Cos’è il dumpster diving

Ovvero: tuffarsi nei cassonetti per combattare lo spreco alimentare

Letteralmente significa “immersione nel cassonetto” e in effetti di questo si tratta: frugare nei cassonetti in cerca di merce invenduta e per questo scartata, dopo l’orario di chiusura dei supermercati. Detto così, il dumpster diving sembra qualcosa di disgustoso e forse anche pericoloso, che nessuno farebbe se non costretto dalla necessità economica. E invece c’è chi sceglie questa pratica per ridurre il proprio impatto ambientale, rifiutando allo stesso tempo di sostenere, attraverso i propri acquisti, multinazionali e grande distribuzione organizzata, ancora troppo poco attente alla sostenibilità e all’etica.

Le ragioni del dumpster diving

In quest’ottica, il dumpster diving ha cominciato a essere praticato in modo (relativamente) massiccio da giovani attivisti all’incirca dagli anni Ottanta e Novanta, nello stesso periodo in cui emergevano movimenti come i No-global e New-global che reclamavano un’alternativa al sistema economico e sociale dominante; così, una delle forme che queste proteste contro gli sprechi, legati al consumismo sfrenato, hanno preso è stata proprio quella di recuperare prodotti invenduti, anche all’interno di una pratica più ampia che è stata chiamata freeganism e che è connessa, seppure non del tutto sovrapponibile, al dumpster diving; a differenza di quest’ultimo, infatti, il freeganism – che viene da free, nel senso di gratuito, ma anche di libero da vincoli, e da vegan – è lo stile di vita che vuole ribellarsi a un sistema di produzione e distribuzione ritenuto non etico e lo fa su più piani, non solo con le scelte alimentari, ma ad esempio anche occupando edifici abbandonati per viverci, in segno di protesta contro le speculazioni del comparto abitativo.

I “sommozzatori del cassonetto”, invece, si concentrano sul recupero di merce invenduta, per lo più cibo, con il risultato di ridurre il proprio impatto ambientale e – perché no? – risparmiare sulla spesa. Per farlo, bisogna seguire il buon senso, come limitarsi ai prodotti confezionati e in ottime condizioni, e non prendere, invece, alimenti che abbiano toccato i lati o il fondo del cassonetto; una volta a casa, poi, prima di aprire gli imballi bisogna pulire tutto con cura.

Ma ci sono anche le regole non scritte, che costituiscono una sorta di galateo del dumpster diving, che prevede ad esempio di non prendere tutto il cibo che si trova – che può anche essere davvero tanto – ma lasciarne un po’ per chi verrà dopo, per il quale potrebbe essere l’unico modo di cenare. La comunità dei dumpster diver ha, quindi, una sua etica, un codice di comportamento e persino una sua enciclopedia online, che non a caso si chiama Trashwiki, in cui trovare consigli e mappe sui posti migliori in cui avviare la propria caccia agli invenduti.

Dal sito di Trashwiki: un’immagine che richiama il concetto di ricorso al cassonetto dell’homeless bisognoso. In realtà, il dumpster diving è una scelta ‘politica’ per combattere lo spreco alimentare e non solo

Cosa si ‘pesca’ col dumpster diving

Spesso si tratta di grandi quantità di pane, litri di latte, lattine di pomodori pelati e chili di avocado che vengono gettati a volte semplicemente perché la quantità offerta in negozi e supermercati supera la domanda. I prodotti che vanno persi o sprecati nel corso della filiera alimentare – perché degradati per le cattive condizioni di conservazione o trasporto oppure, ancora prima, scartati perché non conformi agli standard “estetici” fissati dal mercato – rappresentano, secondo la FAO, circa un terzo di tutti gli alimenti prodotti nel mondo; una quantità che nell’Unione Europea corrisponde a oltre 87 milioni di tonnellate di cibo l’anno, che potrebbero sfamare 200 milioni di persone.

