L’intelligenza delle piante, un regno dimenticato

Da Stefano Mancuso a Paco Calvo, la ricerca sull'intelligenza delle piante riserva scoperte sorprendenti. Le piante sono ancora oggi un mondo largamente nascosto e poco conosciuto, di cui crediamo di sapere alcune cose che la neurobiologia vegetale oggi vuole smontare una per una

Costituiscono una quantità compresa tra il 95 e il 99% della biomassa terrestre e senza di loro la vita sulla Terra non sarebbe possibile, contrariamente agli animali – compresi gli esseri umani –, la cui esistenza da questo punto di vista è ininfluente. Stiamo parlando delle piante, un regno vivente che, nonostante sia così fondamentale, diffuso e capillare, nella nostra quotidianità non consideriamo nemmeno. Basti pensare a che risposte diamo istintivamente se ci viene mostrata prima la fotografia di un paesaggio ricco di vegetazione in cui si vedono alcuni animali e in seguito lo stesso paesaggio in cui gli animali non sono presenti: se ci venisse chiesto “Cosa vedi nella foto?” nel primo caso nomineremmo gli animali, nel secondo diremmo probabilmente “Niente”. È un esempio che porta spesso Stefano Mancuso, scienziato direttore del  LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) dell’Università di Firenze, quando parla di neurobiologia vegetale, la disciplina scientifica di cui è forse il massimo esperto al mondo e che è nata per certi versi nel 2006, con la pubblicazione su una rivista di settore di un articolo scientifico intitolato  Plant neurobiology: an integrated view of plant signaling (Neurobiologia delle piante: una prospettiva integrata delle segnalazioni tra le piante), firmato assieme a Mancuso anche da altri scienziati tra cui Eric Brenner e František Baluška.

La controversa questione dell’intelligenza

Mancuso, uno che si è meritato il titolo di “world changer” secondo la celebre rivista New Yorker, parte da qui per scardinare tutto quello che abbiamo sempre dato per scontato sul mondo delle piante. L’idea alla base è così nuova e persino rivoluzionaria da essere rigettata da molti, che rifiutano persino di approfondire oltre: le piante sono intelligenti, essendo in grado di interagire in maniera sofisticata con l’ambiente in cui vivono. Per capire questa posizione bisogna capire innanzitutto che non esiste una definizione unica, chiara e condivisa di intelligenza e che sicuramente non dobbiamo attribuire al mondo vegetale le caratteristiche dell’intelligenza animale. Per lo spagnolo Paco Calvo, filosofo delle scienze cognitive, le caratteristiche che definiscono un comportamento intelligente sono cinque: i comportamenti devono essere adattivi (cioè devono migliorare le probabilità di sopravvivenza della pianta), devono essere flessibili (adattarsi cioè alle condizioni contingenti) e autonomi (cioè non guidati dall’esterno da un altro agente); devono essere, poi, anticipatori (cioè mettere in atto un comportamento ne codifica anche il risultato) e, infine, finalizzati a un risultato: questo implica che le piante in qualche modo diano “un senso al proprio agire”. Calvo, quindi, condivide l’idea che l’intelligenza non sia legata all’avere un cervello o un sistema nervoso come lo intendiamo noi, e le piante avrebbero in effetti alcune queste caratteristiche attribuibili all’intelligenza.

Questa si esprime, ad esempio, attraverso alcune caratteristiche interessanti: i vegetali, ad esempio, invece di un sistema nervoso centrale, sono dotati di strutture modulari e diffuse che permettono loro di sopravvivere anche nel caso perdano buona parte del proprio corpo a opera, ad esempio, di animali erbivori che se ne nutrono; il loro corpo è, quindi, divisibile contrariamente alla stragrande maggioranza degli animali (con la sola eccezione di alcuni bruchi); questo è un vantaggio innegabile per esseri viventi che, essendo radicati al suolo, non possono scappare dai predatori, e le rende estremamente resistenti. Non è un caso, d’altronde, se le piante esistono da 450 milioni di anni. L’uomo, per avere un’idea della proporzione, esiste da 400mila anni. E poi le piante si scambiano informazioni sull’ambiente che le circonda e avvertono le vicine che sta avvenendo qualcosa di pericoloso e quelle più lontane, attraverso il “passaparola” dei segnali chimici, sono in grado di prepararsi a quell’evento potenzialmente pericoloso. Una grossa differenza è che le piante non hanno singoli organi specializzati come gli animali, ma hanno competenze e capacità distribuite su tutto il loro corpo.

Questi sono solo pochi esempi delle capacità straordinarie delle piante e se continuiamo a considerarle come animali con grossi limiti (ad esempio non vedere o non spostarsi) non possiamo davvero capirle: è necessario, invece, rendersi conto che quando guardiamo alle piante stiamo guardando a un modo radicalmente diverso di organizzarsi, che, proprio perché così diverso dal nostro – l’intelligenza delle piante è radicalmente diversa dalla nostra perché risponde a problemi diversi da quelli con cui ci confrontiamo noi – non può essere compreso semplicemente in modo intuitivo, ma solo applicando la razionalità. Ad esempio, se pensassimo che la comunicazione sia solo quella verbale, dovremmo dedurne che le piante non comunicano tra loro; invece lo fanno eccome, semplicemente utilizzano non le parole o i gesti, ma dei segnali chimici.

felce
Le Felci sono tra le piante più antiche e risalgono a 400 milioni di anni fa, vivono nel sottobosco in ambienti umidi e carenti di luce.

Cosa possiamo imparare grazie alla neurobiologia vegetale

Comunque la si voglia vedere rispetto all’intelligenza delle piante, di certo c’è che questo vasto e ancora largamente misterioso universo è molto di più di un semplice sfondo – spesso troppo poco presente – delle nostre giornate e merita molta più considerazione. Un merito della neurobiologia vegetale e dei suoi studi, seppure contestati, è che insegna a decostruire le certezze che non abbiamo mai messo in dubbio e a guardare le cose da una prospettiva diversa, che è sempre un esercizio utile, prezioso e, spesso, raramente praticato; potremmo così avvicinarci un po’ di più al momento in cui supereremo la nostra prospettiva antropocentrica che, come sostengono Stefano Mancuso e Paco Calvo, ci impedisce di vedere e di considerare l’intelligenza vegetale.

Conosciamo solo una quantità compresa tra il 20 e il 30% delle piante esistenti sul Pianeta, delle quali il 70% è in via di estinzione, eppure quotidianamente contiamo su di loro per ossigeno, cibo, energia e farmaci: dipendiamo dalle piante e faremmo bene a ricordarcene. In fin dei conti, nessun vegetale distruggerebbe l’ambiente in cui abita e da cui dipende per sopravvivere. Siamo proprio sicuri di essere una specie poi così intelligente?

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