Alessandro Rimassa ‘Serve un mondo del lavoro più inclusivo e felice’

Da 'generazione 1000 euro' a 'generazione smart working', così cambia (in meglio) il mondo del lavoro

Di felicità non si parla mai abbastanza: per alcuni è un tema per ingenui, per altri un tema del tutto astratto, in ogni caso è un concetto sfuggente, fugace, difficile da definire.

Eppure, non aspiriamo tutti a essere felici? Il bene comune massimo di una società non dovrebbe essere proprio questo?

Della felicità hanno trattato i filosofi fin dall’antichità, gli economisti anche ai nostri giorni, vi sono persino in alcune Costituzioni, o la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti che ne fanno esplicito riferimento. Da qualche anno esistono cose come il World Happiness Report con cui si misura la felicità degli Stati; o come la Giornata Mondiale della Felicità (20 marzo) che ci ricordano come non sia una pulsione adolescenziale, ma un diritto.

Ma come si raggiunge la felicità?

Sicuramente una sfera della nostra vita che ha un ruolo importante nel raggiungimento di questo stato di massimo appagamento chiamato felicità è quella lavorativa. Per buona parte delle nostre giornate e per buona parte della nostra vita, lavoriamo. Che vita felice possiamo avere se non siamo contenti del nostro lavoro?

Di questo si occupa Changers (https://changers.work/), una scuola interamente online dedicata alla formazione e alla crescita professionale dei lavoratori dipendenti, il cui slogan è “Work Better, Be Happier“, ovvero ‘lavora meglio per essere più felice’. In Italia si tratta della prima scuola di questo genere, basata sul concetto che la felicità del lavoratore sia anche il motore che spinge a essere più produttivi e determinanti in azienda. A guidarla Alessandro Rimassa, esperto di future of work (futuro del lavoro), già co-fondatore di Talent Garden Innovation School e autore dei libri “Generazione 1000 euro” e “Company Culture”.

Proprio con Alessandro Rimassa abbiamo voluto approfondire questo concetto di ‘felicità’ e di lavoro come elemento di sostenibilità della propria vita.

Alessandro, hai appena fondato una scuola che vuole aiutare le persone a migliorare competenze e lavoro per essere più felici: che cos’è per te la felicità?

“La felicità dal mio punto di vista è una somma di tante cose, tra le quali c’è anche il lavoro, nel senso ampio del termine, quindi non solo come carriera, ma come costruzione di un impatto attraverso quello che fai. Nella felicità contano tanto anche la vita privata, i sentimenti, naturalmente, io con il progetto Changers mi sono concentrato sulla felicità connessa con la sfera lavorativa. Per me è molto importante non tanto stabilire cos’è la felicità in generale, che sicuramente per ogni persona ha un significato e dei contorni diversi, e ha una costruzione differente. Banalizzando, tu puoi avere il lavoro migliore del mondo, una bella carriera, ma se sei toccato nei sentimenti, negli affetti, come a tanti è successo in questo periodo che stiamo vivendo, beh è un pò pretenzioso pensare che il lavoro da solo possa darti la felicità. Ma c’è tutta una sfera e una dinamica lavorativa che può concorrere alla nostra felicità, gli americani lo chiamano ‘fulfillment’, è quel senso di pienezza che alla fine della tua giornata lavorativa ti fa essere contento, soddisfatto e gratificato da quello che hai fatto”.

Rispetto alla ‘Generazione 1000 euro’ del tuo libro, che trasformazione vedi oggi nel mondo lavorativo?

“Beh, ‘Generazione mille euro’ denunciava un momento di trasformazione totale del mondo del lavoro in cui c’era una generazione, quella dei Millennials, che era piuttosto sfigata (possiamo dirlo?), per le retribuzioni, i contratti, le condizioni di lavoro. Oggi molti aspetti di allora sono migliorati, ma c’è una trasformazione ancora diversa, che non ha un’età, è intergenerazionale, potremmo chiamarla ‘generazione smart working’. C’è una categoria di persone che sta ridefinendo il concetto di lavoro e di carriera, che da’ molto più valore a se stesso, alla propria persona, ed è più selettivo nelle sue scelte, ha dei propri obiettivi e un bilanciamento lavoro-vita privata. Sono persone che non hanno la vita imperniata sul lavoro, ma riescono a trovare equilibri con altre componenti della vita e si organizzano in questa direzione, stabilendo delle priorità e anche delle modalità, come lo smart working. Per esempio, in Italia sono più numerose le persone che si candidano per lavorare in aziende dall’altro capo del mondo, ma che lavorano totalmente in remoto. E’ figlio di questo cambiamento, oltre che della pandemia, anche il fenomeno del ‘south working’ (lavorare al sud): molte persone si stanno trasferendo a vivere al sud Italia, dove per certi versi la qualità della vita può essere migliore, perché lavorando in remoto possono di fatto vivere ovunque.
La grande opportunità che abbiamo in questo momento è costruire un mondo del lavoro più inclusivo, che dia a ogni persona la possibilità di seguire non uno standard lavorativo del ‘fare carriera’ o del ‘posto fisso’, ma piuttosto di un lavoro che sia ‘meaningful’, significativo, in cui ognuno può esprimersi e mostrare le proprie competenze, crearne di nuove, e ritrovare una vita equilibrata, con una buona integrazione lavoro-vita privata.”

