La parola greca kayros è una di quelle utilizzate per indicare il tempo, non però quello che scorre banalmente sul cronometro, che viene definito fal vocabolo chronos: kayros si riferisce invece al tempo opportuno, al momento favorevole in cui accade qualcosa di decisivo. È proprio su questa idea di occasione irripetibile che nel 2000 è nata Kayros ETS, presso il quartiere milanese di Lambrate. Fondata da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria, l’associazione è nata quasi per una follia della carità: dare una risposta concreta all’ondata di minori stranieri non accompagnati che bussavano alla porta dell’oratorio in cerca di cibo e alloggio.
Da quel primo appartamentino per quattro ragazzi, Kayros è diventata oggi un punto di riferimento per il supporto e l’accoglienza di giovani in difficoltà segnalati dai Tribunali e dai Servizi Sociali.
Il cuore pulsante del metodo educativo di Kayros si riassume in una sfida controcorrente: puntare più sulla libertà che sulle regole. Se in carcere è la restrizione a prevalere, rischiando di produrre solo sofferenza o cattività pericolosa, in Kayros i cancelli sono aperti giorno e notte.
Cambia completamente la prospettiva dell’obiettivo, che non è più lo scontare una pena, ma responsabilizzare il giovane, mettendolo in condizione di decidere quale sia il proprio bene. “Se in carcere prevale il dispositivo totalitario della regola”, spiega don Claudio, “in comunità la sfida è la responsabilizzazione”.

Oltre le sbarre: la scommessa sulla libertà
Non si tratta di buonismo, ma di una pedagogia efficace che vede il ragazzo non come un problema da gestire, ma come un soggetto capace di intendere e di cambiare. In questo contesto, l’errore o il reato non sono etichette definitive. Il fondatore sottolinea anche come il crimine possa far emergere alcuni tratti che, paradossalmente, non sono sempre solo negativi: a voler guardare bene si può intravedere una fantasia, una scelta incosciente che può essere preludio di un cambiamento.
“Spesso un reato è solo un esercizio maldestro della propria libertà per raggiungere un obiettivo magari buono, come aiutare la famiglia in difficoltà”, continua il fondatore: l’attenzione di Kayros si sposta quindi dal bersaglio mancato al talento che vi era nascosto dietro.
Incontrando don Claudio Burgio presso la sede di Kayros a Vimodrone (MI) chiediamo se c’è un segreto in un metodo che riesce a trasformare ragazzi “difficili” in professionisti, educatori e artisti. La risposta sta proprio nella visione rivoluzionaria che mette la libertà davanti alle regole.

“L’idea è quella di dire: in questo contesto tu sei rimesso in libertà”, prosegue don Claudio. “una libertà certamente condizionata dalle regole comunitarie e dai procedimenti penali, ma dove sei messo in condizione di decidere qual è il tuo bene”.
Per questo, a Vimodrone i cancelli restano sempre aperti: “sono convinto che non esistano ragazzi incapaci di capire. Un ragazzo messo in condizione di appartenenza può decidere il proprio bene. Quando un giovane si sente sfidato nella libertà e accolto al di là degli errori, comincia a orientarsi al bene”.
I risultati di questa sorta di lettura del talento sono tangibili: “c’è chi faceva rapine in banca, un ragazzo spavaldo ma molto intelligente, che oggi, dopo una laurea in Scienze dell’Educazione, è il responsabile di una comunità di Kayros. O chi, dopo essere stato sveglio nel compiere reati, oggi dirige con la stessa prontezza l’etichetta discografica interna, mettendo il proprio intuito al servizio dei più piccoli”.
Un centro per rinascere tra musica, sport e arte
Inaugurata nel 2017, la sede di Vimodrone è oggi il centro nevralgico delle attività: qui il percorso di recupero è strutturato in modo da accompagnare i ragazzi verso una reale integrazione sociale. Si parte dalle comunità ad alta densità (Casa Arancione e Casa Gialla), dove avviene la prima accoglienza e l’osservazione, per passare alle comunità avanzate (Casa Azzurra e Casa Verde), dove i giovani consolidano il loro percorso attraverso la scuola e la formazione professionale.
La ripartenza passa per la bellezza e la passione, dove i laboratori sono pilastri fondamentali: da quello di musica, diventato uno studio professionale grazie alla collaborazione con Universal Music, a quello di cucina, fino alla ciclofficina e al teatro.

La musica, in particolare, è diventata uno strumento educativo potente: molti ragazzi, partendo dal racconto del proprio vissuto, sono diventati artisti noti o professionisti del settore, come appunto il giovane ex ospite che oggi dirige l’etichetta discografica della comunità.
Anche lo sport ha un ruolo centrale con l’ASD Kayros, che coinvolge i ragazzi in campionati di calcio come palestra di vita e di regole condivise.
Su una delle pareti esterne della sede di Vimodrone si trova un murales che non passa inosservato, poiché offre una potente rappresentazione visiva della missione di Kayros e del percorso che i ragazzi compiono all’interno della comunità: la scritta che domina la spirale descrive perfettamente la condizione dei giovani accolti, spavaldi e fragili, mentre alla base del murales si nota un labirinto, che simboleggia il caos, lo smarrimento e le difficoltà del passato.
Da questo groviglio parte una scala percorsa da alcune persone, a rappresentare il faticoso ma possibile cammino di risalita e di cambiamento che avviene in comunità: la scala conduce verso un centro luminoso che contiene un orologio che richiama direttamente il nome dell’associazione, quel Kayros che è il tempo opportuno per cambiare rotta e decidere per il proprio bene. L’opera è stata realizzato dai ragazzi guidati da degli esperti di settore.
Abbattere il muro dell’invisibilità
Oggi la difficoltà maggiore non è più il conflitto con l’autorità, ma l’indifferenza: i ragazzi che arrivano in comunità spesso soffrono di una profonda sfiducia verso il mondo adulto, percepito come irrilevante, incapace di dare senso alla vita.
Questa assenza genera un senso di invisibilità che i giovani tentano di colmare con azioni eclatanti: “ostentano sicurezza attraverso i social o azioni criminose, quando invece sono estremamente fragili; ostentano forza quando invece sono debolissimi”.
Il lavoro di tutti gli educatori di Kayros mira proprio a ricostruire questo legame spezzato, attraverso figure di adulti che non giudicano ma accompagnano, offrendo una sorta di palestra sociale dove imparare a dialogare e a esprimersi senza dover ricorrere alla prevaricazione.
Anche la dimensione religiosa viene vissuta in modo cairologico: non ci sono scadenze o liturgie prefissate, ma si coglie l’attimo, il momento in cui una domanda sul senso del dolore o della morte emerge spontaneamente; con un approccio che richiede anche all’adulto di “destrutturarsi”.
Commentare il Vangelo con i ragazzi, come accaduto in diverse occasioni, significa mostrare loro quanto quei testi siano vicini alla loro realtà. “Si parla di legge, di paura, di libertà… sono temi sensibili per tutti”, racconta don Claudio: “bisogna sganciarsi dagli stereotipi e dai linguaggi consolidati, poiché il Vangelo risuona al di là dei nostri conformismi”.
Il successo di Kayros, dalle comunità ad alta densità fino agli appartamenti per l’autonomia, risiede nella capacità di offrire una “seconda famiglia” piuttosto che un ambiente istituzionale. “Il cambiamento nasce quando un giovane smette di sentirsi un bersaglio mancato”, conclude don Claudio, “ma inizia a vedersi come un’opportunità”. Perché, in fondo, Kayros è proprio questo: il tempo giusto per capire che nessuno è definito per sempre dai propri errori.








