) nasce nel 1989 dall’organizzazione di gruppi di artigiane indigene Maya K’iche’, Kaqchikel, Tz’utujil e Q’eqchi’, molte delle quali vedove e sopravvissute alla guerra civile. Per loro, il telaio è diventato reddito, ma anche uscita dall’isolamento. Oggi l’associazione riunisce 200 socie in 9 gruppi organizzati.
Isabel conosce Aj Quen fin da bambina. Accompagnava la nonna alle riunioni e alla consegna dei prodotti. “Avevo quattro, cinque anni, forse fino ai sette. Guardavo mia nonna fare bamboline (muñecas quitapenas), ricamare, tessere. E ho imparato poco a poco con lei“.

fotografia ravvicinata di una donna che tesse con un piccolo telaio


È entrata ufficialmente nel gruppo Artesanas Mayas a 18 anni, dopo il diploma come perito in architettura. A differenza della maggior parte delle sue coetanee ha potuto studiare, ed è grazie a questa marcia in più che porta nuove idee, nuova energia e si guadagna la stima di tutti. All’interno dell’associazione ha ricoperto diversi ruoli, è stata anche presidente, oggi si occupa soprattutto dell’empowerment femminile, quindi di accompagnare le donne nella formazione e in percorsi di autonomia e imprenditorialità. “Sinceramente, per la mia età, non mi aspettavo di arrivare alla presidenza. Ma le compagne hanno visto in me qualcosa, forse un potenziale, e mi hanno proposta“.
Da giovane presidente, Isabel ha modernizzato la gestione con strumenti digitali e ha fatto in modo di rendere le informazioni tecniche e contabili più comprensibili per tutte. “Avevamo bisogno che le informazioni fossero spiegate in modo che anche le donne che non avevano frequentato la scuola primaria potessero capirle“. Sono cose molto importanti in una comunità in cui l’istruzione è ancora un lusso e molte donne firmano i documenti con l’impronta digitale.
Proprio sotto la sua presidenza, l’associazione ha affrontato le conseguenze del periodo post-pandemia, durante il quale è maturata una svolta radicale: estendere l’attività dalla sola tessitura all’agricoltura.

Un cambio di passo

A un certo punto tessere borse, cuscini colorati e muñecas quitapenas non è bastato più. Il mercato del tessile artigianale era già diventato fragile, stretto dalla concorrenza dei prodotti industriali a basso costo; con la pandemia è crollato. Bisognava inventare qualcosa di nuovo. È in questa transizione che la collaborazione con Altromercato, che opera secondo i principi del commercio equo, ha aperto una strada possibile. Così, accanto ai telai, sono arrivati ortaggi, avocado, macrotunnel, idroponica e pannelli solari.
Nasce il progetto “Agricoltura Sostenibile in Guatemala”, sostenuto da Altromercato e Fondazione Altromercato, con l’obiettivo di trasformare l’agricoltura di sussistenza delle socie di Aj Quen in una fonte di reddito stabile. Il lavoro si muove su tre fronti: formazione, produzione e commercializzazione. Gli orti familiari si ampliano, le colture si diversificano per migliorare l’alimentazione e generare eccedenze da vendere. L’avocado, già presente nei cortili di molte famiglie, diventa una coltura biologica su cui costruire una nuova filiera. In tre anni, il progetto ha distribuito alle 200 socie di Aj Quen 41.710 piantine di ortaggi e 2.660 piante di avocado.


Proprio sull’avocado bio — la cui prima partita è arrivata in Italia, nelle Botteghe Altromercato, lo scorso marzo, segnando la prima esportazione assoluta di avocado biologico dal Guatemala — si misura la portata del cambiamento. Per arrivare alla produzione e alla commercializzazione è stato necessario colmare vuoti enormi: la mancanza di terra da coltivare, di disciplinari biologici, di competenze tecniche e di una filiera distributiva capace di portare il prodotto fino al mercato.
La questione della terra resta centrale. L’obiettivo del progetto è arrivare a produrre oltre 500 tonnellate l’anno di derrate alimentari biologiche, tra avocado e ortaggi, migliorando gli standard nutritivi di più di 1.800 persone e le condizioni economiche delle loro famiglie. Ma molte donne non hanno abbastanza terra, alcune non ne hanno affatto. Alcune socie hanno potuto usare un terreno messo a disposizione da Isabel e da suo padre. Altre sono riuscite ad affittare piccoli lotti, assumendosi una responsabilità enorme nel contesto in cui vivono. Ognuna cerca di fare quello che può. “Qualche socia che non aveva terreno inizialmente ha detto: io non posso piantare nemmeno un albero. – racconta Isabel. – Forse però posso averne uno nel patio di casa mia. E lì me ne prenderò cura”.
Accanto alla terra, c’è il tema delle competenze. Un piccolo team di quattro agronomi — tre uomini e una donna — accompagna le socie nel miglioramento delle tecniche di semina, nell’uso di concimi organici e nelle buone pratiche agricole. Ma insieme alle competenze cresce anche qualcos’altro: la fiducia di potercela fare, l’intraprendenza, la capacità di cercare opportunità invece di aspettarle.
Le donne non restano più solo ad aspettare che arrivino i progetti. Escono a cercarli“, racconta Isabel. “Nel mio gruppo stiamo coltivando con i macrotunnel il pomodoro, altre hanno iniziato a seminare fragole. Stiamo imparando anche a installare pannelli solari, per avere un’agricoltura più pulita e usare energie più pulite nelle nostre case“.
In altri gruppi, alcune socie lavorano con l’idroponica, coltivando lattuga anche per la vendita ai supermercati; altre sperimentano forme di risparmio comunitario. È qui che il progetto mostra il suo valore più profondo: non aggiunge semplicemente una nuova attività economica al lavoro delle donne, ma allarga il loro spazio di decisione. Dalla produzione tessile all’agricoltura biologica, dai cortili familiari ai mercati, il cambiamento passa attraverso una conquista concreta di autonomia.

Un nido per imparare a volare

Per Isabel, Aj Quen è un luogo in cui le donne imparano a riconoscersi, a parlare, a decidere. La libertà economica conta, ma non basta.
Molte donne hanno imparato che hanno voce, che hanno diritti, che hanno libertà, che sono capaci“, dice. “E hanno iniziato ad acquisire non solo libertà economica, ma anche emotiva“.
Poi usa un’immagine che contiene tutto il senso di questa trasformazione.
Aj Quen è un nido di libertà per le donne. Un nido perché le donne imparino davvero a volare, non solo a restare legate a un punto“.
È forse questa la risposta più forte all’uomo che, durante quella discussione sul terreno, aveva detto alle donne di tacere. Aj Quen non insegna soltanto a produrre meglio, a vendere, a coltivare pomodori o avocado. Insegna che una donna Maya può prendere parola anche quando la storia, la famiglia, il mercato e la società le hanno detto il contrario.
Isabel appartiene già a una nuova generazione. Ha raccolto il filo dalle nonne tessitrici e lo sta portando altrove: nei cortili coltivati, nei macrotunnel, nei pannelli solari, nelle assemblee dove le informazioni devono essere comprese da tutte. La sua storia di intersezionalità non è solo una somma di ostacoli. È anche una somma di saperi: lingua, memoria, terra, artigianato, comunità, capacità di mediare tra generazioni.


A Patzún, e nei gruppi di Aj Quen, il futuro comincia così: da una voce che non accetta più di tacere e da un seme piantato anche dove la terra è stata negata.

(Tutte le foto dell’articolo sono di Beatrice De Blasi)

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