#stophateforprofit, tutti contro Facebook, ecco perché

Parte dagli Usa una campagna che chiama tutte le aziende a fare la propria parte per i diritti civili

‘Stop Hate for Profit’ la campagna di boicottaggio contro l’odio online cominciata lo scorso 17 giugno (in particolare diretta contro il più popolare dei social Facebook) e figlia delle proteste contro il razzismo che sono esplose in Usa e nel resto del mondo dopo l’uccisione di George Floyd, non da tregua a Zuckerberg.

E’ iniziata come precisa risposta al ripetuto fallimento di Facebook nell’affrontare in modo significativo la vasta proliferazione di odio sulle sue piattaforme, si legge in una nota stampa, che ha spinto sei organizzazioni a mettere in piedi la campagna #StopHateforProfit, che chiede ai grandi inserzionisti di Facebook di prendere posizione, agendo su una leva importante, quella economica, e non sostenere più un’azienda che mette il profitto al di sopra della sicurezza. ADL, NAACP, Sleeping Giants, Color Of Change, Free Press e Common Sense sono le sei organizzazioni che hanno creato questa coalizione per i diritti civili e che sta chiedendo espressamente ad alcune delle più grandi aziende del mondo di sospendere la pubblicità su Facebook durante il mese di luglio 2020 in segno di protesta.

‘La campagna è una risposta alla lunga storia di Facebook che ha permesso a contenuti razzisti, violenti e palesemente falsi di circolare sulla sua piattaforma. – dice la coalizione – La campagna organizzerà pressioni aziendali e pubbliche per chiedere a Facebook di smettere di generare entrate pubblicitarie da contenuti odiosi, di fornire maggiore supporto alle persone che sono bersaglio di razzismo e odio e di aumentare la sicurezza per i gruppi privati sulla piattaforma, tra le altre misure.’

La campagna ha avuto subito molta attenzione, all’inizio sono state soprattutto piccole imprese locali ad aderire, una galassia di inserzionisti delusi da un mondo dei social troppo timido nel denunciare e combattere odio e razzismo all’interno delle proprie piattaforme, riporta Ansa. Poi, hanno cominciato ad unirsi alla protesta big del calibro di Unilever, Verizon, Honda, Levi Strauss, North Face, Patagonia, fino all’adesione più recente di la Coca Cola, Starbucks, Microsoft, Lego. La lista si allunga ogni giorno.

Coca-Cola ha addirittura detto che a partire dal primo luglio sospendera’, almeno per un mese, tutta la pubblicita’ su Facebook, Instagram, YouTube, Twitter e altre piattaforme social.

Quanti soldi perde Facebook

Ogni anno, Facebook genera 70 miliardi di dollari di vendite pubblicitarie, un quarto delle quali proviene da grandi aziende multinazionali come Coca-cola e Unilever, ma la maggior parte deriva da piccole imprese.

Tratta dalla pagina promozionale #stophateforprofit pubblicata dal Los Angeles Times, qui integrale https://www.adl.org/media/14657/download

Secondo quanto afferma l’articolo di Ansa, Coca Cola e Verizon hanno speso lo scorso anno in pubblicita’ sui social oltre 22 miliardi di dollari a testa, il gigante anglo-olandese Unilever oltre 42 milioni, Honda America 6 milioni, mentre i jeans Levi’s hanno sborsato 2,8 milioni. E poi, sempre nel mondo dell’abbigliamento sportivo, Lululemon (1,6 milioni di dollari), Patagonia (6,2 milioni), The North Face (3,3 milioni).

“Se non si riesce a toccare la coscienza di Facebook, forse meglio toccarne il portafoglio visto che gli effetti della campagna #StopHateForProfit hanno fatto perdere l’8,3% in borsa a FB solo questo venerdì. Come dice l’on. Segre: “chi è indifferente è complice dei reati peggiori” – ci dice Francesco Inguscio, imprenditore e innovatore che ha creato la piattaforma legaltech COP – Chi odia paga proprio per aiutare le persone a difendersi dall’odio online.”

