È un momento storico per il diritto internazionale e per la giustizia climatica: la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha emesso un parere legale che potrebbe incidere notevolmente nel modo in cui il mondo affronta la crisi climatica. Secondo la Corte, qui il documento della decisione, gli Stati hanno obblighi legali vincolanti di ridurre le emissioni di gas serra e proteggere l’ambiente, anche nell’interesse delle generazioni future. Un pronunciamento che arriva in un contesto di crescente pressione da parte della società civile, in particolare dei giovani e delle nazioni più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico.
Un parere legale atteso da tempo
Il parere consultivo, richiesto nel 2023 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su iniziativa di Vanuatu e sostenuto da oltre 130 Paesi, rappresenta un passaggio cruciale nell’evoluzione del diritto internazionale ambientale. La Corte non ha il potere di imporre sanzioni, ma la sua autorità morale e giuridica rende il parere una guida fondamentale per giudici, governi e attivisti di tutto il mondo.
Secondo quanto affermato dai giudici dell’Aia, gli Stati non possono semplicemente adottare misure simboliche o insufficienti: hanno il dovere di prevenire un “danno ambientale significativo”, proteggere i diritti umani e agire secondo il principio di equità intergenerazionale.
Il giudice Nawaf Salam, presidente della Corte, ha dichiarato:
“Gli Stati hanno l’obbligo, ai sensi del diritto internazionale, di adottare tutte le misure necessarie per ridurre le emissioni di gas serra in linea con i migliori dati scientifici disponibili”.
Una svolta per la giustizia climatica
Questa sentenza non ha solo valore giuridico, ma anche politico e simbolico. Rafforza la posizione di chi, da anni, chiede un’azione climatica più ambiziosa e giusta. In particolare, rappresenta una vittoria per i piccoli Stati insulari e le comunità indigene, che da tempo denunciano le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici sulla propria sopravvivenza.
La campagna che ha portato a questa storica pronuncia è stata avviata da un gruppo di studenti e giovani attivisti del Pacifico, tra cui l’organizzazione “Pacific Islands Students Fighting Climate Change”. La loro iniziativa, nata nel 2019, dimostra come l’impegno della società civile possa innescare processi istituzionali globali.
Implicazioni globali: un nuovo standard legale
Sebbene non vincolante in senso stretto, il parere della Corte può avere un forte impatto sulle cause climatiche in corso nei tribunali nazionali e regionali, fornendo una base giuridica più solida per le richieste di risarcimento o di inazione da parte dei governi.
Inoltre, potrebbe influenzare le negoziazioni internazionali sul clima, spingendo i Paesi a rafforzare i propri impegni nell’ambito dell’Accordo di Parigi. L’opinione emessa dall’Aia si inserisce in un quadro sempre più ricco di azioni legali climatiche, come quelle recentemente accolte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo o dai tribunali costituzionali nazionali (si pensi al caso tedesco o colombiano).
La giustizia climatica entra nel diritto internazionale
Il pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia segna un cambiamento epocale: per la prima volta, la crisi climatica viene riconosciuta come questione giuridica globale, e non solo politica o scientifica. È un messaggio potente: la protezione del clima non è una scelta discrezionale dei governi, ma un obbligo giuridico e morale verso l’umanità presente e futura.
Non è la fine della battaglia, ma un importante strumento in più nelle mani di chi lotta per un futuro più equo e sostenibile. Come hanno dimostrato i giovani attivisti del Pacifico, anche la voce dei piccoli può risuonare nelle aule della giustizia internazionale. E fare la storia.
L’ escalation di giurisprudenza climatica
Secondo il Global Climate Litigation Report del Programma ONU per l’Ambiente (UNEP), le cause legali legate al clima sono più che raddoppiate negli ultimi cinque anni. A luglio 2023 erano oltre 2.000 i casi registrati in 65 Paesi. La giurisprudenza climatica è diventata uno strumento sempre più centrale per chiedere conto ai governi e alle imprese dei loro impatti sull’ambiente e sul clima.








