MariPeru e l’arte del possibile

Intervista al biologo marino artista del recupero

Quando non è impegnato a supervisionare una campagna di pesca in qualche oceano (o meglio, nello stesso frangente) Mariano Peruzzo, biologo marino di professione e artista per vocazione, è alla costante ricerca di idee per assegnare tre dimensioni e un peso specifico ai pensieri che lo attraversano.

MariPeru_logo

MariPeru è l’anima creativa dell’uomo di scienza Mariano Peruzzo, che ha solcato i sette mari a bordo di navi da crociera, kayak e pescherecci per sensibilizzare i turisti alla biodiversità e garantire il rispetto delle buone pratiche nello sfruttamento consapevole delle risorse naturali.

La sostenibilità è da sempre parte integrante del suo pensiero e della sua opera, il punto di incontro tra razionalità e istinto, tra riflessioni ed emozioni.

Ho avuto la fortuna di conoscere un Mariano artista in erba, che raccoglieva gli oggetti estranei restituiti dal mare sulla spiaggia con l’intenzione di nobilitarli, per amplificare il messaggio di una natura che non vuole essere addomesticata. La denuncia su come l’uomo usi le risorse in modo spregiudicato veniva sublimata in piccole sculture dove il legno trasformato quasi in corallo dall’azione delle correnti faceva contrasto con la plastica, che anche dopo anni passati in acqua non aveva perso i suoi colori brillanti.

Anche nei brevi periodi in cui è lontano dalla costa e fa base nella casa-laboratorio sulle colline dell’ovadese, MariPeru incorpora nelle sue opere oggetti presi dalla realtà quotidiana, usando la tecnica che meglio si adatta al creare un dialogo tra l’uso originario e la forma spogliata di funzionalità. Grazie a un solido background tecnico sostenuto dal coinvolgimento di artigiani locali, un’infinita curiosità e la voglia bambinesca di sporcarsi le mani, l’artista trova sempre modi diversi di far sentire la propria voce, attraverso scultura, pittura, stencil e collage.

Ecco che i tubi dismessi dai cantieri di papà Maurilio, saldati insieme e colorati con tinte accese, diventano le sagome di animali selvaggi nello “Zoo Onirico” che popola il suo giardino.

Seguendo la stessa logica, il legno delle cassette che hanno trasportato il pesce al mercato si trasforma nello spazio angusto che accoglie decine di pesci guizzanti, come intrappolati in una rete.

Nella scelta dei materiali da utilizzare, i segni lasciati dal tempo e dall’uso sono quelli che interessano maggiormente l’artista, che ne rende il punto focale della propria opera.

Immagina di dover descrivere quello che fai a qualcuno che non può vedere le tue opere. Come definiresti la tua arte?

A sedici anni di distanza dal mio primo incontro con la sua arte, la spinta creativa di MariPeru non è mai stata più travolgente, e il suo atelier è in costante fermento. Ma lasciamo che sia l’artista stesso a raccontarlo.

La mia è arte del possibile: nasce spesso dal recupero di oggetti che qualcuno ha deciso di buttare e ai quali ho voluto dare una seconda o terza chance. Si tratta di upcycling, una forma di riciclo che modifica la destinazione d’uso iniziale. Nel mio caso, l’oggetto non ha più una funzione, ma ci costruisco intorno l’opera prendendo ispirazione dalla forma o dai materiali.

Questa operazione vuole lanciare un messaggio contro il consumismo sfrenato dal quale ci siamo fatti contagiare. Oggetti unici, solidi, robusti e veri sono sempre più spesso sostituiti da oggetti seriali, posticci, finti, in nome del progresso, anche di quello puramente estetico.

Opera dedicata alla memoria di un caro amico dell’Oregon, Arthur Geschrey detto Art, che mi chiamava: “My Italian Son”.

Parlaci di una delle tue opere più recenti

Ominicchio quaquaraquensis ritrae Donald Trump con un pezzo di scotch rosso a tappargli la bocca. Ho realizzato più versioni di quest’opera e l’ultima l’ho modificata pochi giorni fa, dopo l’esito delle elezioni americane, aggiungendo all’ex presidente un vistoso naso rosso da pagliaccio.

L’idea originale mi è venuta rientrando a casa dal negozio di ferramenta del paese: quando compro minuteria il titolare la impacchetta in vecchi fogli di giornale. Quel giorno, l’incarto di viti e bulloni riportava la celebre foto di Trump, che ho interpretato come un invito a denunciare chi è borioso, opportunista, falso

La prima versione è montata all’interno della specchiera di un comò trovata tra i bidoni della spazzatura in stradone Sant’Agostino a Genova, mentre andavo al Teatro della Tosse con l’instancabile Chicca. Gli artigiani della Bottega della Cornice e della Stamperia Essepi di Ovada mi hanno aiutato a dare la forma definitiva alla mia idea.

Il nome scientifico che ho voluto attribuire al soggetto rappresentato è liberamente ispirato a un brano de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, in cui il padrino mafioso Mariano esprime il suo rispetto per il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi, definendolo un vero uomo. Secondo Mariano, gli uomini si contrappongono agli ominicchi, bollati come “bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi”.

Come hai iniziato a fare arte? O meglio, quando hai capito che ciò che facevi era arte?

