Nel Carcere di Venezia con formazione e lavoro si cambia vita

La cooperativa sociale Rio Terà dei Pensieri da anni aiuta detenute e detenuti a investire sul proprio futuro, grazie a progetti anche innovativi come il brand Malefatte. Una ex-detenuta racconta la svolta nella propria vita

“Ho sbagliato, ho capito di aver sbagliato, ho pagato. Ho scontato la pena più per la lontananza di mia figlia, che era piccola quando sono entrata in carcere, piuttosto che per il periodo di detenzione. Ora ritengo di poter essere rispettata da tutti”. Il racconto di Giada (nome di fantasia, ndr) inizia così, con il pentimento di chi ha capito di aver sbagliato e la rabbia per una società incapace di reinserire, accogliere, comprendere anche chi ha pagato e ha cambiato strada, trovando quella giusta.

Giada è responsabile di vendita nella cooperativa con la quale ha avviato un progetto di lavoro in carcere. È apprezzata per la sua professionalità, è nel consiglio di amministrazione della cooperativa, ha una casa, si è ricostruita una vita. “In cooperativa – continua Giada – mai nessuno mi ha trattata da detenuta. Né quando ero ancora al carcere di Venezia, né dopo. Io devo ringraziare il cielo per aver scontato la pena in quel posto, dove ho incontrato Vania e le altre persone che collaborano ai progetti della cooperativa sociale Rio Terà dei Pensieri. La mia vita, da quando ho incontrato loro e ho avuto la possibilità di uscire dalla cella per lavorare, è cambiata. Quando uscivo per lavorare all’orto del carcere io mi sentivo libera e soprattutto avevo un filo di speranza al quale attaccarmi”.

I progetti che la cooperativa organizza in carcere sono come un lumicino che si accende e guida in un momento buio della propria vita. Le occasioni di formazione e lavoro rivolte ai detenuti e alle detenute del Carcere di Venezia sono un faro nella vita di persone che cercano una nuova opportunità. “La nostra cooperativa sociale – afferma Vania Carlot – dal 1994 investe sulle persone che vogliono riscattarsi e ricostruirsi non solo un percorso professionale ma anche relazionale e sociale, una volta arrivata la fine pena. Non siamo semplici datori di lavoro: curiamo tutti gli aspetti della rieducazione dei detenuti e delle detenute, cercando di accompagnarli anche quando escono dalle porte del carcere e si trovano a fare i conti con la solitudine, la disoccupazione, lo stato di indigenza e, quando stranieri, anche con l’assenza di documenti. Praticamente con un’unica possibilità a portata di mano: tornare a sbagliare come fatto in passato”.

I progetti di lavoro del carcere di Venezia

Diversi i percorsi di qualificazione professionale proposti nel carcere femminile e maschile di Venezia. Tra questi, al maschile, un laboratorio di upcycling dove si riusano materiali pubblicitari in PVC per costruire nuovi oggetti, nel rispetto dell’ambiente e con l’obiettivo di promuovere l’economia circolare, e quello di serigrafia, dove i detenuti realizzano stampe su tessuto utili a personalizzare capi d’abbigliamento, accessori e gadget. Nel carcere femminile, a partire dal 1995, è possibile lavorare presso “l’orto delle meraviglie”, ovvero 6mila metri quadrati di terreno dove, grazie al lavoro delle detenute, si ricavano frutta e verdura biologiche da vendere all’esterno della casa circondariale. Nell’orto coltiviamo anche le erbe officinali usate nel laboratorio di cosmesi, nato nel 2000.

Tra i progetti più riusciti ‘Malefatte’, un marchio di prodotti che vuole alludere ironicamente al fatto che la provenienza è riconducibile al “dentro” le mura carcerarie. Malefatte vendute grazie a uno store online e ad alcuni punti vendita “fisici”, dove sono organizzati periodicamente anche gli open day utili a far visitare il laboratorio esterno al carcere e raccontare la storia dei prodotti.

Il laboratorio di PVC riciclato che produce gli articoli venduti con il marchio ‘Malefatte’

Le “meraviglie” dell’orto in carcere

“Questo spazio, tra i primi che abbiamo realizzato, lo riteniamo davvero prezioso per diversi motivi” – continua Vania Carlot. “Il primo è che consente di comprendere quanto l’impegno, la puntualità, la cura possano contribuire in modo forte al risultato finale, quello con l’orto si vede crescere giorno dopo giorno. Il secondo è che si ha l’opportunità di migliorare le proprie capacità di collaborare, sostenersi, aiutarsi reciprocamente oltre che dare la possibilità di “uscire”, accompagnate dal personale della cooperativa, per vendere i prodotti al pubblico una volta a settimana in un piccolo banco situato nella fondamenta antistante il carcere”.

