Ambiente e guerra, quello sporco legame

I conflitti armati da sempre colpiscono duramente anche gli ambienti naturali e le risorse, con danni incalcolabili sul lungo periodo. Ma il nesso tra guerra e distruzione ambientale è più profondo e comincia con le contese sulle fonti energetiche e sulle risorse

Acqua contaminata a causa dei danni alle infrastrutture e alle industrie, aria impestata dagli scarichi dei veicoli militari, foreste abbattute e bruciate, parchi nazionali occupati, terreni agricoli pieni di mine e contaminati da metalli pesanti: sono solo alcuni dei modi in cui la guerra colpisce l’ambiente, oltre alle popolazioni, con conseguenze anche a lungo termine. Ecco perché si parla di ecocidio nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina, situazione che vede anche venire commessi crimini ambientali: secondo il ministro ucraino dell’Ambiente e delle Risorse naturali sarebbero addirittura 2.300. Tenere sotto controllo la situazione serve non solo a pretendere giustizia, ma anche ad attuare piani di ripristino e bonifica.

Se è vero che la prima preoccupazione, quando si tratta di guerre, è innanzitutto per le popolazioni civili che vi si trovano in mezzo, parlare di impatto ambientale di una guerra non è facile; migliaia di cittadini perdono la vita, altrettanti e anche di più sono i feriti, i malati e i rifugiati, ma i danni provocati all’ambiente naturale rappresentano un ulteriore grave costo da sostenere a breve e lungo termine, anche per le persone già colpite direttamente. Ne abbiamo parlato anche noi lo scorso anno, a un mese dall’invasione russa dell’Ucraina, e nel frattempo i danni ambientali non sono certo diminuiti. Anzi, oggi si parla esplicitamente di crimini ambientali provocati dall’esercito russo, oltre al fatto che la guerra mina direttamente il raggiungimento di molti degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Oltre ai danni, le cause

Lo sporco legame che lega la guerra alla devastazione ambientale è, però, molto più complesso e stretto di così. Se le guerre – con il loro portato di distruzione, inquinamento e perdita di biodiversità – sono l’esito finale, all’origine dei conflitti c’è, invece, molto spesso una contesa altrettanto distruttiva: quella per l’accaparramento dei più interessanti giacimenti di combustibili fossili e per il controllo delle risorse naturali. Secondo alcuni studi, infatti, quasi la metà delle guerre scoppiate dopo il 1973 ha un legame con il petrolio, non solo perché i contendenti mirano a impossessarsi delle risorse energetiche altrui, ma per una varietà di fattori, che sono i meccanismi coinvolti non solo nella guerra russo-ucraina, ma in tante altre condizioni di tensione in giro per il mondo.

Dall’intervento armato per evitare l’alterazione degli equilibri del mercato degli idrocarburi agli effetti destabilizzanti delle conseguenze ambientali dell’estrazione di materie, fino al risentimento nei confronti delle compagnie petrolifere straniere sul proprio territorio, passando per le valutazioni di Paesi terzi riguardanti approvvigionamento e vie di transito nella distribuzione degli idrocarburi. Sono alcune delle condizioni che si presentano più di frequente sullo scenario internazionale e tra esse proprio l’ultima, ad esempio, ebbe a che fare con l’intervento della coalizione americana in Iraq nel 1990-1, in risposta all’invasione irachena del Kuwait; all’epoca, infatti, si ritenne che, se Saddam Hussein si fosse impossessato del petrolio locale, avrebbe sconvolto l’equilibrio del mercato di questo combustibile.

Il ruolo del petrolio

Il petrolio alimenta conflitti sia in ambito nazionale che internazionale in diversi modi: gli Stati cercano di acquisire le riserve di petrolio con la forza, mentre questa risorsa è uno strumento di potere, ricchezza e repressione interna da parte di leader autocratici; e, infine, le entrate del petrolio permettono di finanziare fazioni e gruppi armati nelle guerre civili.

La tensione può alzarsi ancora di più quando presso la popolazione è diffusa la percezione di diseguaglianze economiche o di sfruttamento da parte di compagnie petrolifere straniere, con la conseguenza di un aumento delle simpatie nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Una ricerca turca pubblicata nel 2020 fa notare che, nel periodo seguito alla Guerra Fredda, la tipologia dominante di conflitto tra Stati è proprio il sostegno esterno ai ribelli in lotta contro un Paese nemico, e invitano a non considerare solo i fattori politici, i legami etnici e gli incentivi economici, ma anche la ricchezza energetica dei Paesi terzi.

