Un cacao “sostenibile”, uno zucchero “equo”, un caffè “responsabile”. Le parole non mancano sugli scaffali. Quello che spesso manca è capire cosa ci sia davvero dietro. È lungo la filiera globale che porta il cibo sulle nostre tavole — dalla coltivazione alla trasformazione — che si gioca gran parte della credibilità delle promesse ambientali e sociali delle aziende. Capire cosa significhi rendere etica una filiera globale è oggi una domanda che riguarda tutti, non solo chi produce o chi compra all’ingrosso.
Prima dell’etichetta

“La sostenibilità viene spesso raccontata alla fine del processo, quando il prodotto è già confezionato”, spiega Marcello Patera, senior business developer di Made in Dignity. “Ma è molto prima che si decide se una filiera è davvero etica”.
È da questa convinzione che nasce Made in Dignity, il protocollo sviluppato da Altromercato per costruire filiere basate sul commercio giusto, sulla trasparenza e sulla partecipazione diretta delle aziende. Non un marchio da apporre sul packaging, ma un insieme di regole operative che legano l’acquisto delle materie prime — cacao, caffè, zucchero — a progetti di sviluppo sociale e agricolo costruiti insieme ai produttori.
“La chiave è una trasparenza radicale”, continua Patera. “È coinvolgimento. È far entrare le aziende dentro la filiera, letteralmente: condividere scelte, responsabilità, rischi e risultati. Non solo sulla carta, ma portando le persone sul campo, facendo sporcare loro le scarpe di terra. È così che la relazione smette di essere puramente commerciale e diventa, prima di tutto, una connessione umana”.
Un modello che nasce con i produttori
Altromercato lavora da oltre trent’anni con comunità agricole in più di quaranta Paesi. Made in Dignity nasce da questa esperienza, ma segna un passaggio ulteriore: coinvolgere direttamente le imprese industriali nella costruzione delle filiere.
“Noi siamo nati per i produttori. È il nostro imprinting”, dice Patera. “Oggi le industrie alimentari possono entrare in questa visione, ma a una condizione: non acquistano solo una materia prima, partecipano alla costruzione del valore”.
Questo significa definire insieme prezzi, volumi, investimenti e obiettivi sociali. Significa lavorare su formazione agricola, infrastrutture, diversificazione delle colture e, in molti casi, introdurre sistemi di tracciabilità avanzata come la blockchain.

La sostenibilità come processo, non come risultato
Nel linguaggio di Made in Dignity, sostenibilità non è un traguardo immediato. Le filiere vengono progettate su un orizzonte di almeno cinque anni, un tempo necessario per permettere alle comunità di acquisire competenze, migliorare la produttività e rafforzare la propria autonomia.
“Quando le aziende visitano le cooperative, vedono come si coltiva e come si trasforma una materia prima, danno un volto ai fornitori, e cambia tutto”, racconta Patera. “La relazione smette di essere a distanza. Diventa cooperativa. È lì che avviene il vero salto”
Questo approccio è stato applicato in contesti diversi — dal Togo all’Ecuador, dalle Mauritius al Madagascar — mantenendo costante un principio: l’azienda acquirente non è un semplice cliente, ma un partner coinvolto nel percorso.
I numeri, e quello che non dicono da soli
Nel 2024/2025 Altromercato ha registrato una crescita significativa, con un aumento dei ricavi del 33,4% e un valore della produzione salito a 46,5 milioni di euro. Una parte rilevante di questi risultati è associata allo sviluppo di Made in Dignity, che nel canale delle materie prime per l’industria ha raggiunto quasi 20 milioni di euro.
Ma, come sottolinea Patera, i numeri non bastano a raccontare il senso del modello. “Questi progetti devono essere economicamente solidi, certo. Ma il faro resta la parte sociale: creare condizioni reali perché nelle comunità la vita delle persone migliori”.
In Togo, un progetto quinquennale con Esselunga ha coinvolto oltre 9.000 persone, migliorando la produttività agricola e introducendo sistemi di agroforestazione e diversificazione colturale. In Ecuador, uno studio indipendente ha stimato un ritorno sociale di oltre due euro per ogni euro investito in una filiera Made in Dignity.

