La COP30 non è ancora finita e le aspettative sono alte, ma un primo successo che dobbiamo sottolineare è certamente la nascita della Declaration on Information Integrity on Climate Change, un nuovo passo avanti della Global Initiative for Information Integrity on Climate Change, sviluppata dal Brasile insieme a UNFCCC, UNESCO e altre istituzioni internazionali, che già aveva lanciato lo scorso giugno un Global Fund dedicato con un primo finanziamento di 1 milione di dollari da parte del Governo brasiliano.
Mai prima d’ora, nonostante il negazionismo imperversante ancora oggi, l’informazione è stata formalmente riconosciuta come parte essenziale nella lotta al cambiamento climatico. Alla COP30 di Belém, la comunità internazionale ha quindi compiuto una virata strategica: l’informazione è ufficialmente un’infrastruttura critica dell’azione climatica globale.
La cosa non ha fatto tanto notizia e fragore come altre questioni, in Italia ne ha offerto una panoramica ben fatta Raffaele Lupoli, direttore di EconomiaCircolare, eppure, potrebbe rivelarsi una delle svolte più importanti dell’azione climatica globale.
Il documento è stato adottato il 12 novembre 2025 e firmata, ad oggi, da 12 paesi: Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Uruguay, Paesi Bassi e Belgio. Questi stati si impegnano formalmente a proteggere l’integrità delle informazioni sul clima, contrastare la disinformazione e tutelare giornalisti e ricercatori ambientali. L’Italia purtroppo non figura ancora tra i firmatari.
La Direttrice Generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay, ha sintetizzato così la necessità di questo impegno: “Senza informazioni affidabili sulla crisi climatica, non potremo mai superarla. Sosterremo giornalisti e ricercatori che lavorano spesso a rischio della propria sicurezza”.
Ricordiamo che crescono nel mondo, anche in Italia, le minacce e a volte gli attacchi contro i giornalisti. Secondo l’Unesco, sono stati almeno 749 i giornalisti che trattavano temi ambientali che sono stati colpiti negli ultimi 15 anni.
Il clima, una questione di fiducia
Che la crisi climatica si giochi anche sul terreno dell’ informazione e della comunicazione, due campi confinanti, è evidente da tempo. La vera novità è che una parte delle istituzioni abbiano ritenuto importante riaffermarlo in questo momento storico, mettendo in campo un punto di riferimento formale e rafforzando gli impegni in tale direzione.
La disinformazione – che spesso proviene dalla politica, dalle lobby, da potenze economiche – rappresenta un ostacolo sistemico, un fattore che mina la fiducia nella scienza, confonde l’opinione pubblica e rallenta l’adozione di politiche urgenti. Le campagne negazioniste, le discussioni online inquinate da troll, le minacce ai giornalisti ambientali e le delegittimazioni verso gli scienziati producono effetti concreti.
La qualità dell’informazione ha un impatto diretto sulla qualità delle decisioni politiche e collettive.
Comunicazione e informazione: stessa lingua, scopi diversi
Nel contesto della crisi climatica – e della transizione che dovrebbe affrontarla – comunicazione e informazione sono due ambiti distinti, a volte sovrapposti, a volte persino in conflitto. Entrambi parlano al pubblico, entrambi utilizzano canali simili, entrambi si rifanno a criteri di trasparenza e affidabilità. Ma gli scopi che perseguono non sono gli stessi.
La comunicazione ha per natura un fine: promuovere un messaggio, un’idea, una posizione. È tipicamente lo strumento di un soggetto: un’azienda, un’istituzione, un’organizzazione. È di parte, nel senso che parte da un obiettivo preciso e costruisce il racconto che meglio lo serve. Questo non significa che sia necessariamente manipolatoria: una buona comunicazione può essere onesta e utile. Ma resta orientata.
L’informazione, al contrario, è, in un certo senso, fine a sé stessa. Il suo scopo non è convincere, ma permettere di capire. È prodotta da giornalisti, scienziati, ricercatori, e deve fondarsi su dati verificabili, pluralismo delle fonti, criteri di oggettività. L’informazione non è immune da errori o interpretazioni, ma è chiamata a rendere conto della propria indipendenza e dei propri metodi.
In uno scenario ideale, comunicazione e informazione si rafforzano a vicenda: la prima amplifica, la seconda approfondisce. Ma in molti casi – e il tema climatico lo dimostra – possono anche entrare in rotta di collisione, soprattutto quando la narrazione serve più a proteggere interessi che a raccontare realtà.
Nel documento sottoscritto al punto 2, si scrive:
Chiediamo al settore privato di:
a. Impegnarsi a garantire l’integrità delle informazioni sul cambiamento climatico nelle proprie pratiche commerciali, in linea con i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani;
b. Garantire pratiche pubblicitarie trasparenti e rispettose dei diritti umani che
rafforzino l’integrità delle informazioni sul cambiamento climatico e sostengano l’affidabilità delle informazioni e del giornalismo.
La Declaration on Information Integrity on Climate Change raggiunta a Belèm, rimette quindi al centro il valore dell’informazione come bene pubblico, non strumento privato, e responsabilizza il privato verso pratiche non ingannevoli. Dunque, tutta la regolamentazione che a partire dall’Europa si sta sviluppando per arginare le pratiche di greenwashing, è già un tassello nella medesima direzione.
Difendere chi difende la verità
Uno degli aspetti più significativi della Dichiarazione nata a Belém è proprio il riconoscimento del ruolo vitale di chi lavora per raccontare e studiare la crisi climatica.
Giornalisti, ricercatori, attivisti, comunicatori: sono loro i custodi di un’informazione che serve alla collettività. La dichiarazione ne riconosce il valore e ne promuove la protezione concreta richiamando in particolare i Governi a farlo: investimenti nella ricerca indipendente, garanzie di sicurezza, trasparenza algoritmica sulle piattaforme digitali e accesso ai dati per i ricercatori.

La transizione ecologica ha bisogno anche di una transizione informativa
Esiste una soglia minima di trasparenza e affidabilità sotto la quale la discussione sul clima perde significato. La verità non è qui un valore morale, ma una condizione per costruire risposte credibili alla crisi climatica.
L’attenzione per la sostenibilità è cresciuta enormente negli ultimi anni: tecnologie verdi, decarbonizzazione, economia circolare, sono parole chiave care al tema ambientale, su cui è oggi fondamentale chiedersi: chi garantisce che il racconto della transizione ecologica sia accurato e non manipolato? La risposta non è scontata.
La Dichiarazione di Belém riaccende lo spazio della consapevolezza e della responsabilità: la lotta alla crisi climatica è una sfida anche culturale e narrativa che si può vincere con dati, trasparenza, pluralismo, fiducia.
Cosa accadrà ora dipenderà dalla capacità – e dalla volontà politica – di trasformare questo impegno in azioni concrete: leggi, fondi, protezioni, strumenti. Se la Dichiarazione saprà generare una nuova attenzione alla qualità dell’informazione climatica, avremo guadagnato un alleato prezioso nella corsa contro il tempo.
Qui la Declaration on Information Integrity on Climate Change








