Sanremo green?

La kermesse sanremese vista alla luce delle sue implicazioni ambientali

Chi in questi giorni ha scelto di seguire il Festival di Sanremo, molto probabilmente ha assistito al trionfale Green Carpet live. Celebrità e partecipanti sfilano su un tappeto verde, simbolo di un Sanremo Green, ma lo è?

Lasciamo un attimo da parte i sondaggi su chi sarà il vincitore della settataquattresima edizione dell’evento e le inevitabili polemiche che accompagnano la kermesse: ci siamo mai interrogati sull’impatto ambientale dell’evento o della musica in generale?

Già perchè che si tratti di riproduzione dal vivo, CD, vinile o device digitali di piccole o grandi dimensioni, l’ascolto della musica ha un costo ambientale, come tutte le attività umane.
Sanremo non è certo la causa di tutti i mali, ma il Festival ci fornisce l’occasione per affrontarle.

Gli sponsor del Festival

L’aspetto più facile da attaccare, come molti attivisti hanno già fatto, è la scelta degli sponsor. Se di scelta si tratta.
Tra i principali compare Plenitude, la piattaforma di Eni che investe in fonti rinnovabili. Sulla scia del Fantasanremo, Legambiente ha lanciato il Fantagreenwashing, e la definisce una scelta di facciata, poiché la società continua a estrarre idrocarburi in diversi giacimenti situati in tutto il mondo. L’estrazione di gas e petrolio tramite le tecniche di fracking è una delle principali cause dell’aumento della temperatura globale di origine antropica. Costa Crociere, fa parte del gruppo Carnival che secondo l’ong per la mobilità sostenibile T&E, è tra le compagnie di crociera più inquinanti al mondo. Coca-cola, che nel 2021il movimento Break Free from Plastic, nel suo report annuale “Brand audit report”, aveva già denunciato come una delle società più inquinanti al mondo nel settore. Il trend non si è ridotto e l’utilizzo di imballaggi in plastica ha un trend di continua crescita.

La carbon footprint del Festival di Sanremo

Polemiche a parte, questo è il terzo anno di presenza di Plenitude a Sanremo. Ed è il terzo anno che la piattaforma gestisce un programma di calcolo, monitoraggio e riduzione dell’impatto dell’evento. Un impegno decisamente oneroso.
Il Festival ha adottato gradualmente diverse iniziative sostenibili, come un programma di raccolta e riciclaggio di tutti i rifiuti prodotti e la transizione a sistemi di illuminazione e riscaldamento a basso consumo. Sono stati adottati protocolli per l’utilizzo di materiali promozionali riciclabili, per ridurre impronta idrica e l’utilizzo di prodotti chimici.
Un’importante campagna di promozione della mobilità sostenibile è stata fatta anche attraverso una partnership ad hoc tra RAI e Trenitalia.
E poi, c’è l’impatto digitale. L’impronta ecologica del Festival è fortemente determinata da centinaia di video, post, interazioni social che si moltiplicano nella settimana di diretta, in quella prima e in quella dopo.
L’ampio flusso di immagini, la diretta televisiva e gli streaming legati all’evento di Sanremo generano una quantità significativa di dati. Un immenso volume di informazioni. Ricordiamo che i data center e le reti che li gestiscono consumano circa il 2% dell’energia mondiale, tendenza destinata ad aumentare.

Difficile, se non impossibile, calcolare la sua effettiva carbon footprint: nel calcolo andrebbero inseriti anche cose come l’impatto dei viaggi di tutti i partecipanti, caratteristiche delle diverse location utilizzate, scelta e trasporto degli allestimenti, il catering utilizzato. E tutto questo in fase di pre-evento, evento, post evento. (qui di seguito il diagramma di sistema dei processi da considerare nel calcolo di Carbon Footprint in Italy).

I riferimenti all’ambiente nelle canzoni

Il prato è verde, più verde, più verde / Sempre più verde (sempre più verde)
Il cielo è blu, blu, blu / Molto più blu (ancora più blu)

Ma qual è casa tua / Ma qual è casa mia / Dal cielo è uguale, giuro
Casa mia – Ghali

Osservare la terra dallo spazio, il pianeta come unico ecosistema. La considerazione può andare anche oltre i colori, ma non è quello che ci aspettiamo da una canzone. Nel brano Ghali esplora tematiche come l’insicurezza nelle città e fa riferimenti alla guerra, attraverso un linguaggio moderno e un sound underground​​​​. 

E non l’hai visto il meteo? / Non l’hai visto il cielo?
Onda alta – Dargen D’Amico

Dargen D’Amico, tratta il tema dei migranti in maniera originale, combinando ironia e drammaticità​​: il racconto è quello di un barcone che attraversa il Mediterraneo e troppo spesso abbiamo visto le condizioni meteo diventare un fattore tragico.

Anche questo anno SNPA – Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente – ha fatto un esercizio di valutazione del tasso di ambientalismo dei testi delle canzoni in gara. 

L’esperimento, più umoristico che scientifico, parte da un’analisi dei testi presentati, e prova a riflettere sul messaggio che portano con sè.

In generale, anche nei testi di ‘denuncia’ la preferenza va al tema dei diritti umani e civili, piuttosto che all’ ambiente.

