È possibile definire “carbon neutral” un prodotto grazie all’acquisto di crediti di compensazione? Secondo un tribunale tedesco, no. E ora anche Apple è chiamata a fare i conti con un concetto di sostenibilità che non si può semplificare con un claim (asserzione) in etichetta.
Il caso: l’Apple Watch e il verdetto tedesco
In Germania il tribunale regionale di Francoforte ha accolto il ricorso dell’associazione ambientalista Deutsche Umwelthilfe (DUH), stabilendo che Apple non potrà più promuovere il suo Apple Watch come “carbon neutral”. Il motivo? Le dichiarazioni ambientali dell’azienda non sono state ritenute sufficientemente trasparenti e verificabili, in particolare per quanto riguarda il ricorso ai crediti di carbonio.
Apple aveva lanciato nel 2023 i primi modelli del suo smartwatch pubblicizzati come a “impatto zero”, sottolineando l’utilizzo di materiali riciclati, energie rinnovabili nella produzione e la compensazione delle emissioni residue tramite progetti di tutela ambientale. Ma per il tribunale – e per l’opinione pubblica tedesca – tutto questo non basta.
“L’affermazione secondo cui un prodotto è ‘carbon neutral’ è percepita dai consumatori come un impegno forte per la protezione del clima”, si legge nella sentenza. “Tuttavia, tale affermazione necessita di una prova trasparente e verificabile, che in questo caso non è stata fornita.”
Apple sta affrontando lo stesso tipo di causa anche in California: una class action (causa collettiva) accusa l’azienda di aver definito l’Apple Watch “carbon neutral” sulla base della compensazione delle emissioni di carbonio derivanti da progetti di riforestazione di aree già boschive o dalla prevenzione della deforestazione di terreni già protetti.
Il problema delle compensazioni
Al centro della questione – riportato anche da Reuters – c’è il tema, sempre più controverso, delle compensazioni di carbonio. Si tratta di un meccanismo che consente alle aziende di “bilanciare” le proprie emissioni investendo in progetti che assorbono CO₂ dall’atmosfera, come la riforestazione o la protezione delle foreste esistenti. Ma gli esperti sottolineano da tempo i limiti di questo approccio.
Innanzitutto, molte compensazioni si basano su stime difficili da verificare. Inoltre, non tutte garantiscono un impatto reale e permanente sul clima. Uno studio del 2023 pubblicato da The Guardian, ad esempio, ha rivelato che la maggior parte dei crediti venduti per la protezione delle foreste tropicali “non rappresentano reali riduzioni di emissioni”.
Anche per questo il termine “carbon neutral” è sempre più sotto scrutinio. Secondo la Deutsche Umwelthilfe, la sentenza tedesca è la prima nel Paese a vietare a un’azienda di utilizzare questa etichetta basandosi esclusivamente su compensazioni, aprendo la strada a una maggiore chiarezza e rigore nelle comunicazioni ambientali.
Greenwashing o trasformazione reale?
La vicenda Apple riapre un dibattito centrale: dove finisce la strategia ambientale e dove inizia il greenwashing? L’azienda ha replicato annunciando ricorso e ribadendo il proprio impegno per la decarbonizzazione della supply chain entro il 2030, affermando che il suo approccio è basato su “misurazioni rigorose e standard internazionali”.

Tuttavia, la sentenza mette in luce una questione chiave per tutte le aziende: la necessità di abbandonare la logica delle compensazioni “last minute” e puntare su una reale riduzione delle emissioni lungo tutta la catena del valore. La neutralità climatica non può essere un’operazione di marketing, ma un percorso misurabile, trasparente e verificabile.
Meno claim e più azioni
Il caso tedesco potrebbe fare scuola in Europa, soprattutto in un momento in cui la Commissione Europea sta lavorando a nuove normative per regolare le dichiarazioni ambientali e combattere il greenwashing. Tra queste, la “Green Claims Directive” (aatualmente in itinere) obbligherà le aziende a dimostrare scientificamente qualsiasi dichiarazione ecologica nei loro prodotti.
Ma già la Empowering Consumers for the Green Transition Directive che sarà pienamente operativa entro un anno, vieta l’uso di claim per la neutralità climatica laddove l’azienda si affidi alla sola compensazione come strategia di decarbonizzazione.
È un segnale chiaro: la sostenibilità non è più solo una questione di comunicazione, ma di responsabilità. Oggi le scelte dei consumatori sono sempre più consapevoli, e la trasparenza ambientale non è solo un obbligo legale, ma una leva strategica per costruire fiducia.
Che si tratti di un colosso tech come Apple o di una piccola impresa, non bastano etichette rassicuranti e progetti di compensazione per parlare di neutralità climatica. Serve un cambiamento profondo, che metta al centro la riduzione reale delle emissioni, la tracciabilità e la trasparenza. Solo così potremo distinguere il vero impegno dal semplice marketing.