Un gruppo di donne che lavorano nell’orto biologico

Considerare questa attività redditizia corrisponde più a un sogno che non alla realtà, ed è per questa ragione che l’orto è finanziato da altri laboratori oltre che da fonti di finanziamento pubbliche e private. “Condividiamo con i detenuti e le detenute la situazione economica della nostra cooperativa e dei progetti messi in campo” – chiarisce Vania. “Spieghiamo loro che sopravvivere solo tramite la vendita dei prodotti di un orto così piccolo, nonostante le collaborazioni attivate con alcuni ristoranti della zona e con gruppi di acquisto equo e solidale, sarebbe utopico. E questo crediamo sia così importante da avere molti soci tra le persone detenute e in consiglio di amministrazione, chi da quell’esperienza è uscito.

Una veduta dell’orto biologico

Quanti i detenuti e le detenute che si riesce a coinvolgere?

“Complessivamente – risponde l’operatrice della cooperativa sociale – le persone in carcere che possono accedere alle nostre proposte lavorative sono una trentina, ripartite tra orto (7-8 persone), laboratorio di cosmesi (2-3), laboratorio di PVC (7-8) e serigrafia (2). In più abbiamo una convenzione con la Municipalizzata del Comune di Venezia alla quale forniamo personale in semilibertà o in affidamento, o a fine pena, da poter impiegare in diverse attività. Diciamo che nel carcere femminile grazie a noi e ad altre realtà che operano all’interno si arriva a poter occupare circa un 70% delle donne, mentre ci sono maggiori difficoltà al maschile dove le percentuali sono molto più basse. In generale, comunque, non riusciamo mai a soddisfare tutte le richieste. E questa è la cosa che più di tutte ci stimola a cercare nuovi finanziamenti per altri progetti”.

Pochi i “fortunati” secondo Giada che hanno l’opportunità di lavorare. “Dopo il primo incontro con Vania – racconta – ho sperato di poter essere chiamata ed è successo. Ho iniziato con il laboratorio di cosmetica. Quando lavoravamo ci sentivamo libere, ma una volta finito il turno iniziava l’incubo. I cattivi pensieri quando si è in carcere prendono il sopravvento. Mi mancava mia figlia. Mi sentivo in colpa per quello che stava vivendo a causa mia. Volevo rimediare e l’ho fatto lavorando”.

I progetti della cooperativa sociale Rio Terà dei Pensieri possono contare da tempo anche sul sostegno di alcune aziende. “La collaborazione con la cooperativa – afferma Concetta Lattanzio, Corporate Social Responsibility Director di Engineering Ingegneria Informatica – è partita dalla volontà di coniugare economia circolare a impegno sociale con il recupero di nostri materiali pubblicitari in PVC trasformati in borse e altri oggetti. Il sostegno è passato poi alla formazione nelle sartorie, all’acquisto di saponi ecologici prodotti nel laboratorio di cosmesi che saranno utilizzati nelle sedi aziendali, per arrivare all’Orto delle Meraviglie, un progetto ritenuto da subito meritevole di attenzione e di aiuto concreto”.

Ma quali sono gli ostacoli di questi progetti e come superarli?

“Lavorare con i detenuti e le detenute non è facile, ma non lo è non certo per quello che può pensare qualcuno” – dice Vania Carlot. “Al maschile per esempio è complesso perché le pene sono brevi e c’è un veloce ricambio di persone che non ci consente di poter contare su persone formate. C’è poi il problema della lingua e delle diverse culture, vista la presenza di un elevato numero di stranieri. Oltre questo, c’è la preoccupazione del come poter accompagnare i nostri “lavoratori” e le nostre “lavoratrici” una volta usciti, quando hanno bisogno di qualcuno che possa aiutarli a ricostruire una rete di relazioni positive oltre che di un posto in cui stare. Quest’anno, per la prima volta, ci siamo cimentati con il tema dell’accoglienza abitativa e in partenariato con Fondazione Esodo e Caritas Venezia, stiamo gestendo una casa accoglienza dove attualmente vivono quattro donne, uscite di recente, che potranno stare gratuitamente lì per sei mesi, ovvero il tempo di trovare un lavoro e un’altra sistemazione. Sappiamo fin troppo bene che, purtroppo, i problemi spesso per chi è in carcere iniziano proprio con la riconquista della libertà”.

E la storia di Giada è la storia di una seconda possibile opportunità. “La storia di Giada – chiosa Vania – è quella che vorremmo per tutte le persone che incontriamo nel nostro cammino.

(foto di copertina: il team di Rio Terà dei Pensieri e l’artista Mark Bradford che hanno collaborato per alcuni progetti)

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