Ho iniziato in maniera compulsiva ai tempi dell’università, tra un esame e l’altro.

Mi ero reso conto presto di non accettare il sistema. Mesi di studio matto e disperatissimo, monotematicamente passati sui libri, si distillavano in un orale di un’ora o poco più convertito in una riga sul libretto universitario.

Sentivo la necessità di avere qualche cosa di reale, di materico sotto le mani.

In quell’occasione sono nati i primi piccoli pezzi, sculture composte da vecchi chiodi saldati insieme dal vicino fabbro. Ho sempre trattato quegli oggetti con cura, lucidandoli, esponendoli con orgoglio come cose preziose: fin dal principio sapevo che erano arte.

Che materiali e tecniche utilizzi? Ti va di spiegare il tuo processo creativo?

Hai presente la persona che raccoglie ferro vecchio? Hai mai osservato cosa recupera? Ti è mai capitato di trovare una vecchia valigia piena di pennelli, collezionati da quello zio un po’ matto che teneva proprio tutto? O delle lampadine delle luminarie natalizie che non funzionano più? Queste suggestioni sono il mio punto di partenza: combino una lastra arrugginita con la porta recuperata nel cassone di un cantiere, smonto una cornice trovata tra gli oggetti di famiglia per darle una forma nuova e ricopro il tutto con una valanga di colore, spatolando per ottenere una figura sintetica, non lineare o figurativa. È questo è solo un esempio fra mille.

L’idea viene spesso all’improvviso, durante l’ennesimo passaggio di fronte a quell’oggetto che conservo inanime magari per anni.

Esiste un legame tra le tue opere e il tuo lavoro da biologo marino?

Il mio lavoro, o meglio la mia passione per la biologia marina influenza eccome la mia arte!

In principio era Moby Dick, ovvero la balena: è così che sono nate le opere come la serie dei Capodogli. Uno di questi è stato composto ritagliando la sagoma da un pezzo di legno di recupero e ricoprendola con lattine trovate nelle strade di Plymouth, dove ora è esposto, presso la sede della Marine Biological Association (MBA of UK).

Penso anche alle serie “Left Over” y “Descartes” (la y è d’obbligo essendo stati ideati tra la Catalogna e l’Andalusia), che sottolineano la gestione di ciò che resta dopo ogni battuta di pesca con qualsiasi attrezzo.

Ci sono anche le opere “Enamorados”, “Passo Lungo” e “Passo Corto”, create incollando vecchi pezzi di cassette usate nei mercati del pesce e trovate sulla spiaggia, i cosiddetti “Drifting Woods”.

Volevo citare anche “The sea that knows no boundaries”, ispirata al libro di Helen M. Rozwadowski dedicato alle dispute geopolitiche sui diritti territoriali in alto mare. Dato che l’opera è nata a Lowestoft nel Suffolk in un periodo in cui si discuteva di nuove regolamentazioni per le acque territoriali tra Regno Unito ed Europa, ho creato un collage con pezzi dei quotidiani Il Corriere della Sera, El País e The Times con pesci di ogni dimensione e colore che attraversano l’oceano incuranti dei confini imposti dagli uomini.

Includo tra le mie opere anche i diari di bordo che tengo ogni volta che sono in missione per lavoro. Vere e proprie collezioni degli eventi che avvengono in mare, arricchiti con informazioni che spaziano dal tipo di pescato del giorno, alle condizioni meteoclimatiche, al menù, al racconto di un incidente o di una nuova barzelletta.

Per ultima, la serie “Le Vele” con messaggi costituite da lettere in stencil in vari font e colori dipinte sulle vecchie vele dismesse dal veliero S.P.V Royal Clipper sul quale ho lavorato come biologo marino di bordo.

So che ti è capitato di realizzare opere su commissione. La committenza funziona, secondo te?

La committenza funziona ma deve essere attratta e stimolata da una buona presenza sui social.

Per esempio, a me piace fotografare e postare le varie fasi di realizzazione di un’opera, per raccontare il processo creativo che porta dall’idea all’oggetto fisico. Secondo me, non bisogna avere paura a esporre il proprio pensiero, anzi, è necessario difendere la personale e particolare natura dell’essere “quel tipo di artista”.

Fortunatamente, sono sempre stato approcciato da persone che volevano sì un mio pezzo, ma che in qualche modo raccontasse anche di loro.

Questa richiesta porta generalmente a una frequentazione: invito le persone interessate ad acquistare una mia opera a cena a casa per conoscerle meglio, per intuire le loro personalità. Sono anche curioso di sapere dove vorrebbero esporre il quadro o la scultura, perché è un’informazione che mi aiuta a immaginarli.

L’oggetto che sto creando in questi giorni è un cuore, spezzato e riparato. In realtà è l’unione di due metà cuori, spezzati da precedenti relazioni ma che si sono trovati e allacciati insieme. Sono molto contento che questo pezzo finirà a casa di una coppia che si è conosciuta e sposata a tempi record: l’amore esiste ancora, ricordiamocelo sempre!

Trovate Mariano Peruzzo su Instagram https://www.instagram.com/marianoperuzzo/?hl=it o sul sito ufficiale https://mariperu.com/mission/


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