Economia circolare, cos’è, vantaggi, esempi

Lo sviluppo sostenibile è possibile se si segue un nuovo modello di produzione e consumo, quello noto come 'economia circolare' o 'circular economy'.

Immaginate di trovarvi su una barca a vela per mesi. Di dover decidere cosa portarvi dietro, cosa selezionare e cosa scartare, per il viaggio ma soprattutto per la vostra sopravvivenza. È lì che ci si rende conto di cosa significhi il concetto di “scarsità delle risorse” e dell’importanza della ‘circular economy’ modello economia circolare. È quanto accaduto ad Ellen Macarthur, ex velista di cui abbiamo avuto modo di parlare in passato. L’esempio della Macarthur, che nel 2010 ha dato vita ad una fondazione a suo nome, ci viene in aiuto per parlare di modello di economia circolare.


L’economia circolare cos’è

Possiamo definire l’economia circolare come un nuovo modello di produzione e consumo, volto ad allungare la vita dei prodotti e a ridurre al minimo i rifiuti lo sfruttamento delle risorse primarie. I suoi pilastri sono le tre R: Ripara, Riusa, Ricicla. Si è imposta come una vera rivoluzione economica, la strada maestra per camminare sul sentiero dello sviluppo sostenibile, che ha il vantaggio di poter essere applicata oggi anche per ‘correggere’ il modello di economia lineare fino a oggi seguito che ha fatto tanti danni. L’econonomia circolare è pertanto un riferimento dello sviluppo sostenibile, dell’Agenda 2030, della transizione ecologica e digitale, degli investimenti del PNRR.

infografica economia circolare

Da un modello lineare a un modello circolare

L’idea del circolo, quindi di un cerchio tracciato che torna alla posizione di partenza, rende bene l’idea di cui stiamo parlando. Il protagonista di questa storia è il prodotto, che inizia il suo “circolo” o, per meglio dire, ciclo di vita, con la progettazione e lo prosegue con la produzione, la distribuzione, il consumo, il riutilizzo, la raccolta e, per finire, con il riciclaggio che lo riporta alla forma iniziale o dà vita ad nuovo prodotto. 

In un mondo in cui le risorse sono destinate a estinguersi, questa può essere la soluzione principale per risolvere il problema della scarsità in economia. Ma soprattutto, è la soluzione per rendere davvero sostenibile la nostra presenza sulla terra, a tutela delle specie con le quali conviviamo e del genere umano. 

L’economia circolare è a tutti gli effetti un modello di produzione e consumo che punta su termini quali riparazione, riutilizzo ma anche prestito e condivisione. Questi ultimi due concetti, socialmente riconducibili ad un forte senso di comunità e che necessitano di un solido collante tra gli individui, non sono irrilevanti ai fini dell’analisi che stiamo conducendo. 

Proprio come una ruota può girare all’infinito, se animata da qualcosa (che sia un motore o la spinta propulsiva di una società in cambiamento), anche il ciclo dei prodotti può continuare a girare fino a riportare il bene all’interno del sistema economico. Questo produce ulteriore valore, rispetto a quello iniziale, sia nel mercato che nella società. 

Per capire bene un concetto si può ragionare sulle differenze con altri apparentemente simili. Una delle parole più in voga da anni, in ambito di sostenibilità ambientale, è senza dubbio riciclaggio. Ma che differenza c’è tra il riciclaggio classico e l’economia circolare?

Come abbiamo visto, il riciclo può essere una fase, quella finale, dell’economia circolare. Ma la differenza tra i due aspetti è, oltre che filosofica, anche pratica ed è relativa alla fase temporale in cui intervengono i due fattori. Se il riciclaggio, infatti, ha luogo alla fine del ciclo di vita del prodotto, quando ormai è divenuto un rifiuto a tutti gli effetti, l’economia circolare è un processo che si avvia dall’inizio, potremmo dire fin dal “concepimento” del prodotto, così che esso possa essere pensato come un bene da riparare, ricostruire e poi riutilizzare. 

Il concetto speculare all’economia circolare è quello dell’economia lineare, riguardante il modello economico tradizionale consumistico, basato sullo schema classico “estrarre-produrre-utilizzare-gettare”. Questo modello, però, non è più sostenibile, in quanto necessita di enormi quantità di materie prime e fonti energetiche accessibili a prezzi relativamente bassi.

Economia circolare: perché conviene?

Aldilà delle polemiche politiche e delle posizioni spesso eccessivamente ideologiche che vengono assunte da stakeholders e decision makers, sono numerosi i vantaggi che possono scaturire da un passaggio da un modello economico lineare ad uno circolare.