Oltre a essere uno schiaffo in faccia a chi soffre la fame o fatica ad arrivare a fine mese, questi dati rappresentano un grosso spreco di risorse, a partire dall’acqua: basti pensare che produrre un bicchiere di latte vaccino richiede 250 litri d’acqua, un chilo di pane ne necessita 1.300 e la stessa quantità di carne di manzo addirittura 15.500. I prodotti non consumati, poi, sono responsabili dell’8-10% delle emissioni di gas serra a livello globale, in Europa 86 milioni di CO2-equivalenti tra quelle connesse alla produzione stessa del cibo e quelle causate dalla sua decomposizione in discarica, una condizione non certo ideale per lo smaltimento dei rifiuti organici. E tutto questo anche senza contare gli imballaggi e il trasporto.

Rispetto agli anni Novanta, oltre a esserci più consapevolezza dei problemi ambientali legati alla produzione alimentare, oggi internet offre molte piattaforme su cui condividere esperienze e ricette, ma anche fare rete per collaborare o per ridistribuire il cibo recuperato: basta fare un giro su Instagram o su Youtube digitando “dumpster diving” nella barra di ricerca per vedere migliaia di risultati e farsi un’idea delle quantità di cibo. Molti attivisti, infatti, usano i social per moltiplicare l’eco delle proprie azioni e denunciare i volumi scandalosi di alimenti in buone condizioni che vengono gettati giornalmente, magari perché la confezione si è ammaccata o le banane sono leggermente annerite o, ancora, perché la data di scadenza si sta ormai avvicinando e quindi i consumatori – anche a causa della confusione provocata da parole come “da consumarsi preferibilmente entro” – probabilmente non sceglieranno quel prodotto.

Il fenomeno in Italia

Una rapida ricerca su internet, però, mette in luce anche un altro dato: in Italia sono pochi a fare dumpster diving, come tante altre pratiche di eco-attivismo, anche questa è più diffusa in Nord Europa, mentre in molti Paesi è addirittura illegale. Di fronte al problema della crisi climatica e dell’aumento della popolazione mondiale – che da qualche mese supera la soglia degli 8 miliardi di persone, viaggiando verso i 10 miliardi che dovrebbero essere raggiunti alla fine del secolo, prima di declinare – però, lo spreco alimentare risulta particolarmente grave: letteralmente insostenibile.

E così qualcosa si muove: la Germania, ad esempio, vuole depenalizzare il recupero di cibo invenduto dai supermercati per contribuire a ridurre quegli 11 milioni di tonnellate di cibo che ogni anno il Paese butta nella spazzatura, mentre in Francia donare cibo invenduto ai cittadini bisognosi non è solo incoraggiato, ma, dal 2016, è addirittura obbligatorio per legge.

In Italia la situazione è più sfumata: non esiste una legge che vieti esplicitamente la pratica di recuperare merce dai bidoni, cosa che, però, può rappresentare un furto ai danni del Comune perché qualsiasi bene, una volta gettato via, diventa proprietà dell’ente incaricato dello smaltimento; se poi i cassonetti si trovano, come spesso accade, all’interno degli spazi di pertinenza del supermercato, sono considerati proprietà privata e andare a frugarci dentro e prelevare delle cose potrebbe essere considerato una violazione o un atto di vandalismo.

D’altro canto, anche l’Italia riconosce la gravità dello spreco alimentare e promuove la lotta contro questo fenomeno, anche attraverso la normativa: nel 2016, in particolare, è stata approvata una legge recante “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi” che prevede benefici fiscali per chi cede gratuitamente prodotti alimentari ad associazioni che li devolvono a persone indigenti. Le organizzazioni e le aziende attive nel settore del recupero di cibo sorte negli ultimi anni, poi, stanno avendo ottimi risultati, dalla celebre applicazione To Good To Go alla start-up Bestbefore.

Nel loro piccolo, nella stessa battaglia sono impegnati i dumpster diver, che attraverso le loro scelte e le loro azioni – a volte sul filo dell’illegalità – mettono in atto anche un gesto politico di denuncia, promuovendo in prima persona un cambiamento dal basso e accettando, per farlo, di doversi (letteralmente) sporcare le mani.

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