Un clima sereno e collaborativo è uno degli elementi che creano benessere tra i dipendenti. In Italia ci sono 23,4 milioni di occupati e il 77% di loro è un lavoratore dipendente all’interno delle aziende, purtroppo la maggior parte di questi vive male la propria condizione.
Photo by Brooke Cagle on Unsplash

Ma le aziende capiscono questo discorso?

“Cominciano a comprenderlo, siamo all’inizio, ancora stiamo vivendo l’emergenza pandemia, la sfida potrebbe aprirsi nel 2022. Allora, nel post pandemia, le aziende dovranno rispondere alla domanda: come costruisco un ambiente lavorativo davvero attrattivo? Se non metteranno in atto pratiche volte al benessere e alla crescita dei dipendenti, si scontreranno con la perdita di talenti. La forza lavoro base la trovi sempre, ma i talenti, le persone di valore, quelli che fanno la differenza, è più difficile trovarle.
Io attualmente, oltre a Changers, sto lavorando a un altro progetto dedicato ai manager delle risorse umane che si chiama Radical HR Club, siamo una community online che vuole fare formazione, sviluppo e trasformazione della cultura aziendale partendo dal presupposto che mettere le persone al centro sia non solo giusto, ma la condizione per la crescita dell’azienda e lo sviluppo del business”.

Oggi quando si parla di crescita professionale e formazione, si fa molto riferimento alle soft skill, cosa sono esattamente?

“Sono tutte quelle competenze trasversali che ci permettono di lavorare meglio, di continuare ad apprendere nuove competenze verticali (specifiche) e che permettono di trovare il nostro modo di lavorare. Sono quelle competenze base che troppo spesso mettiamo da parte perché pensiamo non influiscano direttamente sulla crescita professionale. La crescita professionale è qualcosa su cui lavorare quotidianamente, non devi aspettare il momento di difficoltà per farlo, o quando il lavoro lo hai già perso o sei costretto per qualche ragione a cambiare. Bisogna sempre coltivare e costruire la propria crescita professionale, la propria emancipazione lavorativa, il raggiungimento dei propri obiettivi che poi integrano vita e lavoro. Purtroppo questa cosa la fanno in pochissimi ed è questa anche la sfida di Changers, stimolare le singole persone a prendersi cura di sé, a investire, per formare le proprie soft skill, non aspettare che sia l’azienda a offrirti tale formazione. Mentre è comune investire in un master, è meno usuale investire in soft skill, ma chi prima lo fa, prima riesce ad avere reale impatto nel proprio futuro lavorativo”.

La soft skill più importante? “La capacità di disimparare. Per imparare cose nuove il nostro cervello va prima svuotato da quelle obsolete” (A.R.)

Uno dei corsi di Changers è ‘Super Habits’ che si svolge interamente via email: ogni giorno, per 30 giorni, il Changer riceve una email con le 7 abitudini di grandi uomini e donne di successo nel mondo del business, per essere stimolato a costruire le proprie. Le pratiche presentate sono ispirate a quelle di Marck Zuckerberg, Steve Jobs, Jeff Bezos, Oprah Winfrey, Michelle Obama, Elon Mask e Bill Gates. Le abitudini da sviluppare sono curiosità, autoconsapevolezza, pianificazione, motivazione, ispirazione, networking e self-care. L’innovativa formula del corso aiuta le persone non solo a imparare queste abitudini, ma a metterle realmente in pratica; al suo termine, la valutazione personale di ogni studente-lavoratore dovrebbe raggiungere un 7+, un voto soddisfacente che corrisponde al sentirsi maggiormente realizzati sul lavoro.

Alessandro, anche tu hai dei ‘super habits’ che ti aiutano ad affrontare la giornata e le tue sfide?

“Sì, ci sono. Vorrei sottolineare che le abitudini devono essere qualcosa che non si copia così, acriticamente, ognuno dovrebbe scoprire quelle che vanno bene per lui in quel momento, bisogna sapersi ascoltare, individuare quelle che ci fanno stare davvero bene e ci danno una spinta in più.
Ci sono, per esempio, tre mie abitudini che credo concorrano anche al raggiungimento dei miei obiettivi professionali. Una mi aiuta dal punto di vista alimentare ed è il digiuno per 24 ore una volta a settimana, pratica proposta dal dott.Veronesi, mi piace perché al di là dell’aspetto alimentare mi da’ un po’ di disciplina, è una piccola sfida che da’ soddisfazione, un piccolo traguardo personale che si può vincere. Un’altra abitudine è la routine mattutina, c’è un libro molto bello di Hal Elrod che si chiama ‘Miracle Morning‘ che ti aiuta a costruire la tua routine mattutina. Si tratta si fare qualcosa totalmente dedicato a te stesso prima che la giornata abbia ufficialmente inizio, prima di qualsiasi altra, compreso prendere in mano il cellulare: per me sono 20 minuti, mezzora, che dedico in parte alla lettura (con 10 minuti al giorno possiamo finire un libro in un mese), in parte al risveglio muscolare, con yoga o flessioni (alterno un po’); in parte alla meditazione. Infine la ultima abitudine che non fa parte della routine mattutina e nei mesi scorsi ho, come tutti, dovuto sospendere è lo sport la sera andando in palestra, un’ora di sfogo totale in cui ti ripulisci dalla giornata. Ecco per me queste sono abitudini importanti, mi aiutano ad avere energia per concentrarmi sul lavoro e le sfide quotidiane”.

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