Innanzitutto, oltre ad un impatto decisamente più leggero sull’ambiente, ci sarebbe la possibilità di gestire molto meglio l’accesso alle materie prime, con maggiore stabilità e sicurezza sull’approvvigionamento. 
Ma ci sarebbero vantaggi anche dal punto di vista strettamente economico e sappiamo quanto concetti come produttività e competitività incidano in questa materia.

Ebbene, secondo i dati raccolti dal Parlamento Europeo, l’economia circolare sarebbe più competitiva rispetto a quella lineare e dovrebbe generare un introito del PIL (+0,5%). Essa avrebbe un impatto positivo anche sull’occupazione, argomento delicato quando si parla di transizione ecologica (700 mila nuovi posti di lavoro entro il 2030). 
Se questo è il quadro dei dati positivi relativi all’economia circolare, bisogna dire anche che le imprese non sembrano ancora pronte per un effettivo cambio di rotta. Nella pubblicazione della Commissione Europea intitolata ‘L’economia circolare. Collegare, generare e conservare il valore’, possiamo rintracciare alcune delle criticità del mondo imprenditoriale europeo sul tema. Nello specifico, le imprese investono poco in modelli produttivi alternativi perché li percepiscono come ad alto rischio economico-finanziario o, addirittura, non hanno sufficiente consapevolezza delle reali dimensioni del problema e di quante opportunità si celino dietro la scelta dell’economia circolare. In aggiunta interviene quello che forse è il problema alla base della mancanza di sensibilizzazione: le azioni a livello politico negli Stati membri non sono ancora sufficientemente incisive e strutturate. 

È interessante notare che forse i cittadini dell’Unione sono più consapevoli degli attori economici. Secondo il sondaggio dell’Eurobarometro flash 388, infatti, molte persone hanno compreso la rilevanza dell’argomento. Addirittura l’86% degli intervistati ritiene che un impiego diverso delle risorse avrebbe un impatto virtuoso sulla qualità della vita nel proprio Paese, mentre il 78% pensa che questa transizione sarebbe positiva anche per il mercato del lavoro. 

L’economia circolare nella moda e le sue 3 leggi

Il settore moda è tra i più inquinanti e INsostenibili al mondo nel suo attuale assetto: tutta la filiera produttiva è causa di enormi emissioni di CO2, elevati consumi di acqua, uso abbondante di chimica nociva (sul tema si veda la bellissima campagna Greenpeace ‘Detox my fashion’ partita nel 2011).

In particolare, l’arrivo del cosiddetto ‘fast fashion‘ (abbondanza e continuo ricambio negli store di prodotti a basso costo e di scarsa qualità) su cui sono nati imperi commerciali, ha determinato un’impennata nella produzione di capi e una parallela impennata dello scarto e dell’invenduto, che tipicamente finisce bruciato generando nuovo inquinamento per il suolo.

La moda è anche un settore in cui l’applicazione dell’economia circolare può davvero fare la differenza, soprattutto per quanto riguarda i temi ambientali, in modo molto visibile e coinvolgendo i consumatori.

Le tre leggi della circolarità nella moda

“L’economia circolare è un’idea più grande della riduzione progressiva dei danni prodotti dal nostro modello attuale” dice la Fondazione MacArthur in questo documento.

L’economia circolare ha elaborato una metodologia che ha semplificato all’industria il passaggio dai buoni propositi all’azione concreta, ma richiede un modo di pensare del tutto nuovo, in contrapposizione con il consumismo sfrenato degli ultimi decenni.

Come dicevamo prima, si basa su tre principi, tutti guidati dal design: eliminare i rifiuti e l’inquinamento, mantenere i prodotti e i materiali in uso, e rigenerare i sistemi naturali. Per la moda, si traduce in:

  • garantire che i prodotti (abbigliamento, calzature, accessori) siano usati di più;
  • siano fatti per essere rifatti;
  • siano realizzati con input sicuri e riciclati o rinnovabili.
Used more – uso prolungato dei prodotti

Bisogna favorire il noleggio e il recommerce, in quanto sono dei modelli di business in cui è possibile continuare a sviluppare valore economico su un prodotto ‘già fatto’, dissociando tale sviluppo economico dal consumo di risorse che sarebbe invece necessario per fare un prodotto nuovo.

I prodotti dovrebbero essere progettati e fabbricati per durare nel tempo e per essere riparati.

Le aziende produttrici dovrebbero forine agli utenti le conoscenze, gli strumenti e i servizi necessari per mantenere il fascino fisico ed emotivo dei loro prodotti.

Tutti i prodotti che vengono realizzati andrebbero usati. Vanno scoraggiate politiche di sovrabbondanza produttiva, l’inventario in eccesso è ridotto al minimo e non viene mai distrutto.

