Il Dream Gap si supera anche a colpi di ‘tubi’

'Se puoi vederlo, puoi crederlo'. Silvia Migliorati, l'italiana premiata a Parigi a Women in Pipe, racconta perché le ragazze faticano a immaginarsi nei settori tecnici e perché anche il mondo delle infrastrutture energetiche ha bisogno di più talenti femminili.

C’è un modo di dire, in italiano, per liquidare qualcuno che non ha capito niente: “non capisce un tubo”. Curioso che proprio il settore dei tubi — quello delle pipeline, delle infrastrutture energetiche, dell’ingegneria pesante — sia tra i più ostici da immaginare al femminile. Tecnico, per addetti ai lavori, tradizionalmente maschile: uno di quegli ambiti in cui, da bambine, in poche si vedono proiettate da grandi.

È esattamente da qui che parte la storia di Silvia Migliorati, Environmental & Sustainability Manager di SICIM, azienda internazionale con sede a Busseto specializzata nella progettazione e costruzione di infrastrutture energetiche, premiata a Parigi nella categoria Industry Ambassador dei WIP Award (Women in Pipe Awards), il riconoscimento dedicato alle professioniste e alle aziende che promuovono concretamente il ruolo delle donne nel settore delle condotte e delle infrastrutture energetiche.

Cos’è il Dream Gap, e perché riguarda anche i tubi

Il Dream Gap è il divario tra le aspirazioni delle bambine e le opportunità che il mondo intorno a loro suggerisce come possibili. Le ricerche mostrano (OECD, The Future at Five: Gendered Aspirations of Five-Year-Olds (2021) come già intorno ai cinque anni stereotipi spesso invisibili comincino a condizionare le ambizioni future delle bambine: non per mancanza di talento, ma per i messaggi, espliciti o impliciti, che ricevono su ciò che è “appropriato” per una ragazza. Un meccanismo che vale per ogni settore, ma che nei mestieri più tecnici e meno raccontati, come quello delle pipeline, si allarga ulteriormente, semplicemente perché mancano i modelli a cui guardare.

Migliorati lo sa bene. Alla domanda su cosa sognasse di fare da bambina risponde con ironia: prima la parrucchiera, poi la maestra, poi per un periodo la dottoressa, le idee, ammette, erano più chiare da piccola che da adolescente. Di certo, il settore energetico non era tra le opzioni immaginabili: nessuno lo mette in lista, tra i sogni delle bambine, perché nessuno lo racconta.

Il fascino dei tubi

Eppure, spiega Migliorati, il mondo delle pipeline e delle infrastrutture energetiche è “molto più vicino alla nostra vita quotidiana di quanto si pensi”: basti pensare a quanto temi come sicurezza energetica e approvvigionamento delle risorse siano oggi al centro del dibattito pubblico. Ciò che sfugge, spiega, è soprattutto la varietà delle competenze coinvolte: non solo profili tecnici e operativi, ma anche sostenibilità, gestione dei rischi, relazioni con le comunità locali, oltre alle funzioni amministrative, finanziarie, legali e delle risorse umane.

È proprio questa complessità a rendere il settore interessante anche per chi oggi fatica a immaginarlo come possibile destinazione professionale. Le infrastrutture energetiche non sono solo opere tecniche: attraversano territori, comunità, paesaggi, economie locali, filiere internazionali e sistemi regolatori. Richiedono competenze ingegneristiche, certo, ma anche capacità di lettura degli impatti ambientali e sociali, visione di lungo periodo, gestione del rischio e dialogo con gli stakeholder.

Per questo una maggiore presenza femminile non è solo una questione di equità o rappresentanza. In un settore chiamato a confrontarsi con transizione energetica, sostenibilità industriale e complessità globale, team più plurali possono aiutare a leggere meglio i problemi, evitare sguardi troppo omogenei e valorizzare competenze diverse. Non perché le donne debbano essere portatrici “naturali” di sensibilità specifiche, ma perché nessun settore strategico può permettersi di restringere il bacino dei talenti.

Allo stesso tempo, questo mondo può offrire molto alle donne: carriere internazionali, ruoli tecnici e manageriali, crescita in contesti complessi, possibilità di lavorare su temi centrali per il futuro dell’energia e della sostenibilità. Migliorati lo descrive come un ambiente capace di offrire, soprattutto a chi è giovane e curioso, la possibilità di misurarsi con sfide stimolanti, lavorare in contesti internazionali e crescere sia professionalmente sia personalmente, pur richiedendo flessibilità e disponibilità a vivere lontano dalle proprie radici.

Vederlo per crederlo

Ed è qui che il premio ricevuto a Parigi si salda con il tema del Dream Gap. “Quando una ragazza vede donne che progettano infrastrutture, guidano team o ricoprono ruoli tecnici e decisionali, può immaginare quelle possibilità anche per sé stessa”, racconta Migliorati. “La rappresentazione conta. Perché se puoi vederlo, puoi crederlo”. Una responsabilità che, secondo lei, riguarda tutti: le famiglie, chiamate a non associare interessi e professioni a un genere specifico; le scuole, che possono offrire modelli di ruolo eterogenei; le aziende, attraverso politiche inclusive, mentoring e iniziative che avvicinino le ragazze alle discipline STEM; i leader, che hanno il compito di guidare con l’esempio.

È anche per questo, racconta, che ha deciso di candidarsi come Industry Ambassador: “Mi sono ripromessa di essere quella presenza di cui ho avuto bisogno io stessa agli inizi del mio percorso, cosicché una giovane ragazza che entra in una sala riunioni non sia un’eccezione, ma la normalità; non semplicemente presente, ma valorizzata”.

Capire un tubo, evidentemente, non è mai stato così importante.

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