L’evoluzione di Coach di Quartiere tra inclusione e protagonismo giovanile

Vivere lo sport come bene comune per trasformare il diritto al gioco in una leva di rigenerazione sociale e salute pubblica

Nel 2024 abbiamo avuto l’opportunità di conoscere Claudio Massa, che ci ha raccontato l’inizio di una sfida: il progetto Coach di Quartiere è nato nel 2020 come un seme piantato nei parchi di periferia ed è diventato un modello di “Sport Welfare” che si è già esteso a 14 città italiane. Una volta c’era il “gioco sotto casa”, quei pomeriggi passati a rincorrere un pallone tra i viali del quartiere: ma oggi, quella semplicità è diventata un lusso che molti bambini non possono più permettersi. Non è solo una questione di spazi, ma di barriere economiche, culturali e sociali che rendono lo sport un privilegio invece che un diritto.

Coach di Quartiere si inserisce proprio in questo contesto: tornando a dialogare con Claudio Massa, che oltre che fondatore è anche Brand Ambassador della Cooperativa L’Orma, ciò che emerge non è solo la crescita dei numeri, ma un’evoluzione profonda del modello, che incarna perfettamente la “S” di Social nei criteri ESG, trasformando lo sport in uno strumento di rigenerazione urbana e salute pubblica.

L’edizione 2025 dello Sport Welfare Report, presentata recentemente a Milano e richiedibile gratuitamente, parla chiaro: quasi 9 bambini su 10 (l’88,7%) tra quelli coinvolti nel progetto non praticano alcuno sport al di fuori di Coach di Quartiere. Un dato che fotografa una realtà sommersa per molti piccoli cittadini, che spesso vivono anche in famiglie fragili, dove l’iscrizione a una società sportiva tradizionale è percepita come un ostacolo insormontabile.
Coach di Quartiere diventa così l’unica porta d’accesso al diritto al gioco, abbattendo queste barriere, portando l’attività nei parchi e nelle scuole, rendendo l’inclusione una pratica quotidiana e gratuita.

Un esercito di maglie gialle e l’evoluzione del modello

Il cuore pulsante di questa iniziativa è rappresentato dai giovani volontari, la cui età varia dai 16 ai 25 anni: se nel 2024 il progetto era una promessa, oggi constatiamo un’esplosione nella partecipazione, con oltre 200 nuovi volontari pronti a partire. “I ragazzi delle scuole superiori sono diventati i veri portatori di interesse,” ci spiega Claudio: “il progetto si integra nel loro percorso di educazione civica e alternanza scuola-lavoro, ma va oltre. Offriamo un contesto in cui la loro azione ha un impatto immediato sui bambini del quartiere.”
Le fragilità non sono solo economiche: il 73,8% dei bambini vive difficoltà legate al contesto familiare o a percorsi di integrazione culturale complessi. “Coach di Quartiere è nato per rispondere a questo bisogno,” continua Claudio: “vogliamo restituire ai ragazzi la socialità e il benessere che solo lo sport sa offrire, colmando un vuoto educativo che rischia di lasciare indietro troppe persone”.

Fotografia di una volontaria di coach di Quartiere con una bambina

Essere capillari sul territorio è molto importante, tant’è vero che l’ultima sessione di formazione a Modena ha visto la partecipazione di 50 ragazzi. Così come sia a Legnano che a Lodi, si contano oltre 60 volontari, immediatamente riconoscibili dalle magliette gialle: anche a Milano e Bergamo ci sono più di 30 volontari attivi.
Il 2025 ha visto una significativa novità che riguarda la struttura organizzativa: per rendere il progetto scalabile e sostenibile, è stata introdotta la figura dell’Aiuto-Playmaker.

Prima, il coordinamento delle attività era affidato ai Playmaker esperti: oggi, i volontari senior, ovvero i ragazzi che hanno già svolto più di 50 ore di servizio e hanno terminato la maturità, possono fare un salto di qualità. Iniziano a percepire un rimborso spese e assumono la responsabilità di gestire i parchi in autonomia.
“Questo test, chiuso con successo in tutti i territori, ci permette di allungare la filiera del protagonismo giovanile,” sottolinea il fondatore: “diamo ai ragazzi una prospettiva, che va al di là dell’essere solo animatori, ma li fa passare a essere piccoli imprenditori sociali che imparano a gestire gruppi, risolvere criticità e prendersi cura della comunità”.

Fotografia di attività all'aperto con i ragazzi e bambini di Coach di Quartiere

Attenzione alla prevenzione e verso il social franchising

Una delle novità più rilevanti dell’ultimo anno è il progetto Grow Care, poiché l’impatto sociale si misura anche sulla salute: Coach di Quartiere non si limita più a far correre i bambini, ma monitora la loro salute. I dati raccolti sono un campanello d’allarme: oltre il 50% dei piccoli partecipanti mostra una tendenza all’eccesso di massa grassa o stati di disidratazione.
Analizzare il benessere infantile vuole così essere una sorta di presidio sanitario leggero, che educa le famiglie a una cultura della prevenzione e del movimento come farmaco naturale. Attraverso screening gratuiti e attività educative, le famiglie imparano che il benessere non è un parametro astratto, ma un’abitudine che si costruisce, come un canestro dopo l’altro, nei parchi della propria città.

Fotografia di attività all'aperto con i ragazzi e bambini di Coach di Quartiere

Con l’aggiunta recente di realtà come Cagliari e Sesto San Giovanni, la visione di Claudio Massa punta ora al social franchising: “vogliamo rendere il format più flessibile e leggero, dato che oggi la proposta per diventare licenziatari è molto strutturata. Stiamo lavorando per permettere a più territori di entrare nel progetto con parametri più snelli”. Il prossimo obiettivo di Claudio è arrivare a 30 città, mantenendo sempre l’identità valoriale ma moltiplicando i punti di accesso.
A tale proposito ci fa piacere riprendere la dichiarazione di Roberto Di Stefano, Sindaco di Sesto San Giovanni, che ha recentemente sottolineato come il Comune abbia creduto nel progetto fin dall’inizio: “il nostro impegno sarà quello di facilitare il dialogo con le scuole del territorio, coinvolgendo da un lato gli istituti superiori per individuare giovani Coach e, dall’altro, le scuole dell’obbligo per avvicinare sempre più bambini a queste attività”.

Coach di Quartiere afferma con forza l’importanza della relazione umana, specie come antidoto alla solitudine digitale e all’inattività fisica che minacciano le nuove generazioni. Il progetto non regala solo ore di sport, ma costruisce fiducia: quella dei bambini nei propri mezzi e quella dei giovani volontari nel proprio ruolo all’interno della società. È un po’ l’essenza del “fare bene” in città, trasformando un parco pubblico nel cuore pulsante di un welfare che non aspetta, ma agisce concretamente.

Coach di Quartiere

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