L’eco della migrazione da riscoprire: Cellini trasforma le radici familiari in musica, fra tradizione e modernità

A 80 anni dall’arrivo dei minatori italiani in Belgio, l’album Anemoia fonde l’elettronica contemporanea con i ritmi del Sud Italia, restituendo memoria e voce ai sacrifici delle generazioni passate.

Roseto degli Abruzzi, 30 luglio 2026 – Cellini (all’anagrafe Gianmarco Cellini), musicista belga nato a Maasmechelen nel 1997 e discendente di una famiglia emigrata dall’entroterra marchigiano vicino Ascoli Piceno, con la madre originaria di Catania, è in Italia il 1° agosto per un aftershow a partire da mezzanotte al termine del concerto de I Cani, allo stadio di Roseto degli Abruzzi, per Transumare Nello Spazio, l’appuntamento che anticipa la terza edizione di Transumare Fest (19-22 agosto), festival musicale a cui Cellini ha partecipato lo scorso anno. In precedenza, il 29 luglio alle 19, ha fatto anche tappa a Roma per un dj set allo spazio Rhizome.

Il ritorno su un palco italiano arriva nell’anno in cui la comunità italiana in Belgio celebra 80 anni dall’inizio dell’emigrazione avviata nel secondo dopoguerra, quando il governo italiano inviò giovani lavoratori in Belgio in cambio di forniture di carbone. I nonni di Cellini furono tra i minatori impiegati a 900 metri di profondità nelle miniere del Limburgo belga.
“Una volta siamo stati noi gli immigrati, a volte tendiamo a dimenticarlo, ma è la nostra stessa storia che può aiutarci a capire le sfide di oggi”, dichiara Gianmarco Cellini. “Tornare con la mia musica ed esibirmi così vicino ai loro paesi mi rende orgoglioso: orgoglioso dei sacrifici fatti dalle generazioni precedenti”.

Nel 2025 Cellini ha pubblicato Anemoia, il suo album di esordio, realizzato insieme a Luca Fazioli, Justine Borgeus e Amina Osmanu e portato dal vivo con Filip Tanghe e una band, con immagini di Willem Jones e Niels Orens e styling curato in collaborazione con il Raf Simons Archive. Lo spettacolo ha debuttato al Pukkelpop 2024 e da allora ha toccato palchi come Ancienne Belgique, Trix, C-mine, Dour, Lokerse Feesten e festival internazionali come Transumare, Eurosonic e 043-fest.

L’album nasce da un lavoro di ricerca condotto da Cellini tra Belgio e Italia, nelle Marche e in Sicilia, fatto di ricerche d’archivio e interviste a musicisti, per ricostruire un patrimonio musicale che nella comunità italo-belga si era in gran parte perso nel corso delle generazioni.
Cellini lavora da oltre dieci anni come artista, con un percorso che parte dai club come DJ e arriva, negli ultimi anni, a un progetto live e di ricerca sul patrimonio musicale del Sud Italia. Il suo lavoro è stato riconosciuto, tra gli altri, con il Premio culturale di Maasmechelen (2023) e una borsa di studio per talenti affermati delle Fiandre (2025).

Intervista all’artista

Parlaci dell’importanza di suonare in Italia proprio ora: che legame hai con le due situazioni in cui ti esibirai?
“Transumare è stato il primo posto che mi ha invitato a suonare in Italia, nell’estate 2025. Da allora è diventato una specie di seconda casa. Condividiamo l’amore per il nostro territorio e l’urgenza di riconnettersi con esso. Per me simboleggia il desiderio eterno di tornare alle proprie radici, alle montagne. I miei nonni venivano dagli Appennini vicino ad Ascoli Piceno, quindi è molto vicino a dove viene la mia famiglia. Rhizome è un’aggiunta piacevole: una piccola tappa in più lungo il percorso. Con un dj set radiofonico mi piace condividere le mie ispirazioni: è un’occasione per comunicare al mondo, in modo sostanziale, la mia ricerca musicale del momento”.

Cosa significa portare Anemoia in Italia?
“Quest’anno ricorrono gli 80 anni dell’immigrazione italiana in Belgio. Celebriamo la storia degli immigrati italiani: il governo italiano mandò giovani uomini in Belgio in cambio di carbone. Una volta siamo stati noi gli immigrati, a volte tendiamo a dimenticarlo. Ma è proprio la nostra storia che può aiutarci a capire le sfide di oggi. Gli immigrati italiani hanno sempre sognato di tornare un giorno nella loro terra d’origine. Tornare con la mia musica ed esibirmi così vicino ai loro villaggi mi rende orgoglioso: orgoglioso dei sacrifici fatti dalle generazioni precedenti. I miei nonni sono stati tra i tanti italiani che hanno lavorato nelle miniere di carbone in Belgio, a novecento metri di profondità, in condizioni estremamente pericolose e con salari bassi. Come nipoti, portiamo il peso di quei sacrifici”.

Quando hai capito che la storia della tua famiglia doveva diventare musica, e non restare una questione privata? C’è stato un momento preciso?
“I miei nonni sono mancati nel 2019, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Mi ha colpito così tanto che non solo loro, ma un’intera generazione, stesse scomparendo. Non riuscivo davvero a parlarne. L’unica mia reazione è stata creare, per fare in modo che quelle storie potessero continuare a vivere per sempre”.

C’è uno strumento, un ritmo o una tecnica tradizionale del Sud Italia che hai scoperto lavorando ad Anemoia, che non conoscevi prima?
“Della musica popolare italiana non era sopravvissuto praticamente nulla, dopo 80 anni di migrazione in Belgio. Non sapevo nulla di musica folk, tarantelle e di tutte quelle tradizioni: la comunità italo-belga aveva in gran parte dimenticato quei suoni. Li ho riscoperti completamente tornando in Italia. Oggi invito in Belgio artisti italiani come Davide Ambrogio, per far incontrare la mia comunità con i suoni del proprio territorio.”

C’è una frase, un ricordo o un’immagine legata ai tuoi nonni o alla tua famiglia che torna spesso mentre lavori alla musica?
“I miei nonni avevano appesa, in salotto, una foto della piccola chiesa del loro paese. Sembrava un luogo da sogno: in montagna, nella neve, quasi irreale. Ne parlavano come se fosse il posto per eccellenza. Oggi ho quella stessa identica foto nel mio studio, e scrivo quasi tutto con quell’immagine davanti a me”.

Come si è trasmesso in famiglia il rapporto con l’Italia?
“Sono cresciuto nel ristorante italiano di mio padre e di mia nonna. A casa, la cultura non si trasmetteva tanto a parole quanto attraverso il cibo. Non c’era molto spazio per riflettere sulla migrazione o sulla cultura: era semplicemente lì, e ci convivevamo. Ma il cibo di mia nonna ci ha insegnato tutto. Pappardelle con i funghi porcini: i belgi ci guardano sempre un po’ strano quando a settembre andiamo nei boschi a cercare i porcini, perché non fa parte della loro cultura”.

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