Made to be made again – Fatti per essere rifatti

La discarica, l’incenerimento e la termovalorizzazione non fanno parte di un’economia circolare: i prodotti e i loro materiali devono essere progettati e fabbricati per essere disassemblati in modo da poter essere riutilizzati, rifatti, riciclati e – se del caso, e dopo il massimo uso e ciclo – compostati in modo sicuro.

Gli imballaggi sono ridotti al minimo, e sono fatti di materiali anch’essi riutilizzabili, riciclabili o compostabili secondo i principi di un’economia circolare per la plastica o altri materiali da imballaggio.

Le imprese devono contribuire responsabilmente a sostenere le infrastrutture, in proporzione a ciò che immettono sul mercato, per assicurare che i loro prodotti siano raccolti e riutilizzati, rifatti o riciclati nella pratica. E anche le amministrazioni pubbliche dovrebbero sostenere e facilitare la creazione di un’infrastruttura di raccolta efficace e fornire un quadro normativo e politico favorevole.

Made from safe and recycled or renewable inputs – realizzati con materiali sicuri o riciclati o rinnovabili

Questo terzo punto è molto importante perché riguarda la salute delle persone e degli ecosistemi ed è applicabile non solo al design di prodotti nuovi (ecodesign), ma anche quando si parla di riuso e riciclo di tessuti, abbigliamento, scarpe e altri prodotti del fashion che vengono reintrodotti nel mercato. La salute e l’ambiente risultano tutelati se:

  • i prodotti e i loro materiali sono privi di sostanze pericolose;
  • la produzione non deve scaricare sostanze pericolose nell’ambiente. Le microfibre che possono causare danni non devono raggiungere l’ambiente, sia per progettazione che per raccolta;
  • la produzione, le pratiche della catena di fornitura e le tecnologie dovrebbero assicurare un utilizzo più intelligente delle risorse, per esempio ottimizzando l’uso di acqua, energia, prodotti chimici e materiali;
  • la produzione (compreso tutto quanto usato durante la produzione e la lavorazione) è completamente disaccoppiata dal consumo di risorse finite, questo significa in concreto che bisogna minimizzare il ricorso a risorse vergini e aumentare l’uso di prodotti e materiali esistenti; sottoprodotti e scarti devono essere trattati come materiali di valore; laddove sia necessario utilizzare una materia prima vergine, utilizzare quello rinnovabile o ottenuto utilizzando pratiche di produzione rigenerative.
  • La produzione, la distribuzione, lo smistamento e il riciclaggio dei prodotti dovrebbero essere alimentati da energia rinnovabile.

È evidente che il cambiamento in fondo è possibile, fattibile, benché complesso, perché coinvolge un’azienda che produce tessili o abbigliamento nella sua interezza, sia per quanto riguarda la propria produzione e commercializzazione, sia per quanto riguarda la scelta dei fornitori. Ci vogliono imprenditori e manager illuminati per guidare le aziende in questi processi, forse non si può fare tutto dall’oggi al domani, il sistema moda è enorme e dà lavoro a oltre 75 milioni di persone nel mondo, ma il cambio di rotta è necessario.

Un ruolo dell’Italia nella moda etica?

L’Italia è il Paese della moda ed è anche uno dei più virtuosi, soprattutto nel campo del tessile. Riporta il libro di Marina Spadafora e Luisa Ciuni ‘La rivoluzione comincia dal tuo armadio‘, che ci sono interi distretti produttivi da Prato a Biella che hanno aderito e applicano le linee guide del Detox Protocol di Greenpeace già menzionato o del ZHDC entrambi rivolti a diminuire la chimica tossica e l’impatto ambientale del sistema moda e calzature.

Questo significa che la moda italiana può candidarsi a guidare la trasformazione verso una moda etica, abbiamo un grandissimo movimento in questa direzione, portato avanti da startup e grandi aziende.

Lo stesso Giorgio Armani è sempre più schierato in questa direzione, anche se lui dice di essere sempre stato sostenibile.

“La Filosofia Alla Base Del Mio Marchio È Da Sempre ‘Sostenibile’: Attraverso Il Mio Lavoro Propongo Abiti Che Durano E Che Possono Essere Indossati Anche A Distanza Di Anni […]. Un Posizionamento Sostenibile Oggi È Fondamentale. È Una Questione Di Etica Prima Ancora Che Di Strategia.” – Giorgio Armani

Esempi di economia circolare

Gli esempi di economia circolare oramai si moltiplicano e non dobbiamo andare molto lontano per trovare degli esempi interessanti. Nel nostro Paese, infatti, sono attive diverse imprese molto diverse tra loro per comparto produttivo e clientela, accomunate dall’impegno per la tutela dell’ambiente, ma oggi vogliamo presentarvene una selezione davvero molto diverse tra loro, eppure tutti si sono ispirati al modello circolare.

