La sostenibilità è ancora una priorità per le aziende?

In un momento storico segnato da incertezze geopolitiche, le imprese - quelle di grandi dimensioni -, non vorrebbero rinunciare alla sostenibilità. Ma tra intenzioni e realtà si apre un divario: due report globali segnalano che tra pressioni normative, AI e greenwashing cresce la distanza tra intenzioni e impatti reali. Serve più concretezza.

Un mondo in bilico, ma deciso a cambiare: la sostenibilità, in questo burrascoso 2025, sembra essere ancora, se non la priorità, almeno una delle priorità. E non è più soltanto per questioni etiche o reputazionali: si cominca a percepire come un fattore di resilienza e di sopravvivenza per le imprese. Due report appena pubblicati – quello del Capgemini Research Institute (A world in balance 2025: Unlocking resilience and long-term value through environmental action“) e quello di Boston Consulting Group (BCG) e CO2 AI, “How Companies Are Tackling the Climate Challenge—and Creating Value” – raccontano un mondo corporate diviso tra ambizione e concretezza, in cui la transizione climatica è percepita come inevitabile ma ancora frenata da barriere strutturali, incoerenze e diffidenze crescenti.

Entrambi i report analizzano le grandi imprese, senza soffermarsi sulla realtà delle PMI. Per queste ultime, il peso degli obblighi di compliance e di reporting è oggi meno gravoso, ma la loro capacità di competere dipende sempre più dall’appartenere a filiere che richiedono standard di sostenibilità ai partner. In molti casi, però, l’approccio all’ESG nelle piccole e medie imprese è ancora limitato: spesso percepito come un costo aggiuntivo o un “nice to have”, più che come un’opportunità concreta di crescita e innovazione. A questo si aggiunge l’incertezza del contesto geopolitico, che frena o rimanda gli investimenti considerati non strettamente essenziali.

In realtà aziendali di grandi dimensioni, invece, l’approccio alla sostenibilità è molto diverso, vediamo cosa dicono i due report.

Capgemini: investimenti green in crescita, ma poche aziende davvero pronte

Secondo Capgemini, l’82% delle organizzazioni aumenterà gli investimenti nella sostenibilità nei prossimi 12-18 mesi. Una scelta motivata sia da obblighi normativi, sia da ritorni economici tangibili in termini di efficienza e competitività. Ma il quadro operativo resta fragile: solo il 21% delle aziende ha piani di transizione dettagliati, e meno di un terzo ha avviato azioni concrete di adattamento come il redesign dei prodotti o la delocalizzazione della produzione da aree vulnerabili.

Le barriere? Internamente, le imprese si scontrano con vincoli di budget, mancanza di dati affidabili e un’organizzazione ancora troppo frammentata. Esternamente, quasi due terzi dei dirigenti indicano le tensioni geopolitiche come ostacolo agli investimenti sostenibili, un dato invariato rispetto all’anno precedente.

Il rischio climatico è percepito come sempre più pressante: oltre il 70% dei manager segnala già impatti su supply chain, approvvigionamento di materie prime e assicurazioni. Ma la capacità di tradurre strategie in azioni resta limitata.

BCG: serve meno burocrazia, più creazione di valore

Il report BCG, basato su un’indagine su oltre 700 dirigenti, sottolinea un altro punto cruciale: la necessità di superare l’approccio “compliance first” al reporting ESG, oggi vissuto da molte aziende come un adempimento formale e costoso.

Secondo lo studio, il 70% dei leader ritiene che i requisiti di rendicontazione stiano diventando eccessivi e rischino di drenare risorse dalle azioni concrete. L’invito è a ridurre la complessità burocratica per concentrare sforzi e investimenti su iniziative a forte impatto climatico, capaci di generare valore ambientale e finanziario.

BCG parla di un passaggio necessario da “più reporting” a “più azione”, con la sostenibilità vista non solo come riduzione dei rischi, ma anche come fonte di innovazione e differenziazione competitiva.

AI: opportunità e criticità secondo entrambi i report

Un altro punto di contatto riguarda l’intelligenza artificiale. Capgemini evidenzia che circa due terzi delle aziende già utilizzano AI per ottimizzare i processi e ridurre consumi di risorse, ma l’impatto ambientale – soprattutto della Gen AI – resta un problema irrisolto. Solo un terzo ha strategie per mitigarne il consumo energetico, e la fiducia nei suoi benefici è in calo.

BCG conferma questa ambivalenza: da un lato l’AI è vista come acceleratore della decarbonizzazione, grazie alla capacità di analizzare dati complessi e ottimizzare modelli energetici; dall’altro emergono interrogativi sul suo “costo ecologico”. La vera sfida sarà bilanciare innovazione digitale e sostenibilità, evitando che una tecnologia nata per migliorare l’efficienza diventi un nuovo fattore di pressione ambientale.

Consumatori sempre più esigenti: la credibilità è il vero asset

Capgemini segnala un forte incremento della sfiducia dei consumatori: il 62% accusa le aziende di greenwashing, contro un terzo appena due anni fa. Un dato che richiama le imprese alla necessità di maggiore trasparenza e concretezza.

BCG aggiunge che la capacità di dimostrare valore reale – sia per il pianeta sia per gli stakeholder – sarà la chiave per conquistare fiducia e differenziarsi sul mercato. Le aziende non possono più limitarsi a “pubblicare report”, ma devono mostrare con dati e risultati verificabili che la transizione sostenibile è in atto.

Verso un 2025 di scelte coraggiose

Dalle due ricerche emerge un quadro chiaro: la sostenibilità è ormai al centro della strategia d’impresa, ma servono meno promesse e più fatti.

Come ricorda Monia Ferrari, CEO di Capgemini Italia: “I rischi climatici sono un argomento sempre più presente nell’agenda aziendale: i leader devono adottare un approccio pragmatico, implementando con urgenza misure concrete di transizione e adattamento“.

BCG, dal canto suo, richiama a “semplificare per agire”, liberando energie e risorse oggi assorbite da reporting complessi.

La convergenza è evidente: questa coda di 2025 e i prossimi anni saranno decisivi per trovare maggiore equilibrio e maturità nell’affrontare la transizione ESG in azienda. E’ evidente che la sostenibilità vada realizzata prima ancora che raccontata e che spesso inseguire le regole e gli standard costituisca una gabbia; ma è altrettanto vero che la trasparenza e la tracciabilità di quanto si fa passi da una rendicontazione, che serve prima di tutto all’azienda stessa per mettere a fuoco rischi, strategie, risultati e correttivi; secondariamente all’ecosistema per monitorare il raggiungimento degli obiettivi globali, soprattutto in termini di decarbonizzazione.

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