Imprenditrici italiane, ecco il loro identikit

In Italia solo una donna su due lavora. Anche nell'innovativo mondo delle startup, la presenza femminile è ancora sotto dimensionata. Lo studio di Cariplo Factory

Cariplo Factory, il centro fondato da Fondazione Cariplo nel 2016 che da’ supporto alle aziende innovative, ha realizzato uno studio che attraverso l’intervista di 110 giovani aziende (startup) a guida femminile cerca di identificare meglio chi sono queste imprenditrici italiane.

Lo studio si chiama “Pow(H)er Generation – How to make a difference” e può essere liberamente scaricato.

Lo studio ha a che fare con un tema di cui spesso parliamo nei nostri articoli, riguarda il cosiddetto ‘gender gap’, un argomento anche a cuore dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che ad esso ha dedicato l’obiettivo 5.

Il gender gap altro non è che il divario di genere, cioè la differenza (gap) tra donne e uomini nella società e nel lavoro, differenza che si traduce sia nella minore presenza di donne nei posti di lavoro, sia nei diversi trattamenti che sono loro riservati, anche in relazione allo stipendio.

Per esempio, nel nostro Paese lavora soltanto 1 donna su 2 e solo un 20% circa di imprese sono fondate o a guida femminile. Tra le startup, la percentuale scende al 18%.

Le aziende innovative, a oggi, secondo il Mise, sono oltre 16.000, tra 14.000 startup  e 2.066 PMI, ma solo qualche migliaio è a guida femminile.

Un vero peccato, perché la Banca d’Italia ha stimato che se l’occupazione femminile salisse al 60%, avremmo un aumento del PIL pari al 7% (una cifra vicina ai 130 miliardi di euro). Un’opportunità enorme che il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente deciso di supportare con nuove politiche a favore delle donne in campo professionale e imprenditoriale.

Cariplo Factory, in collaborazione con altre organizzazioni che si occupano di imprese innovative (Aifi, La Carica delle 101, Italian Tech Alliance, SheTech, InnovUP e aut/studio) ha voluto approfondire l’argomento e verificare quali sono le caratteristiche delle imprese guidate da donne.

Il quadro è molto interessante e mostra un livello di maturità tecnologica molto elevata e molta attenzione ai temi della sostenibilità: le aziende fondate da donne appartengono ai settori economia circolare (18%), istruzione e tecnologie per l’istruzione (6%), cibo e bevande (2%), consegne e logistica (2%), intrattenimento (4%), salute (20%), piattaforme digitali (26%), tecnologie per la finanza (2%).

“Durante questi mesi abbiamo toccato con mano quanto sia ancora lunga la corsa per raggiungere il traguardo della parità di genere nel mondo dell’innovazione e, in generale, all’interno del mercato del lavoro nel nostro Paese – ha dichiarato Riccardo Porro, Chief Operating Officer di Cariplo Factory. – Ma i numeri della ricerca e le storie che abbiamo raccolto fanno ben sperare per i prossimi anni, perché crediamo fortemente che una leadership più inclusiva e partecipativa possa essere un volano di accelerazione per il cambiamento e crescita delle imprese italiane. In questa corsa serve il contributo di tutti, nessuno escluso, perché si tratta essenzialmente di un cambiamento culturale che deve partire dai singoli ed essere sostenuto da imprese e istituzioni.”

La geografia delle imprenditrici: sede al Nord in aziende familiari, ma con un business nazionale e internazionale

Dall’analisi emerge che il 16% delle start-up intervistate nasce da un business familiare, dove alle responsabilità per le decisioni aziendali si affianca la pressione per il coinvolgimento affettivo. “Mi occupavo prima di Supply Chain, ho lavorato per una multinazionale americana e poi negli USA per un’azienda italiana. Sono dovuta tornare in Italia durante la crisi 2008, incinta e con un altro bambino piccolo, il mio CV aveva subito perso di appeal e così sono tornata nell’azienda di famiglia da cui ero scappata tutta la vita. Una PMI metalmeccanica nella quale, invece della noia che mi aspettavo, ho trovato grande passione e me ne sono innamorata! Mi mancava però un pezzetto… quello dell’innovazione. Ma sono riuscita a introdurla e a innovare il mio business” dice Elena Fagnani, CEO di Aircnc, piattaforma di manufactoring as a service dedicata alle PMI.