Northern Light Composites

In un nostro articolo di qualche mese fa abbiamo parlato di Northern Light Composites, azienda friulana che produce imbarcazioni senza utilizzare vetroresina (materiale con un alto impatto ambientale negativo). La soluzione è innovativa ed intelligente ed è basata sull’utilizzo del lino al posto della vetroresina. I fondatori dell’azienda hanno realizzato un materiale composito con fibre di lino che consente addirittura di riciclare le imbarcazioni. Il nome del materiale è rComposite. 
Grazie a rComposite l’azienda friulana ha già messo in vendita due prodotti, Ecoprimus (deriva per iniziare a praticare lo sport velistico) e Ecoracer (destinata alle competizioni) e un’altra, Ecofoiler, sarà pronta nel 2022. Tutti i prodotti, per il momento, non sono ancora sul mercato di larga scala a causa della mancanza di fondi, alla quale i fondatori stanno trovando rimedio attraverso una campagna di crowfunding rintracciabile sulla piattaforma Activant.eu. 

Basilicomio

Dalle barche passiamo al… basilico. Questo vegetale che ha arricchito tanti dei nostri sughi è protagonista anche nell’economia circolare. In particolare è il principale prodotto dell’azienda Basilicomio, che produce anche menta in provincia di Padova. L’aspetto interessante è che lo fa con un impatto positivo sull’ambiente circostante. 
Questo avviene grazie all’utilizzo di vasi in plastica riciclata e riciclabile, che possono essere riutilizzati dal consumatore una volta tornati a casa per piantare il basilico in altro contenitore o in giardino. Stesso discorso, ovviamente, per i sacchetti che vengono forniti. 
Ma quello che fa la differenza in questo caso e che ha fatto guadagnare all’azienda la certificazione “residuo zero” è il fatto che non vengono utilizzati nella fase di crescita e cura delle piante antiparassitari o prodotti fitosanitari di qualsiasi tipo. L’azienda dichiara sul suo sito ufficiale di non utilizzarli perché non ne ha necessità, grazie ad un’attenzione particolare nel monitoraggio e nella cura dello sviluppo delle piante. 
È interessante anche il discorso legato al terriccio, una torba proveniente da zone scelte con accuratezza, che può essere riutilizzata a casa dal consumatore, immettendola in giardino o nell’orto. 

Ricehouse

Ricehouse, startup innovativa e società benefit, si occupa di bioedilizia: ha ideato un sistema di recupero degli scarti della lavorazione del riso che trasforma il prodotto di scarto (molto abbondante) in un nuovo materiale di costruzione dalle eccezionali caratteristiche. Un esempio davvero efficacie di economia circolare: gli scarti di una filiera produttiva, lungi dall’essere privi di valore, tornano a nuova vita e regalano possibilità inattese, se riutilizzati con consapevolezza e intelligenza. In questo caso, generando prodotti innovativi capaci di trasformare e migliorare un settore consolidato come quello dell’edilizia.

ricehouse casa di riso
Una casa di riso realizzata da Ricehouse

Gruppo CAP e Milano Ristorazione

Questo altro esempio di economia circolare è interessante perché riguarda i servizi pubblici. Milano Ristorazione, società partecipata del Comune di Milano che dal 2001 fornisce il servizio di ristorazione a nidi, scuole d’infanzia, primarie, secondarie di primo grado e a strutture a servizio degli anziani, e Gruppo CAP, gestore del servizio idrico integrato dei Comuni della Città metropolitana di Milano, hanno dato vita a un progetto per valorizzare i grassi di scarto del suo centro produzione pasti che saranno convertiti in energia elettrica e termica, utile per alimentare i processi e le attività dell’impianto che serve i cittadini dell’alto milanese.

Ogni mese, dal centro di cottura di Milano in via Sammartini, vengono prelevate circa 10 tonnellate di grassi di scarto, in forma liquida, provenienti dalla preparazione dei pasti. Una volta arrivati al depuratore di Robecco sul Naviglio, gli scarti diventano biogas attraverso il processo di fermentazione tipico dei biodigestori anaerobici, che negli impianti di depuratori servono per trasformare i fanghi di depurazione in energia.


Insomma, di esempi virtuosi di economia circolare ce ne sono e li abbiamo anche nel nostro Paese. L’aumento di questo tipo di buone pratiche dovrebbe portare sempre più imprenditori a valutare l’impatto ambientale delle proprie produzioni ed agire di conseguenza verso un’economia più sostenibile per tutti. Come abbiamo visto, ce lo chiede l’Europa, ma soprattutto ce lo chiede il pianeta in cui viviamo. 

Immagine di copertina by Erlend Ekseth on Unsplash

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