Vinokilo, la moda a peso

Oltre a vendere sul proprio canale e-commerce, Vinokilo organizza eventi pop-up in cui l’abbigliamento rigenerato viene venduto al chilo.

Quando vivevo a Francoforte, dieci anni fa, uno dei miei appuntamenti fissi era il Flohmarkt del sabato mattina lungo le rive del Meno.

Ogni tanto mi organizzavo con delle amiche e provavamo a vendere i vestiti che erano fermi da troppo tempo nell’armadio. Portavamo uno stendibiancheria come banco improvvisato e tutto l’occorrente per un aperitivo: se ci andava bene, recuperavamo i 12 euro del banco. Ma quasi sempre tornavamo a casa cariche di roba delle altre. I vestiti cambiavano semplicemente proprietario. Eravamo esperte di swap party ancora prima che qualcuno li battezzasse così.

A quel mercatino ho acquistato per 15 € una solida macchina da cucire che funziona tutt’ora. Ai tempi iniziavo a sperimentare con l’upcycling e mi serviva materiale per confezionare i prototipi. Orrendi Frankenstein di tessuto che ho conservato come monito: non si impara a cucire dall’oggi al domani.

Per non sacrificare tessuti buoni, mi lanciavo nelle pile di alcuni banchi che vendevano abbigliamento usato a 50 centesimi al pezzo. Davanti a quelle montagne colorate e multiformi venivo assalita da un istinto da esploratrice che mi ha aiutato a dissotterrare una manciata di pezzi storici che ancora porto con orgoglio, e accessori che ho riconvertito: parei con stampa batik, foulard di seta, bottoni gioiello.
Certo, bisogna non essere schizzinosi e avere un sacco di tempo da perdere. Come me, soprattutto ai tempi. A dieci anni di distanza, in Italia si incontrano ancora resistenze rispetto agli oggetti di seconda mano, specialmente se vanno indossati, e solo negli ultimi tempi il comandamento etico reduce, reuse, recycle sta conquistando chi resta scettico.

A partire dalla mia esperienza positiva, ho interiorizzato l’esigenza di “far girarel’usato. E non mi ha dunque sorpreso scoprire che Vinokilo è una realtà tedesca. Avrei scommesso su Berlino, da decenni culla dello stile di vita alternativo e green. E invece il luogo di nascita del progetto è Magonza, piccola città con una grande tradizione universitaria. E gli studenti, si sa, hanno pochi soldi e tanta inventiva.
I fondatori di Vinokilo hanno preso il mio passatempo del mercatino di Francoforte, e l’hanno sviluppato all’ennesima potenza. Setacciano le discariche tessili di tutto il mondo a caccia di vestiti ancora in buono stato. I capi vengono selezionati, riqualificati attraverso il lavaggio, riparati se necessario e infine rimessi nel circuito commerciale.
E qui arriva il lampo di genio: oltre a popolare continuamente il proprio canale e-commerce, Vinokilo organizza eventi pop-up in cui l’abbigliamento rigenerato viene venduto al chilo.

Sul loro sito si trova un blog aggiornato con ottimi consigli su come acquistare moda sostenibile e il calendario degli eventi itineranti. Per contenere le spese di spedizione, e contrastare gli effetti negativi del trasporto di merci, Vinokilo si avvicina al potenziale acquirente creando occasioni di shopping e socialità di stampo local.
Il modello di business scelto vuole rispondere all’emergenza legata all’industria del fashion, tra le più inquinanti dell’economia contemporanea. Dal 2016 ad oggi, il “sistema” Vinokilo ha ridotto l’impatto ambientale in modo significativo, riciclando tonnellate di vestiti e accessori con un conseguente risparmio che va dalle emissioni di CO2, all’acqua fino alla corrente elettrica.

Dopo aver toccato le maggiori città europee, lo scorso settembre sono sbarcati a Brescia, la mia città, e sono andata a curiosare. Vi lascio con le mie impressioni.


Interno di un negozio pop-up di Vinokilo

I pro di Vinokilo

La selezione è molto interessante: non si trova fast fashion, ma capi vintage (dagli anni Settanta fino ai primi anni 2000) e di qualità. Raccogliendo vestiti in tutto il mondo, i marchi italiani sono una minima percentuale. Ho scovato gonne bavaresi, camicette di boutique parigine e canotte da basket USA.
L’organizzazione è attenta: il personale riordina costantemente i capi e li divide per tipologia. Sono tutti vestiti con personalità: maxigonne con fantasie sgargianti, abiti tempestati di pailettes, total look in velluto.
L’offerta include anche linee di upcycling, come gli shorts ricavati dai jeans.
L’evento occupa spazi che sembrano progettati apposta e che acquistano subito l’aria familiare di un negozio. Ogni elemento è facile da smontare, trasportare e riassemblare in mille modi diversi: gli stender, i tavoli, i camerini e la consolle del deejay. La scelta del quartiere non è mai casuale: allo staff di Vinokilo piace passare un weekend nella zona frequentata dai fan del vintage.

I contro:

Gli accessori, almeno quando ci sono andata io, non erano valorizzati: borse gettate alla rinfusa su un divano, tutte schiacciate. Occupano maggiore spazio nel trasporto e sono messe a dura prova dal viaggio. Forse converrebbe portarne poche ed esposte in un corner in cui vengono prezzate individualmente.
A Brescia l’evento era gratuito con prenotazione obbligatoria per regolare gli ingressi, ma so che in altre edizioni è previsto un biglietto d’ingresso. Secondo me, anche se la cifra è minima la scelta è controproducente, perché rischia di far rinunciare ai curiosi. Tipo me, che ho l’armadio che scoppia.
Mi aspettavo dei più bassi. Ma questa è un’opinione non attendibile, dato che sfruttando una rete di canali alternativi costruita in vent’anni di rovistamenti vari, non ho mai acquistato nulla a prezzo pieno. È anche vero che non avevo idea di quanto pesassero i vestiti. So di aver rinunciato a una maxi t-shirt in cotone perché a 40 € al chilo, mi sarebbe costata 19 €.


L’esperienza nel complesso è stata molto positiva. Il mio consiglio è quello di partecipare al prossimo pop-up store nella vostra città, anche solo per toccare con mano la storia della moda degli ultimi cinquant’anni e lasciarsi tentare da abbinamenti unici.
Con la moda mi è sempre piaciuto sperimentare, e in Vinokilo trovato dei validi compagni di gioco.

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