Una sottile pellicola, quasi invisibile, accompagna milioni di lavaggi ogni giorno: è quella che avvolge le capsule di detersivo e che, a contatto con l’acqua, si dissolve liberando il prodotto. E’ spesso realizzata in PVOH, cioè alcol polivinilico, indicato anche come PVA: un polimero sintetico progettato per sciogliersi in acqua, sul quale esistono crescenti preoccupazioni circa il suo impatto ambientale.
Il fatto che scompaia alla vista, infatti, non significa che sparisca del tutto. Una volta disperso nell’acqua di lavaggio, il materiale finisce nelle acque reflue, dove deve essere degradato durante il trattamento delle acque stesse e successivamente è reimmesso nell’ambiente. Quanto questo ciclo avvenga in modo completo e senza creare impatti nocivi e rilasci di microplastiche dipende da diverse condizioni.
È da qui che parte PlantSea, giovane società nata in Galles nel 2020: dalla possibilità di realizzare la stessa pellicola con una materia prima diversa dai polimeri sintetici. La soluzione che sta sviluppando arriva dal mare, attraverso le alghe.
Perché cercare un’alternativa all’alcol polivinilico
Sul proprio sito PlantSea descrive l’alcol polivinilico come una plastica monouso che, una volta sciolta, può continuare a essere presente nell’acqua.
La questione è però più complessa. Alcuni studi indicano che una parte del materiale può raggiungere l’ambiente attraverso acque reflue e fanghi, mentre altri hanno osservato livelli elevati di biodegradazione in condizioni di trattamento controllate. Anche l’idea che il PVA disciolto debba essere considerato automaticamente una microplastica è discussa nella letteratura scientifica.
Non è quindi assodato che PVA e PVOH rilascino necessariamente microplastiche, ma si tratta comunque di un polimeri sintetici monouso destinati a finire nelle acque di scarico, e che il suo comportamento ambientale può cambiare molto a seconda delle condizioni e come viene trattato.
Risolvere alla radice il problema sostituendo tale materiale è l’obiettivo di PlantSea, partendo da una risorsa rinnovabile.
Come funziona la soluzione di PlantSea
PlantSea sta sperimentando un polimero ricavato dalle alghe, trasformabile in una pellicola flessibile e solubile in acqua. La prima applicazione individuata riguarda proprio le capsule per lavatrice e lavastoviglie.
Secondo l’azienda, il materiale è stato pensato per poter essere utilizzato negli impianti già esistenti per la produzione di film idrosolubili, senza richiedere una completa sostituzione dei macchinari. PlantSea sostiene inoltre che i tempi di dissoluzione siano paragonabili a quelli dei materiali oggi utilizzati. (plantsea.co.uk)
È un aspetto importante, perché una nuova soluzione ha molte più possibilità di essere adottata se può inserirsi nei processi produttivi già in uso. Ma si tratta ancora di caratteristiche che dovranno essere verificate su volumi più grandi e in condizioni industriali reali.
Perché proprio le alghe
Le alghe sono studiate da tempo per la produzione di nuovi materiali perché contengono sostanze naturali che possono essere trasformate in film e rivestimenti. Hanno anche alcuni vantaggi potenziali: non richiedono terreni agricoli, non hanno bisogno di irrigazione con acqua dolce e possono essere coltivate in ambiente marino.
Questo, però, non significa che un materiale derivato dalle alghe sia automaticamente sostenibile. Raccolta, coltivazione, trasporto, lavorazione ed energia necessaria per trasformarle incidono comunque sull’impatto finale. Bisogna dunque anche domandarsi se un materiale, per quanto “naturale”, abbia nel suo intero ciclo di vita un impatto inferiore rispetto alla soluzione che sostituisce.
Dalla sperimentazione alla produzione
PlantSea si trova ora nella fase più delicata: capire se il materiale può uscire dal laboratorio ed essere prodotto in quantità sufficienti per il mercato.
Un passaggio concreto riguarda l’aumento della capacità produttiva. Grazie a un finanziamento da 130 mila sterline dell’Henry Royce Institute, la società punta a passare da 450 litri a 5.000 litri, con l’obiettivo successivo di arrivare a 10.000 litri. Il progetto prevede anche l’accesso ad attrezzature specialistiche dell’Università di Manchester e il supporto di CPI, centro britannico per l’innovazione di processo.
Nel 2026 PlantSea aveva già ottenuto 1,8 milioni di sterline per sostenere lo sviluppo del materiale e ottenuto 3,5 milioni di euro dall’European Innovation Council Accelerator (EIC Accelerator) per aumentare ulteriormente la capacità produttiva e realizzare una prima bioraffineria dimostrativa nel Nord del Galles.
Il salto di scala atteso ora è significativo, ma resta ancora lontano dai volumi delle filiere industriali consolidate: oggi si stima una produzione di capsule utilizzate ogni anno nel mondo di circa 35–40 miliardi (di capsule appunto). La verifica più importante sarà quindi capire se il materiale realizzato dalle alche manterrà le stesse caratteristiche anche quando verrà prodotto in quantità molto maggiori.
PlantSea si inserisce in un filone di ricerca sempre più ampio sui materiali ricavati dalle alghe e, più in generale, sulle alternative alla plastica di origine fossile.
I prossimi passaggi saranno decisivi: bisognerà capire se il materiale può essere prodotto in quantità sufficienti, a costi sostenibili, con prestazioni costanti e con un impatto ambientale inferiore rispetto all’alcol polivinilico oggi utilizzato.
Per ora, quella di PlantSea è una soluzione promettente applicata a un uso molto specifico, e forse è proprio questa la strada per affrontare il problema enorme della plastica : non sostituire tutta la plastica con un unico materiale, bensì capire dove nuove materie prime possano offrire alternative concrete e migliori.








