Quando l’energia solare cambia l’accesso alle cure: il caso delle cliniche rurali in Uganda

Nelle comunità ugandesi lontane dalla rete elettrica, portare energia in una struttura sanitaria significa permettere a un’ostetrica di assistere un parto dopo il tramonto e a una clinica di restare aperta più a lungo. Un progetto di Let There Be Light International, analizzato con il supporto di SAS, prova ora a misurare questo impatto attraverso oltre dieci anni di dati

Nei Paesi occidentali siamo abituati a pensare all’energia solare come a una scelta: il fotovoltaico è una fonte di energia più pulita, utile per ridurre le emissioni e rendere il sistema energetico meno dipendente dai combustibili fossili. In molte aree rurali dell’Africa, però, il punto di partenza è diverso: dove la rete elettrica non arriva o funziona in modo discontinuo, un impianto solare è il modo più rapido e accessibile per avere luce, conservare un vaccino, alimentare un’apparecchiatura o assistere un parto dopo il tramonto. Qui il solare coincide prima di tutto con l’accesso all’energia, e anche una piccola luce a energia solare può fare la differenza. Oltre mezzo miliardo di persone in Africa vive ancora senza energia elettrica.

Cosa succede se una donna arriva in una clinica rurale quando è già buio e sta per partorire? L’ostetrica magari è presente, ma senza una fonte di luce affidabile anche una procedura ordinaria diventa più difficile; in molte strutture lontane dalla rete elettrica si ricorre ancora a torce, cherosene o telefoni cellulari per illuminare le stanze.

La situazione riguarda una parte consistente dell’Africa subsahariana. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 15% delle strutture sanitarie della regione non ha accesso all’elettricità e solo il 40% dispone di una fornitura affidabile; le difficoltà aumentano nelle zone rurali, dove le interruzioni compromettono servizi di base come illuminazione, refrigerazione dei vaccini e assistenza al parto. Nel complesso, quasi un miliardo di persone nei Paesi a basso e medio-basso reddito dipende da strutture sanitarie prive di energia affidabile.

È in questo contesto che lavora Let There Be Light International, organizzazione che da oltre dieci anni porta sistemi fotovoltaici nelle cliniche e nelle case delle comunità rurali ugandesi.

Come funziona il programma LTBL

Let There Be Light International (LTBL) è un’organizzazione non profit statunitense che dal 2014 porta energia solare nelle comunità africane senza accesso alla rete (sito ufficiale). In Uganda lavora con Solar Health Uganda per installare e mantenere impianti fotovoltaici nei centri sanitari di base fuori rete. I sistemi alimentano l’illuminazione, le apparecchiature mediche e gli alloggi del personale. Oggi servono 90 cliniche, ciascuna con un bacino medio di circa 12.000 abitanti, per oltre un milione di persone in totale, ogni struttura viene monitorata ogni mese e riceve visite tecniche e aggiornamenti quando servono; la maggior parte è ora aperta 24 ore su 24.
Il secondo ambito riguarda le famiglie. Insieme a partner locali, l’organizzazione distribuisce lampade solari a madri, persone con disabilità, anziani e studenti in Uganda, Rwanda, Malawi e Kenya, che sostituiscono le dannosissime lampade a kerosene, che in casa producono fumo e rischio di incendio. Nelle cliniche che aderiscono a Safe Births + Healthy Homes i due ambiti si incontrano: all’energia solare della struttura si aggiungono l’educazione sanitaria nella comunità e una lampada personale per ogni donna che partorisce in clinica e la porta a casa. La lampada diventa così anche un incentivo a scegliere il parto assistito. Tra le patologie più frequenti nelle cliniche ci sono infezioni respiratorie e agli occhi, legate anche all’aria inquinata nelle case con il kerosene. L’organizzazione riferisce che, dopo aver ricevuto una lampada solare, il 90% delle famiglie usa di più la zanzariera, che prima evitava per paura del contatto con una fiamma libera.

Cosa cambia quando una clinica ha energia

Per capire meglio l’effetto del progetto, due gruppi di dipendenti volontari di SAS hanno analizzato oltre dieci anni di dati raccolti nelle strutture e tra le famiglie coinvolte. I risultati mostrano una correlazione tra l’arrivo dell’energia solare e un aumento medio di 11,5 ore operative al giorno, il 107,3% di parti assistiti in più e quasi 49 pazienti aggiuntivi a settimana per clinica. Sono dati osservazionali, quindi non dimostrano che ogni miglioramento dipenda esclusivamente dal fotovoltaico; aiutano però a vedere che cosa accade quando una struttura può continuare a lavorare dopo il tramonto e non deve limitare alcune attività alla disponibilità di luce.

Sylvia, ostetrica in una delle cliniche coinvolte, racconta che prima dell’elettrificazione l’assistenza ai parti notturni era condizionata dalla mancanza di illuminazione stabile e che, da quando le madri ricevono una lampada solare, i parti in clinica sono più che raddoppiati in meno di un anno.

L’effetto del progetto continua anche a casa. L’analisi ha coinvolto 3.519 famiglie: l’88,1% ha riferito un miglioramento della salute domestica e il 56,9% una riduzione di sintomi o malattie, mentre molte hanno indicato una maggiore sicurezza nelle attività serali e nella cura dei bambini dopo il tramonto.

Il nodo della manutenzione

Portare un pannello solare in una zona fuori rete risolve solo una parte del problema se l’impianto smette di funzionare pochi anni dopo. Nel progetto ugandese la manutenzione è stata inserita fin dall’inizio nella gestione delle installazioni: secondo Let There Be Light International, tutti i 90 sistemi installati nelle cliniche risultano ancora operativi dopo dodici anni, grazie alla sostituzione delle batterie, alla protezione dagli eventi atmosferici e al coinvolgimento di tecnici e operatori locali.

Questo aspetto è particolarmente rilevante nei progetti di cooperazione energetica, dove la durata dell’intervento tante volte dipende non tanto dall’installazione iniziale ma dalla capacità di riparare, aggiornare e gestire gli impianti nel tempo.

L’Uganda sta seguendo la stessa direzione anche su scala pubblica: UNICEF, Ministero della Salute, OMS e Gavi hanno avviato un programma che porterà sistemi fotovoltaici in 250 strutture sanitarie del Paese, anche per alimentare frigoriferi destinati ai vaccini e apparecchiature mediche.

Misurare l’impatto per decidere dove intervenire

Nel progetto di Let There Be Light International il contributo di SAS riguarda soprattutto l’analisi dei dati. Il lavoro è stato svolto attraverso Data for Good, il programma con cui l’azienda mette competenze analitiche a disposizione di organizzazioni impegnate su temi sociali e ambientali. In altri progetti SAS ha collaborato con l’International Institute for Applied Systems Analysis per individuare la deforestazione amazzonica attraverso immagini satellitari, con WildTrack per monitorare specie minacciate dal cambiamento climatico e con l’International Organization for Migration su interventi umanitari.

L’azienda pubblica anche un Global Impact e CSR Report, arrivato all’edizione 2025-2026, che raccoglie informazioni sulle attività ambientali, sociali e di governance. È utile ricordarlo per collocare il caso ugandese in un programma più ampio, senza perdere di vista chi realizza materialmente l’intervento sul territorio: Let There Be Light International e le organizzazioni locali con cui lavora.

I dati raccolti nelle cliniche servono ora a individuare le aree dove l’elettrificazione produce i risultati maggiori e a decidere come estendere il programma. In questo caso misurare l’impatto ha una conseguenza molto pratica: capire quale struttura raggiungere per prima quando le risorse disponibili non consentono di intervenire ovunque.

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