Che cosa rimane di un’Olimpiade quando si spengono i riflettori? Si tratta di una domanda che emerge spesso, al termine di grandi manifestazioni sportive, ma oltre ai record e alle infrastrutture, l’eredità più preziosa è quella culturale. I Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 si avvicinano con una promessa ambiziosa: non essere solo una straordinaria kermesse sportiva, ma un fattore che può promuovere una maggiore giustizia sociale.
Il tema è stato al centro dell’evento “Olimpiadi e parità: nuove prospettive”, svoltosi a Palazzo Visconti a Milano. Qui, Fondazione Bracco, in collaborazione con la Fondazione Milano Cortina 2026, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e il Comune di Verona, ha ribadito che lo sport è, per sua natura, un potente veicolo di inclusione, ma che la strada verso una vera parità di genere è ancora costellata di vari ostacoli, talora poco visibili.
A tale proposito la Fondazione Bracco partecipa all’Olimpiade Culturale di Fondazione Milano Cortina 2026 con una ricerca scientifica e una nuova tappa della sua mostra fotografica, con gli scatti di Gerald Bruneau, dedicata alle donne e allo sport.
“Noi ci impegniamo per rendere visibili le competenze femminili,” ha affermato Diana Bracco, Presidente di Fondazione Bracco, sottolineando come il valore di queste biografie possa essere fonte di grande ispirazione. Un concetto ripreso dall’Assessora di Verona Alessia Rotta, che ha evidenziato come investire nello sport femminile significhi investire in giustizia sociale e futuro.
Una visibilità che rischia di sfumare dopo i Giochi
Per cambiare la realtà bisogna prima misurarla: la ricerca promossa da Fondazione Bracco e dal CIO è stata presentata da Monia Azzalini, Responsabile del settore Diversità, Equità e Inclusione dell’Osservatorio di Pavia. I dati emersi non nascondono alcune contraddizioni: se durante i Giochi di Parigi 2024 la copertura mediatica è stata perfettamente equilibrata (51% di notizie dedicate alle donne), nei mesi successivi la visibilità delle atlete è crollata drasticamente, scendendo al 25%.
Il calcio continua a dominare la scena (40% delle notizie), restando però una roccaforte quasi esclusivamente maschile (98%); al contrario, lo sci si conferma un’isola felice di equità, con una copertura che premia il talento femminile. Ma il dato più sensibile riguarda le Paralimpiadi: lo squilibrio nell’attenzione mediatica è ancora profondo (54 notizie contro le 476 delle Olimpiadi), segno che c’è ancora molto da fare per riconoscere lo sport paralimpico come eccellenza atletica oltre ogni barriera fisica.

La conoscenza e il racconto sono quindi fondamentali: se una bambina non vede campionesse in TV o sui giornali, difficilmente sognerà di diventarlo lei stessa. Per questo la mostra fotografica Una vita per lo sport. Volti e conquiste delle #100esperte, assume un valore profondo, anche dal punto di vista sociale e politico: i ritratti di Gerald Bruneau saranno a Verona, nell’esposizione a cielo aperto in Corso Porta Borsari, dal 4 febbraio al 15 marzo 2026. È una versione aggiornata della mostra già presentata a Milano, con una galleria che include tre ulteriori ritratti, fra cui quello di Angela Menardi: dopo una carriera di successo nello sci di fondo paralimpico, lei è oggi una delle più forti atlete del curling in carrozzina; mamma di due ragazze, la sua partecipazione alle Paralimpiadi 2026 testimonia la sua incredibile longevità atletica e forza d’animo
Tra le 22 protagoniste immortalate dal fotografo francese spicca Kirsty Coventry, leggenda del nuoto e oggi prima donna africana a guidare il Comitato Olimpico Internazionale: “vedere modelli femminili forti mi ha dato la fiducia per inseguire i miei sogni”, ha dichiarato la campionessa dello Zimbawe, sottolineando che Milano Cortina 2026 saranno i Giochi più gender equal di sempre, con il 47% di atlete in gara.