Quando le aziende scelgono di entrare nella filiera
Nel tempo, Made in Dignity ha attirato l’interesse di aziende molto diverse per dimensione e posizionamento, ma accomunate dalla disponibilità a rivedere il proprio ruolo nella filiera. Tra queste figurano Ferrero, Esselunga, Loacker, Lavazza e Rigoni di Asiago.
La prima collaborazione strutturata risale al 2011 e prende forma compiuta nel 2016, quando Ferrero affianca all’acquisto di zucchero equosolidale il finanziamento diretto di un progetto di cooperazione con 25 cooperative nelle Mauritius. Non una semplice fornitura, ma un impegno condiviso e verificabile nel tempo.
Quel progetto diventa un modello replicabile. Con Esselunga, Made in Dignity costruisce una filiera del cacao in Togo che coinvolge migliaia di produttori e porta l’azienda a impegnarsi affinché il cacao a marchio provenga esclusivamente da filiere equosolidali, tracciate e partecipate. Dal luglio 2025 è inoltre partito un nuovo progetto quinquennale in Madagascar, che coinvolgerà oltre 300 produttori nella formazione e nella creazione di infrastrutture per la tracciabilità completa della filiera del cacao.
Con Loacker, in Ecuador, il percorso quinquennale genera un ritorno sociale certificato superiore all’investimento iniziale. Con Lavazza e Rigoni di Asiago, il protocollo viene applicato a materie prime e contesti diversi, mantenendo invariato l’impianto di fondo.
“La cosa più difficile per le aziende”, osserva Patera, “è capire che stanno entrando in una relazione, non in una fornitura. Quando accettano questo passaggio, il resto diventa possibile”.
Altromercato, spiega, non si limita a fare da intermediario: lavora con le comunità produttrici per rafforzare i sistemi agricoli locali, migliorare le competenze, introdurre pratiche di agroforestazione e tecnologie in grado di aumentare quantità e qualità, assicurando al tempo stesso la sostenibilità ambientale.
Rendere etica una filiera globale non è semplice, né rapido. Made in Dignity richiede investimenti iniziali, presenza sul campo e la disponibilità delle aziende a rinunciare a parte delle logiche di breve termine che spesso guidano le scelte industriali.
“Questo modello mette insieme commercio, tecnica agricola, infrastrutture e formazione”, conclude Patera. “Non è teoria e non è un bollino. È molto concreto. E soprattutto crea autonomia, non dipendenza”.
Cosa imparare dal modello Made in Dignity (MID)
Il modello MID suggerisce che costruire filiere realmente sostenibili sia possibile, a determinate condizioni: una forte motivazione, relazioni di lungo periodo e un equilibrio tra solidità economica e impatto sociale.
Come sottolinea Patera, che da oltre dieci anni lavora su questi progetti, la sostenibilità economica è necessaria, ma non sufficiente. “Il faro deve restare la parte sociale: la volontà di creare una possibilità reale per le comunità di migliorare le proprie condizioni di vita”.
Nei Paesi in cui opera Altromercato, spiega, molte comunità sono rimaste a lungo in una condizione di dipendenza e arretratezza. “Noi vogliamo ragionare con loro alla pari. In un’ottica commerciale, sì, ma alla pari. È quello che chiamo Altromercato style: una cultura che parte dal rispetto per i produttori per creare futuro“.
“Made in Dignity è un nome che dice tutto”, aggiunge. “La dignità è il punto di partenza e il punto di arrivo. Senza dignità, non c’è commercio giusto. C’è solo commercio”.
La domanda finale, allora, non è se filiere come Made in Dignity funzionino — i dati indicano che possano funzionare — ma quante aziende siano davvero pronte ad adottare modelli che mettono in discussione il modo tradizionale di fare business. Il rispetto della dignità può diventare la norma, o resterà un’eccezione virtuosa?