Inguscio spezza però anche una lancia in favore di Facebook, richiamandosi a una questione che da tempo attiene ai social in generale, ovvero la loro neutralità essendo piattaforme tecnologiche, rispetto ai contenuti pubblicati. Per spiegarla in estrema semplicità è un po’ come ritenere il produttore di auto responsabile se un conducente guida ubriaco. “Chiedere a Facebook di agire sempre più come editore dei propri contenuti forse va oltre il ruolo neutro che il social network vuole avere. Sarebbe meglio spingerlo a investire in iniziative di educazione e prevenzione, piuttosto che in repressione, lasciando la responsabilità (economica e anche penale) a chi quei contenuti li crea.”

Perché la campagna è soprattutto contro Facebook

Questa grafica fa parte di una ricerca sull’odio online condotta in US da ADL, la supremazia di Facebook sembra piuttosto netta.

La coalizione che ha promosso la campagna è molto netta nell’assegnare le responsabilità.

“Facebook non è ancora disposto a fare passi significativi per rimuovere la propaganda politica dalla sua piattaforma”, ha detto Derrick Johnson, Presidente e CEO di NAACP. “E’ chiaro che Facebook e il suo CEO, Mark Zuckerberg, non sono più semplicemente negligenti, ma di fatto, compiacenti nella diffusione della disinformazione, nonostante il danno irreversibile alla nostra democrazia. Tali azioni comprometteranno l’integrità delle nostre elezioni nel 2020. Non ci schiereremo a favore di questo. Mentre riconosciamo il valore che Facebook fornisce nel mettere in contatto le persone di colore tra loro, mettiamo in discussione una piattaforma che trae profitto dalla soppressione dei voti dei neri o delle voci dei neri”.

“Abbiamo visto da tempo come Facebook abbia permesso ad alcuni dei peggiori elementi della società di entrare nelle nostre case e nelle nostre vite. Quando questo odio si diffonde online causa un danno tremendo e diventa ammissibile anche offline”, aggiunge Greenblatt, CEO di ADL. “Le nostre organizzazioni hanno cercato, individualmente e collettivamente, di spingere Facebook a rendere le loro piattaforme più sicure, ma hanno ripetutamente fallito nell’intraprendere azioni significative. Speriamo che questa campagna dimostri finalmente a Facebook che i loro utenti e i loro inserzionisti vogliono vedere significativi cambiamenti”.

La campagna “Stop Hate for Profit” arriva anche in Europa

Alcuni giorni fa Jim Steyer, amministratore delegato di Common Sense Media, una delle organizzazioni promotrici, in un’intervista alla Reuters ha detto che la campagna “Stop Hate for Profit” vuole avere un respiro globale e inizierà a chiedere alle principali aziende europee di unirsi al boicottaggio.

“La prossima frontiera è la pressione globale”, ha detto Steyer, aggiungendo che la campagna spera di incoraggiare le autorità europee a prendere una posizione più dura su Facebook. La Commissione Europea (che di partenza è già pittosto sensibile al tema rispetto alle autorità US) ha annunciato a giugno nuove linee guida per le aziende tecnologiche, tra cui Facebook, per la presentazione di rapporti mensili su come stanno gestendo la disinformazione sui coronavirus.

La risposta di Facebook

I rischi di perdita economica, reputazione e di popolarità per Facebook sono davvero elevati, di fronte a questa campagna non può rimanere indifferente. Rispondendo alle rivendicazioni, Facebook ha riconosciuto di avere più lavoro da fare e sta collaborando con i gruppi per i diritti civili e gli esperti per sviluppare più strumenti per combattere il discorso dell’odio.

Oggi ha pubblicato un nuovo documento in cui ribadisce il suo impegno per i diritti civili come valore fondante della stessa Facebook e le misure e investimenti, anche in intelligenza artificial, che vengono costantemente incentivate verso una maggiore efficacia nella sua azione contro l’odio online e la disinformazione.

Facebook ha anche dichiarato che i suoi investimenti nell’intelligenza artificiale gli hanno permesso di trovare il 90% dei discorsi sull’odio prima che gli utenti lo segnalino.

Lo stesso Mark Zuckerberg si è espresso nei giorni scorsi su Facebook ribadendo l’impegno della sua società a favore di elezioni più inclusive e democratiche (un tempa particolarmente caldo per gli americani in questo momento) e in favore dei diritti civili.

Photo by Annie Spratt on Unsplash

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