Il 74% delle start-up analizzate è stata fondata da due o più socie con una collocazione principalmente nel Nord Italia (64%) e ancora limitata al Sud e nelle isole (10%). Le start-up che fanno parte del campione oggi lavorano sia all’interno del mercato nazionale (60%), che oltre confine (32%) e solo per l’8% sul mercato locale. Ma ben il 77% del campione vuole consolidare o ampliare il proprio business in Europa, il 13% in Nord America e il 6% in Asia.

Difficoltà di reperire fondi per crescere e risorse qualificate

Dall’analisi emerge inoltre che il 18% delle società ha partecipato ad un programma di incubazione, il 36% di accelerazione e 28% ad entrambi, traendone grandi benefici. “Partecipare a programmi di incubazione e accelerazione è stato molto utile, sia in termini di network e finanze ma anche e soprattutto, nel mio caso, per quanto riguarda la mentalità acquisita. Mi mancavano molte competenze e conoscenze, grazie a queste attività ne ho colmate molte, sia io che il mio Team” ha dichiarato Danila De Stefano, CEO & Founder di Unobravo, start-up che si occupa di Telehealth, Digital Health e Psicologia online.  E anche se il 66% del campione ha già ricevuto un investimento, l’86% di queste start-up è sempre alla ricerca di un investitore che possa sostenere e finanziare la crescita, e il 40% dichiara di avere difficoltà a raccogliere investimenti.

Nella ricerca di fondi emerge anche che appena il 2% ha beneficiato di un finanziamento dedicato all’imprenditorialità al femminile. “I fondi governativi sono difficilissimi da ottenere, quelli privati richiedono di avere già un prototipo o addirittura revenues per poter essere valutati… quindi in 3 anni di attività mi sono autofinanziata investendo ogni singolo centesimo dei miei risparmi. Ma sono felice d’averlo fatto, perché avere un business è come un figlio, i sacrifici fanno parte del gioco, e diventa la tua priorità assoluta” ha commentato Mara Vendramin, CEO, founder di My-Money, start-up fintech proprietaria di un brevetto in ambito di pagamenti biometrici. Le imprenditrici intervistate hanno evidenziato anche difficoltà nella costruzione di un team qualificato (12%), fatica a trovare competenze manageriali (12%) o figure tecniche (18%) e problematiche legate al work-life balance (10%).

Crescita trainata dal networking e politiche di welfare

Le imprenditrici intervistate per fronteggiare le difficoltà nel reperimento di risorse e fondi riescono comunque a far crescere il business spingendo per l’82% su attività di networking. “Partendo dalla nostra esperienza, quello che abbiamo notato è che molte delle realtà come la nostra sono guidate da donne che credono nel ritorno sociale e ambientale della propria attività e che supportano il nostro lavoro. Fare rete, cooperare e sostenerci tra donne è per noi importantissimo e alla base della nostra attività quotidiana, oltre che uno dei nostri principali obiettivi come azienda: creare un network di settore dentro al quale le donne abbiano un ruolo di leadership” ha dichiarato Ottavia Belli, Founder e AD di Sfusitalia S.r.l., start-up che si occupa di zero waste e prodotti sfusi. “Il networking è fondamentale! – aggiunge Elena Pasquali, Founder di EcoSteer, start-up innovativa in ambito IoT e Blockchain che si occupa di ownership e monetizzazione dei dati prodotti da dispositivi connessi. – Non saremmo arrivati dove siamo ora senza l’aiuto delle tante persone che hanno creduto in noi e nella nostra tecnologia. Ed il contributo di altre donne è stato essenziale: a partire da Silvia Tessari, Advisor che ci ha aiutato ad ottenere contributi finanziari per progetti innovativi alla Provincia Autonoma di Bolzano, dalla nostra straordinaria Business Development Director Giada Zanatta – conosciuta in H-FARM! – sino alle Avvocate di Iusintech, che hanno validato la Data Ownership Platform dal punto di vista legale.”