La ricchezza garantita dal controllo di grossi giacimenti di idrocarburi, inoltre, permette di intraprendere e portare avanti conflitti che sono estremamente costosi. D’altro canto, un governo che si regge economicamente sulle risorse energetiche più che sulle tasse pagate dai cittadini è probabilmente meno condizionato dall’opinione pubblica, perché ha meno bisogno del suo appoggio, e può, quindi, più facilmente intraprendere una politica autoritaria: non a caso i cosiddetti “Petrostati” sono coinvolti in dispute armate interstatali il 30% delle volte in più rispetto agli altri Paesi. Non a caso, sintetizzando le possibilità viste in precedenza, il ricercatore svedese André Månsson ha suddiviso i conflitti a seconda del fatto che l’energia ne sia l’obiettivo, la causa o il mezzo. Nella prima categoria rientrano i casi più classici, come i conflitti per assicurarsi il controllo delle fonti fossili o l’approvvigionamento energetico. Nella categoria in cui le fonti fossili sono la causa del conflitto, invece, ci sono le guerre finanziate dai proventi petroliferi e quelle collegate al degrado ambientale estrattivo: gli studi concordano nel riconoscere che il fattore ambientale diventa determinante quando espone una società a uno stress superiore alla sua capacità di gestirlo. Il terzo insieme comprende i conflitti nei quali il sistema energetico è una delle armi utilizzate per sconfiggere il nemico, come nel caso delle riduzioni intenzionali dei flussi di gas e di petrolio o degli attacchi mirati a pozzi e giacimenti.

In lotta per l’acqua

Su un altro fronte, gli esempi di escalation di tensione e veri e propri conflitti causati dalla contesa delle risorse naturali riguardano l’acqua e il fenomeno cosiddetto del water grabbing, cioè l’accaparramento delle risorse idriche da parte di potenti, gruppi e fazioni, che prendono il controllo delle fonti o deviano i corsi d’acqua a proprio vantaggio. Mentre tra le autorità statali o regionali dei territori coinvolti o anche solo i gruppi di potere che vi hanno il controllo si alza la tensione e si verificano contese, i primi a soffrirne le conseguenze sono le popolazioni di quei territori, che restano senz’acqua; è stato calcolato, ad esempio, che nelle aree di guerra i bambini sotto i cinque anni hanno probabilità 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

Il fenomeno è inevitabilmente sempre più grave per effetto delle prolungate siccità che sempre più spesso colpiscono diverse parti del mondo, un fenomeno aggravato dall’aumento del consumo idrico, in cui la disparità a livello mondiale è comunque netta; mentre, infatti, un cittadino africano consuma in media appena 185 metri cubi l’anno, un europeo ne consuma 700 e un americano 1.280 e, complessivamente, un miliardo di persone al mondo non hanno accesso all’acqua potabile. La disponibilità pro capite di questa risorsa è in costante calo: è facile capire, quindi, come mai attorno al controllo idrico si creino tante tensioni, dato che da esso dipendono tanti comparti economici fondamentali, a partire da quello agricolo e, in definitiva, la sopravvivenza stessa della popolazione. Per preservare le risorse idriche da casi di inquinamento e contaminazione e per evitare i conflitti, già trent’anni fa l’ONU adottò un Trattato sulle acque transfrontaliere – a cui l’Italia aderì nel 1996 – al quale mancano, però, le firme di molti Paesi al mondo, anche potenti. Non a caso, i conflitti più lunghi si svolgono in aree del mondo segnate da scarsità d’acqua e attraversate da grandi fiumi che nella contesa hanno un ruolo centrale: basti pensare al Medio Oriente, una regione ricca anche di risorse come il petrolio, che certo sarebbe semplicistico bollare come causa di guerre, ma che indubbiamente – come abbiamo visto – ricopre una posizione decisiva nelle tensioni.

Una speranza per la pace

Se lo scenario sembrerebbe sconfortante, specialmente di fronte alla crescente scarsità di risorse naturali, in realtà le buone notizie ci sono. Innanzitutto, gas e petrolio sono fonti energetiche sempre meno importanti nel complesso del mix energetico globale, tanto che nel 2022, per la prima volta, la produzione di energia da eolico e solare in Europa ha superato quella da gas e si stima anche che la produzione di energia elettrica derivante da fonti fossili potrebbe crollare del 20% nel corso di quest’anno, segnando così un nuovo record. Un altro elemento positivo è che combattere metaforicamente contro la crisi climatica significa non combattere con le armi: un mondo più sostenibile, quindi, è anche un mondo più pacifico e viceversa. Perché democrazia, ambiente e pace vanno di pari passo: un motivo in più per sostenerle.

In copertina: un impianto di trivellazione in Alaska (leggi di più su Willow Project)

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