Energia elettrica, si fanno largo le comunità energetiche

Ecco una nuova realtà giuridica che favorirà la transizione energetica e il risparmio

Un nuovo report di Energy & Strategy Group (Politecnico di Milano) ha fatto il punto sui consumi energetici del nostro Paese nell’ultimo anno, segnalando che l’effetto pandemia ha influito moltissimo sia sui consumi, che sono scesi del 12%, sia sulla distribuzione del mix energetico che ha fatto crescere la percentuale di energie rinnovabili. In sostanza, la pandemia ha anticipato in maniera improvvisa uno scenario che era atteso nei prossimi anni: da marzo a maggio 2020 si è registrato un maggiore peso degli impianti solari nel mix energetico, il solo fotovoltaico ha coperto il 13% della produzione nazionale nel mese di aprile 2020, mentre è calata dal 52 al 44% la produzione da fonti fossili.

In questo contesto sta emergendo chiaramente anche il ruolo che avranno nei prossimi anni le Energy Community, cioè le associazioni tra cittadini, attività commerciali e imprese che si uniscono in una ‘comunità’ volta allo sviluppo e utilizzo di impianti per la produzione e l’autoconsumo condiviso di energia da fonti rinnovabili.

Cosa sono le comunità energetiche

In diversi Paesi del Nord Europa, come la Danimarca e la Germania, le comunità energetiche sono già diffuse da alcuni anni. Esse infatti nascono da una direttiva europea, la Red II (2018/2001/Ue) e si ricollegano a una serie di iniziative legislative volte a favorire la diffusione delle energie da fonti pulite e rinnovabili come il fotovoltaico.

Secondo questa e successive direttive, le comunità energetiche sono un vero e proprio soggetto giuridico, che si basa sulla partecipazione aperta e volontaria, è autonomo ed è effettivamente controllato da azionisti o membri che sono situati nelle vicinanze degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili che appartengono e sono sviluppati dal soggetto giuridico in questione; gli azionisti o membri sono persone fisiche, PMI o autorità locali, comprese le amministrazioni comunali; il loro obiettivo principale è fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai suoi azionisti o membri o alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari. In breve, lo scopo unico delle comunità energetiche è la produzione di energia pulita per l’autoconsumo della comunità stessa, anche se entro certi limiti hanno anche il diritto di immagazzinare, scambiare e vendere l’energia in eccesso.

Esistono poi anche dei dettagli tecnici che definiscono la comunità energetica: nel nostro Paese, si parla di gruppo di utenze appartenenti alla stessa rete in bassa tensione, ovvero utenze che fanno riferimento alla stessa cabina di bassa-media tensione. Inoltre gli impianti non devono superare i 200 kW di potenza‘.

Ogni Stato membro dell’Unione Europea sta recependo con proprie leggi nazionali le direttive comunitarie, in Italia lo scorso agosto è stata approvata la delibera 318/2020/R/EEL di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) che ha disciplinato le modalità di gestione economica dell’energia condivisa, sia nell’ambito di comunità di energia rinnovabile che nei gruppi di autoconsumatori.

Non c’è un’indicazione specifica su quale tecnologia sia meglio utilizzare per la produzione di energia rinnovabile, ma quella che si presta meglio è sicuramente il fotovoltaico.

Questa forma di organizzazione permetterà di ottenere diversi benefici, sia a livello ambientale, sia a livello di efficienza e risparmio energetico.

Quanto si diffonderanno le energy community in Italia?

La transizione verso l’energia pulita fa affidamento sulla diffusione delle comunità energetiche.

Lo studio ha stimato il mercato potenziale italiano, cioè il totale delle utenze energetiche e degli edifici che potrebbero organizzarsi in comunità energetiche, identificando 3 scenari di penetrazione, “moderato”, “intermedio”, “accelerato”.

Seppur con differenze significative tra i diversi scenari, le potenzialità di mercato nel nostro Paese sono ragguardevoli. Si stima infatti che potrebbero essere coinvolte nel prossimo quinquennio (2021-2025) circa 150-300 mila utenze non residenziali e oltre 1 milione di utenze residenziali, dando vita (nello scenario intermedio) ad almeno 20.000 Comunità Energetiche Rinnovabili.

“Il sistema elettrico è in rapida evoluzione per via del peso sempre maggiore delle fonti rinnovabili e della progressiva dismissione di una parte del parco termoelettrico – ha detto Simone Franzò di E&S Group, responsabile scientifico della ricerca -. In questo contesto, un nuovo soggetto sta emergendo con grande enfasi: le Energy Community, frutto del percorso normativo europeo avviato sulla scia del Clean Energy Package e che poggia su due direttive, la RED II e la IEM, che l’Italia è chiamata a recepire nei prossimi mesi. Anche altre normative si sono perfezionate nel corso del 2020, nell’ottica di assecondare uno sviluppo sostenibile del sistema elettrico verso il 2030, anno target per gli ambiziosi obiettivi che il nostro Paese si è dato, come il 55% di copertura della domanda di elettricità da fonti rinnovabili”.

Secondo le stime dell’E&S Group, nel prossimo quinquennio (2021-2025) la diffusione delle comunità energetiche potrebbe portare all’installazione di oltre 3,5 GW di impianti fotovoltaici, generando un volume d’affari di 4 miliardi di euro (con riferimento alle diverse tecnologie abilitanti) supportati da incentivi per 6,5 miliardi su un orizzonte di 20 anni. Riferendosi ad uno scenario intermedio, al 2025 le “comunità energetiche” e gli “autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente” potrebbero contribuire al 45% della nuova potenza di fotovoltaico installata necessaria per raggiungere l’obiettivo fissato dal PNIEC. Quanto ai benefici ambientali, la riduzione delle emissioni di CO2 cumulate nell’arco della vita utile dei nuovi impianti installati sarebbe intorno ai 23 milioni di tonnellate.

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