Italiani meno felici sul posto di lavoro

Rallenta la Great Resignation, ma i lavoratori italiani sono meno felici dello scorso anno. Serve un ripensamento di welfare (e stipendi).

Il concetto di welfare aziendale sta assumendo nuove dimensioni nel panorama italiano. Complice, probabilmente, una situazione economica del Paese che vede il valore degli stipendi (in Italia molto bassi) sempre più eroso dal caro vita, torna al centro dell’interesse delle persone il lato economico del lavoro.

Uno stipendio maggiore è la principale spinta nella scelta di una nuova posizione lavorativa; i benefit più apprezzati sono i buoni pasto, le piattaforme welfare (sanità, servizi per la famiglia, istruzione, ecc), i buoni acquisto e carburante.

L’Italia è 11° nella classifica degli stipendi nell’Unione Europea (Eurostat), lo stipendio medio nel settore privato è di 30.838 euro lordi all’anno (circa 24.000 euro netti), contro una media europea per il reddito lordo annuo è di circa 40.000 euro.
L’erosione del potere d’acquisto degli stipendi in Italia è un problema persistente e complesso, influenzato da diversi fattori come l’inflazione, la crescita economica lenta e il sistema contrattuale del lavoro. La crescita dei salari nominali è stata inferiore all’inflazione, portando a una diminuzione dei salari reali.

L’indagine

La recente indagine dell’Osservatorio BenEssere Felicità, realizzata in collaborazione con Up Day, condotta con 1000 interviste, ha in sintesi confermato il fatto, ormai assodato nelle aziende, che il welfare aziendale faccia parte del pacchetto non solo retributivo, ma della stessa soddisfazione: il 60% dei lavoratori italiani riconosce il welfare come un elemento determinante per la propria felicità sul posto di lavoro, mentre il 45% lo considera un componente essenziale del benessere aziendale, sebbene non un fattore decisivo per un cambio di occupazione.

L’indagine rileva che gli italiani sono complessivamente meno felici rispetto all’anno precedente, con una media di 3,09 punti su 5, in calo rispetto al 3,24 del 2024. Nonostante questo trend generale, emergono dati interessanti sulla distribuzione della soddisfazione lavorativa: le donne superano gli uomini (3,28 contro 3,23) e la Generazione Z guida la classifica con un valore medio di 3,34, seguita dai Baby Boomers (3,31), Millennials (3,27) e Generazione X (3,21).

“Quest’anno abbiamo visto che rallenta lievemente la Great Resignation (la grande ondata di dimissioni degli ultimi anni, ndr.),” afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità. Il 59,9% degli intervistati ha dichiarato di non voler cambiare lavoro nei prossimi 12 mesi, rispetto al 55% del 2024. La percentuale di chi desidera cambiare mestiere è scesa al 17%, rispetto al 21% dell’anno precedente.

Lo stipendio rimane il fattore predominante nella scelta di un nuovo impiego, citato dal 48% degli intervistati (in aumento rispetto al 42% del 2024) e si posiziona ben 25 punti percentuali sopra la flessibilità (22%) e le opportunità di crescita (21%). L’importanza del welfare aziendale come fattore decisionale è diminuita dal 17% del 2024 al 13% quest’anno.

Tra le categorie professionali, i lavoratori autonomi si dichiarano più soddisfatti rispetto ai dipendenti (3,40 contro 3,22), mentre i laureati esprimono maggiore felicità rispetto a chi non ha un percorso universitario (3,33 contro 3,21).

Il Sud e le Isole guidano geograficamente la consapevolezza dell’importanza del welfare aziendale con un punteggio di 3,71, seguiti dal Nord Ovest (3,56), Nord Est (3,52) e Centro (3,50).

Mariacristina Bertolini, Vice Presidente e Direttrice Generale di Up Day, sottolinea la necessità di ripensare il concetto stesso di welfare aziendale: “Emerge un disincanto forse dovuto anche alle eccessive aspettative in un welfare erogato dalle aziende, che non può competere o sostituirsi al welfare pubblico: basti pensare che quest’ultimo nel 2022 era di poco inferiore a 650 miliardi, a fronte dei 3 miliardi di quello privato.”

Un dato particolarmente significativo riguarda la percezione dei programmi di supporto: solo il 13% degli intervistati ritiene che nella propria azienda vengano promossi programmi di supporto alla genitorialità e appena il 10% identifica programmi di supporto al caregiving.

Un modello di welfare che deve evolversi

“Questi dati ci spingono a riflettere su una nuova grammatica del welfare. Paradossalmente, le risposte che vedono più determinante il welfare aziendale nella felicità dei lavoratori sono distribuite nei territori con un minor grado di diffusione degli stessi strumenti di welfare. Crediamo che questo sia dovuto al fatto che, chi l’ha ottenuto, ha compreso quanto il vero welfare non sia solo buoni pasto o buoni carburante, ma è qualcosa che promuove l’accompagnamento ai bisogni dei cicli di vita, la promozione dell’unicità delle persone, dello smart working, dei programmi di supporto alla genitorialità o del caregiving” afferma Mariacristina Bertolini.

“Non può più essere solo un pacchetto di benefit,” conclude Bertolini, “ma deve evolversi verso un modello che metta al centro ciclo di vita, bisogni reali, relazioni, flessibilità e supporto alla vita personale.

L’indagine, condotta dall’Istituto di ricerca SWG S.p.A. tra il 3 e l’8 marzo 2025, ha raccolto 1.000 interviste tramite metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interviewing), distribuendo il campione in base a variabili territoriali, dimensione del centro abitato, genere, generazione culturale, tipologia di rapporto di lavoro, fasce reddituali e titolo di studio.

L’Osservatorio BenEssere Felicità, giunto alla sua quinta edizione, è nato con l’obiettivo di misurare la felicità tra la popolazione professionalmente attiva, e nel 2025 ha inserito un focus specifico sul rapporto tra felicità e welfare grazie alla partnership tecnica con Up Day, azienda che opera nel mercato dei servizi alle imprese tra cui buoni pasto, buoni acquisto e piani di welfare aziendale.

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