Alla base del successo ci sono anche alcuni punti di forza del loro stile di leadership, che secondo le intervistate possono sintetizzarsi in: resilienza e determinazione (44%), visione strategica (24%), empatia e capacità relazionale (24%) e capacità di lavorare in team e fare squadra (4%). “Nonostante dati e statistiche siano ancora desolanti – in Italia, ancora oggi quattro aziende su cinque sono guidate da uomini –, credo che le cose stiano finalmente cambiando – afferma Tiziana Monterisi, Cofondatrice e CEO di Ricehouse, start-up operante nel settore della Bioedilizia. – Sono sempre di più le opportunità per le donne che vogliono entrare nel mondo imprenditoriale, dai finanziamenti agevolati all’accesso ai crediti a sostegno delle attività guidate da donne, dagli investimenti sulla formazione anche per discipline storicamente egemonizzate dagli uomini, come quelle STEM, alla crescita del mondo dell’associazionismo e del networking femminile. C’è ancora molto da fare, ma la direzione è quella giusta: bisogna cambiare radicalmente il paradigma culturale e sociale, offrire anche alle giovanissime role model diversi e diversificati, fuori dallo stereotipo di genere, che sappiano creare più consapevolezza nella scelta delle proprie passioni e del proprio percorso professionale”.

Il 60% crede e investe anche in percorsi di empowerment, welfare e formazione e per i propri dipendenti, quali flessibilità oraria (10%), formazione gratuita (68%), networking (6%), partecipazioni ad eventi (13%). Il fatto che il 44% delle start-up intervistate abbia già attivato programmi di tutela o riduzione dell’impatto sull’ambiente denota anche la lungimiranza ambientale di queste imprese.

La voce delle imprenditrici

Per completare l’analisi Cariplo Factory non ha voluto solo far parlare i dati, ma ha dato voce anche a oltre 30 imprenditrici italiane lanciando “Storie di Pow(H)er Generation”, una serie di approfondimenti sulle origini delle singole idee trasformatesi in aziende. Un racconto che è passato attraverso le fasi salienti della creazione dei business e di equilibri all’intero della squadra delle realtà analizzate. Tra queste, oltre alle già citate sopra: Azzurra Roberto, CEO di Incloodo; Giada e Alice Cancellario, rispettivamente Co-founder e AD di Le Ragazze Book Club; Veronica Vecci, Co-Founder di AmbiensVR; Eliana Salvi, Founder & Managing Director di Cosmic, l’Universo dei Contenuti Brevi; Iris Skrami, CEO e Co-Founder di Renoon; Giuditta Pasotto, Founder e CEO di  GenGle, Alessandra Maravic, Founder e CEO di Beyond The Box; Mariarosa Trolese, Co-funder di Foolfarm; Martina Spinoglio, Founder di Thesis 4u; Giulia Zanatta, Co-founder e Amministratrice di Aroundrs, Francesca De Finis, Founder di Stendhapp; Marianna Chillau, Founder di Transactionale; Elisa Cioffi e Andrea Cioffi, rispettivamente Co-ideatrice e CEO di Ihealthyou; Francesca Pievani e Alice Zantedeschi, Co-funders di Fili Pari; Livia Viganò e Bianca Arrighini, COO e CEO di Factanza Media; Arianna Pozzi, Founder di GAIA MY FRIEND; Valentina Caputo, Co-founder di Lightbox Early Learning; Anna Impedovo, CHRO di ISAAC,  Lucia Pannese, CEO di imaginary .

Alle voci di queste imprenditrici si sono aggiunte anche le storie di professioniste e manager che hanno saputo fare la differenza nel loro settore di riferimento diventando veri e proprio role model. Tra queste Monica D’Ascenzo, giornalista finanziaria de Il Sole 24 Ore; Maria Teresa Minotti, director di PayPal Italia; Gaya Spolverato, chirurga oncologa; Rossella Migliaccio, imprenditrice ed esperta d’immagine; e Sofia Borri, Presidente di Piano C.

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