Andare oltre gli stereotipi attraverso un impegno corale
“Questa galleria è una narrazione di storie intrise di valori forti,” ha spiegato Diana Bracco, “con donne coraggiose che hanno saputo imporsi in discipline un tempo considerate maschili: il nostro impegno è rendere visibili le loro competenze”. Lo stesso concetto è stato ripreso da Alessia Rotta, Assessora del Comune di Verona, che ha ricordato come investire nello sport delle donne significhi investire nel futuro: “il talento non ha genere e merita le stesse opportunità, dal riconoscimento professionale alle tutele“.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto #100esperte, una banca dati online nata per contrastare la marginalizzazione delle donne nei media (dove gli uomini vengono interpellati come esperti nel 70% dei casi). Lo sport, entrato nel database nel 2023, è l’ultima frontiera di questa battaglia per il merito.
I Giochi sono un’occasione unica per parlare a milioni di persone, ha ribadito Andrea Monti, Responsabile della Comunicazione di Milano Cortina 2026: non solo un evento, ma una piattaforma per un cambiamento duraturo. L’obiettivo della ricerca scientifica, che offrirà per la prima volta una visione organica su come lo sport viene raccontato in Italia, è quello di monitorare la copertura e la narrazione mediatica fino a marzo 2026.
Non si tratta solo di scattare una fotografia del presente, ma di lasciare una eredità di conoscenze e una sorta di “cassetta degli attrezzi” fatta di buone pratiche per chi verrà dopo.
Lo sport come libertà e rinascita
A dare corpo e anima al dibattito, moderato dal Direttore di SportWeek Pier Bergonzi, sono state due icone dello sport azzurro: Gerda Weissensteiner e Martina Caironi. Entrambe sono state portabandiera olimpiche dell’Italia, rispettivamente a Nagano 1998 e a Rio de Janeiro 2016 e le loro storie sono la prova vivente di come lo sport possa scardinare pregiudizi millenari.
Gerda ha vinto medaglie olimpiche nello slittino e nel bob, e ha parlato di una parità nata tra le montagne. “Sono cresciuta in una fattoria, in una famiglia numerosa, e per noi il lavoro non aveva genere”, ha raccontato la campionessa: “i maschi lavavano i piatti, le ragazze portavano la legna”.
Per lei, lo sport è stato sinonimo di libertà, un modo per fuggire dai doveri agricoli e scoprire il proprio talento: ma ha anche vissuto sulla propria pelle le barriere burocratiche. “Nel bob a due, le donne sono state ammesse solo nel 2002: oggi, nel mio ruolo di allenatrice incontro ancora troppe madri che mi dicono che avrebbero voluto gareggiare anche loro, ma ai loro tempi non era permesso. Dobbiamo dare alle ragazze il coraggio di osare“.

Anche Martina Caironi ha vinto medaglie paralimpiche nei 100 metri piani e nel salto in lungo (è tuttiora detentrice del record mondiale) e ha offerto una riflessione profonda sul valore dell’identità: “lo sport è stato il fil rouge che ha unito la mia vita prima e dopo l’incidente, mi ha dato l’autostima per ritrovare il mio centro”. Martina ha sottolineato l’importanza del linguaggio, uscendo ad esempio dallo stereotipo del “maschiaccio”, se una ragazza gioca a calcio: “semmai dovevano dirmi che ero una femminaccia, quando avevo entrambe le gambe e giocavo a calcio”, ha commentato ironicamente.
Le bambine devono poter sognare di essere astronaute o atlete vedendo modelli femminili reali: “una medaglia paralimpica non è un punto di arrivo”, ha aggiunto, “ma una base per puntare ancora più in alto”.
Se la partecipazione numerica si avvicina alla parità (a Parigi le donne erano il 49% e a Los Angeles saranno probabilmente la maggioranza), Bergonzi ha ricordato che la partita vera si gioca ora su altri campi: maternità, tutele previdenziali, parità salariale e, soprattutto, la presenza delle donne nei ruoli decisionali delle federazioni.
Oltre i riflettori, servono le rampe
Al termine dell’incontro, abbiamo potuto intrattenerci con Martina Caironi per capire quanto sia profondo il cambiamento in atto. La sua analisi è lucida: la visibilità è aumentata, ma l’accessibilità reale arranca ancora.

Martina, dalla tua prima Paralimpiade a oggi, come è cambiata la percezione della disabilità in Italia, anche per quanto riguarda l’inclusione e l’accessibilità?
“L’attenzione è cresciuta perché siamo più visti, più presenti. Le leggi fanno la differenza, oggi impongono che i nuovi luoghi siano accessibili, ma c’è ancora un limite culturale: le persone spesso non si accorgono delle barriere finché non hanno vicino qualcuno in carrozzina. La Paralimpiade ha questo potere: mette sotto i riflettori atleti di alto livello, costringendo tutti a capire che se vuoi ospitare un evento per tutti, quel palco deve avere una rampa, quel palazzetto deve avere un bagno accessibile. Bisogna scardinare l’idea che la disabilità sia sinonimo di fragilità o debolezza.”
Dopo una carriera agonistica così ricca di soddisfazioni e traguardi raggiunti, come si fa a trasferire tutto ciò che hai vissuto nella vita di tutti i giorni?
“Grazie allo sport ho imparato a gestire lo stress, il dolore, l’attesa e la fatica. Nella vita quotidiana, questo si traduce in un problem-solving continuo: se ho un problema fisico, ad esempio se mi fa male un ginocchio, non mi fermo, cerco di usare le braccia o gli addominali. C’è sempre qualcosa che si può fare. Lo sport ad alto livello ti insegna a tener duro e a non stare mai ferma, che è poi il mio tratto caratteriale principale.”
Sei comunque restata nel mondo dello sport, con un ruolo importante, non più soltanto a livello nazionale: che cosa ti auguri per il tuo dopo-carriera?
“Cerco di mantenere una vita normale, al di là dei riflettori: oggi ho responsabilità a livello internazionale nel CIO e spero che questa esperienza possa servire a rendere strutturali i cambiamenti che attualmente vediamo solo durante i grandi eventi. Lo sport è una palestra di vita, ma deve essere una palestra aperta a tutti, senza eccezioni.”
L’appuntamento di Milano Cortina 2026 non sarà quindi solo un evento, ma una piattaforma per un cambiamento duraturo. La vera vittoria non si misurerà solo sul podio, ma nella capacità di abbattere quei pregiudizi che, come dice Martina, sono spesso più alti di qualsiasi barriera architettonica.
In copertina, fotografie di Gerald Bruneau © Fondazione Bracco
La ricerca sulla copertura mediatica delle Olimpiadi e Paralimpiadi con un’ottica di genere