Le canzoni presentate quest’anno si dividono genericamente tra tematiche sentimentali e sfide della vita quotidiana, con un focus prevalente sull’amore e sulla vita stessa, ma alcune esplorano anche la voglia di affermazione personale e la consapevolezza di sé, come nei brani di Angelina Mango e Annalisa​​.

Alcuni artisti hanno scelto di utilizzare la loro voce per riflettere su tematiche più ampie che toccano la società in vari aspetti, ma il focus sulle tematiche ambientali dire che anche questo anno rimane fuori dall’Ariston.

Le canzoni green nella storia

I temi ambientali sono ormai da tempo nello spettacolo, nel cinema e nella musica pop e rock e spesso anche attraverso voci di artisti di spicco.

Copertina Heal The World
Nel Mondo

A Hard Rain’s A-Gonna Fall“, pubblicata da Bob Dylan nel 1963, sebbene interpretata in molti modi, molti la vedono come una profezia sulle minacce ambientali e nucleari.
Nel 1971, con “Mercy Mercy Me (The Ecology)Marvin Gaye sollevava preoccupazioni ambientali, mentre i Beach Boys e Johnny Cash con i loro brani omonimi “Don’t Go Near the Water” invitavano ad una maggiore consapevolezza sull’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente marino. “Mother Earth” di Neil Young è del 1990.
Heal the world” (1991) e “Earth Song” (1995) di Michael Jackson per me sono due capolavori di poesia musicale. 
I Pearl Jam hanno affrontato questioni ambientali in diverse canzoni, ma la canzone e il video animato di “Do the Evolution” del 1998 offrono una critica mordace dell’evoluzione umana e dell’impatto distruttivo dell’umanità sull’ambiente.
Paul McCartney ha espresso la sua preoccupazione per l’ambiente in diverse occasioni. Significativa è “Hope for the Future” (2014): un inno all’ottimismo e alla necessità di prendersi cura del nostro pianeta per garantire un futuro migliore.

audio cuffie sul prato
Foto di Med Ahabchane da Pixabay
In Italia

Il tema è stato esplorato nel nostro Paese con altrettanta passione. Adriano Celentano, già nel 1966, narrava le conseguenze dell’urbanizzazione ne “Il Ragazzo della via Gluck“. Franco Battiato, con il suo album “Pollution” del 1973, offriva una riflessione profonda sull’inquinamento. Pierangelo Bertoli in “Eppure Soffia” del 1975 dipingeva un quadro inquietante dell’impatto dell’industria sulla natura. Di recente, Piero Pelù ha reso omaggio a Greta Thunberg con “Picnic all’Inferno” nel 2018, sottolineando la continua rilevanza del tema ambientale nella musica italiana, che vede coinvolti artisti come Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Zen Circus, Daniele Silvestri o Assalti Frontali.

Attraverso queste canzoni, la musica continua a giocare un ruolo cruciale nell’elevare la consapevolezza ambientale e nell’incoraggiare il dibattito e l’azione verso un futuro più sostenibile.
Non possiamo in questa rassegna non segnalare il documentario di Netflix dedicato alla storia della notte in cui venne incisa We are the world. Merita.

L’impatto ambientale della musica

Vinili
Foto di Tibor Janosi Mozes da Pixabay

Ma veniamo al nocciolo: qual è l’impatto ambientale della musica?
Alla fine del XIX secolo i primi 78 giri venivano prodotti con una miscela di gommalacca e altri materiali come polvere di carbone e cotone. Nel 1948 arrivarono gli LP (Long Play): circa 135 grammi di pvc l’uno, una resina termoplastica con una carbon footprint di 0,5 kg di CO2 l’uno. Nonostante il pvc sia riciclabile, il processo è complesso e costoso. Per circa tre decenni, milioni di LP sono stati venduti ogni anno.

Con l’avvento delle musicassette (polistirene e nastro magnetico), dei formati digitali, negli anni ’80 e successivamente dei file musicali e dello streaming online, la popolarità dei vinili è calata. Tuttavia, ambientalmente questo non è stato del tutto positivo.

I CD, molto resistenti e quasi indistruttibili, rappresentano una enorme quantità di materiale in discarica difficile da smaltire. A minor impatto ambientale del pvc, sono, comunque, composti da materiali misti: difficili da separare e antieconomici. Anche la custodia, in policarbonato, non è del tutto riciclabile.

La musica online, apparentemente senza impatto, in realtà richiede server energivori per l’archiviazione e la trasmissione dei dati.

Si stima che riprodurre un album online più di 27 volte abbia un impatto ambientale maggiore rispetto alla produzione di un CD.

Per ridurre l’impatto, è consigliabile archiviare la musica localmente (cioè avere un proprio hard disk da usare come archivio, minimizzando la necessità dello streaming.

La ricerca condotta dalle Università di Glasgow e Oslo ha evidenziato che, nonostante il calo dei costi di produzione musicale, le emissioni di carbonio associate all’industria sono in aumento. Sebbene l’uso della plastica sia diminuito con il declino di vinili, cassette e CD, la transizione verso lo streaming musicale online ha portato a emissioni di carbonio superiori rispetto a qualsiasi periodo precedente della storia musicale.

E ora godiamoci le ultime serate di Sanremo.

dal vinile alla musica digitale
Foto di Becca Clark da Pixabay

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