Imprenditrici italiane: competenti e resilienti, ma sempre costrette a dimostrare di più

Il 76% delle imprenditrici italiane ha subito stereotipi o commenti legati al genere da parte di investitori, clienti o partner. Il 46% non è stata riconosciuta subito come titolare della propria azienda. Sono i dati di una survey condotta ad aprile 2026 da GammaDonna e wamo su 223 titolari d'impresa italiane

Se da un lato, i dati ci dicono che l’imprenditoria femminile in Italia è faticosamente in crescita e rappresenti oggi circa un quarto della base produttiva del Paese, è indubbio che rispetto agli sforzi investiti a supporto della stessa (incentivi, agevolazioni, formazione, attenzione mediatica) i passi avanti non sono soddisfacenti. Per le donne almeno, visto che altri dati ci raccontano la storia di sempre, quella che riguarda il pregiudizio, la ripartizione delle responsabilità, ma anche un sistema Paese che ha grandi falle ancora sul fronte dei servizi che potrebbero agevolare l’attività professionale femminile. Di fatto la famiglia e le attività di cura sono ancora tutte sulle donne e questo si trasforma in un doppio lavoro. A essere erosi sono sempre il tempo per sè e per il proprio benessere, ma anche la crescita professionale.

Una recente survey condotta ad aprile 2026 da Associazione GammaDonna e wamo su 223 titolari d’impresa italiane, ha messo a fuoco che, per citare un primo dato, il 76% delle imprenditrici percepisce stereotipi o commenti legati al proprio genere da parte di investitori, clienti o partner e in 1 caso su 2 non viene riconosciuta subito come titolare (46%). Vediamo altri dati più in dettaglio.

Le fondatrici di startup sono quelle più esposte

Le imprenditrici digitali e le founder di startup – rappresentanti al momento solamente il 13,5% del totale – percepiscono pregiudizi con frequenza quasi doppia rispetto alla media. Il 52% dice di subirli spesso da venture capitalist o stakeholder per il fatto di essere donna, contro il 36% del campione generale. Il 37% si sente spesso giudicata diversamente dagli uomini nel rapporto con i finanziatori, rispetto al 22% delle altre.

Le startup innovative a prevalenza femminile in Italia restano una minoranza: nel primo trimestre 2025 erano il 13,84% del totale, poco più di 1.600 realtà. Un dato che si legge insieme a quello sui pregiudizi: chi decide chi riceve capitale è ancora, in larga parte, un ambiente che guarda le donne con più diffidenza.

Il costo personale di mandare avanti un’impresa

Tra le fondatrici di startup, il 44% dichiara di non avere figli, quasi il doppio rispetto alla media del campione. Tra le madri-imprenditrici, il 41% ha rallentato l’attività dopo la nascita di un figlio: il 24% con una riduzione temporanea, l’8% con un calo significativo di fatturato.

Quando si chiede alle intervistate cosa le ha spinte a pensare di chiudere l’attività, il 45% cita la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, il 38% problemi di benessere personale. Sono percentuali vicine ai motivi economici e organizzativi. Tra i desideri più urgenti, “avere più tempo per me stessa” arriva primo al 26%, prima di trovare un socio (19%), ottenere finanziamenti (15%) o più riconoscimento nel mercato (18%).

Il work-life balance, in altre parole, non è un tema soft. È la misura più concreta di quanto sia (in)sostenibile fare impresa.

Il problema operativo pesa più di quello finanziario

Il 79% delle intervistate si dichiara molto o abbastanza sicura nella gestione finanziaria. Il 38%, tuttavia, ha evitato di candidarsi a bandi o finanziamenti per timore di non essere all’altezza. Il 46% si è sentita almeno una volta meno considerata degli uomini nel rapporto con banche e investitori.

Gli ostacoli quotidiani, però, vengono prima. Il freno alla sopravvivenza dell’azienda più citato è la difficoltà nella gestione del business (46%), seguito dalla burocrazia (40%). Trovare e trattenere collaboratori giusti è il principale ostacolo alla crescita: lo dice il 59% del campione.

Su questo la tecnologia può fare qualcosa di concreto. Antonio Mazza, Country Manager Italy di wamo, spiega che le difficoltà delle founder “non riguardano solo accesso a capitale o crescita, ma soprattutto la sostenibilità quotidiana della gestione aziendale“, e che su questo wamo sta lavorando introducendo agenti AI nei conti aziendali, per automatizzare i compiti ripetitivi che oggi sottraggono tempo e benessere.

Un cambio di prospettiva necessario

Come dicevamo, in Italia le imprese guidate da donne (tra startup innovative e imprese ‘normali’) sono circa 1,3 milioni, il 22% del totale secondo Unioncamere. Realtà spesso piccole, ma radicate nel territorio, capaci di innovare e creare occupazione.

“Imprenditrici competenti e innovative continuano a operare in un ecosistema che troppo spesso mette alla prova la loro credibilità più del loro talento”, dice Valentina Parenti, presidente di GammaDonna. “Le founder non chiedono corsie preferenziali, ma condizioni eque per competere, crescere e generare impatto.”

La sostenibilità di un sistema economico si misura anche da qui: da quante energie vengono sprecate nel dover dimostrare quello che altri danno per scontato. Un ecosistema che restituisce tempo, riduce gli attriti e riconosce il talento senza filtri di genere è più giusto — ed è anche più produttivo.

Per concludere, possiamo citare quanto affermato recentemente da Andrea del Prete, Presidente di UNIONCAMERE, in occasione della presentazione a Roma del ‘ 4° Rapporto Italia Generativa: le donne “colonne invisibili” del nostro Paese‘.

“L’Italia non sta valorizzando a sufficienza una risorsa preziosa, quella femminile, sottostimandone le potenzialità. Favorire l’ingresso e la permanenza al lavoro delle donne, supportandole anche nell’avvio di una attività in proprio è la strada maestra per assicurare sviluppo al nostro Paese.”.

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