Convivere con gli orsi è possibile

Dopo le discussioni e polemiche riguardanti la convivenza con i plantigradi degli ultimi mesi, è il momento di riflettere sul nostro rapporto con gli orsi e con l’habitat naturale

Negli ultimi mesi, l’Italia è stata testimone di intense discussioni e polemiche riguardanti la convivenza con l’orso bruno, in particolare in Trentino, ponendo degli interrogativi sulla sicurezza della coabitazione tra le due specie. Le opinioni si polarizzano facilmente su temi come questo – che riguarda innanzitutto l’equilibrio tra le esigenze della fauna selvatica e la sicurezza umana – in grado di suscitare emozioni ancestrali come la paura, ma vale la pena usare la razionalità per affrontare un argomento che riguarda il rapporto tra esseri umani e animali selvatici, tra urbanizzazione estrema e natura selvaggia, o quel che ne rimane.

Orso, un animale pericoloso. Oppure no?

L’orso bruno (Ursus arctos) che si trova in Italia può arrivare fino a 300 kg, di norma non è una specie aggressiva ma può essere pericolosa vista la loro imponenza, soprattutto se si sente minacciato, come può capitare nel caso di orse con cuccioli. La percezione della pericolosità di questi animali spesso è distorta: la periodica copertura mediatica di incidenti drammatici come quello che ha portato alla morte di un giovane in Trentino nel maggio scorso, può portare a una sovrastima del pericolo reale, soprattutto se non si contestualizzano adeguatamente gli eventi. Secondo uno studio pubblicato nel 2019, infatti, gli attacchi mortali all’uomo in Europa in 16 anni sono stati 19, di cui 11 in Romania dove c’è una situazione particolarmente complessa. In Italia, tutte le aggressioni sono avvenute in anni recenti, in particolare dal 2014, e tutte nella stessa provincia, quella di Trento, che dimostra, quindi, di non essere ben organizzata nella convivenza con la fauna selvatica. Un fattore che incide è l’ambiente stesso: se, da un lato, la copertura boschiva dell’Italia è in crescita, dall’altro è vero che questo dato non è accompagnato da una consapevolezza della popolazione, che per la maggior parte è urbanizzata, sulla vita in natura; anche le aree di territorio che ci appaiono come naturali, poi, sono in realtà antropizzate e questo rende più probabili gli incontri con gli animali selvatici, che spesso si avvicinano attratti dai resti di cibo nella spazzatura.

fotografia di un'orsa bruna con i propri cuccioli

La funzione dell’orso nell’ecosistema

Per l’ambiente naturale, però, gli orsi sono una specie di grande importanza, in quanto mantengono rapporti ecologici con molte altre specie: hanno una dieta molto varia, spargono una grande diversità di semi in un territorio vasto; sono poi quasi degli ingegneri ambientali, perché nella ricerca di cibo scavano, spostano, rimuovono, creando delle nicchie ecologiche che vengono poi sfruttate anche da altri animali, avendo effetti quindi su interi ecosistemi. E questo vale per aree molto estese perché gli orsi si muovono su areali vasti. Proprio per questo nel 1999 il Parco Adamello Brenta con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica ha utilizzato i fondi dell’Unione Europea per avviare Life Ursus, un progetto finalizzato alla ricostituzione di un nucleo vitale di orsi nelle Alpi Centrali – dove erano ormai ridotti a pochi esemplari, scampati all’estinzione – tramite il rilascio di alcuni individui provenienti dalla Slovenia.

Life Ursus, cosa è andato storto

Life Ursus fu un progetto unico nel suo genere, a parte qualche limitato tentativo fatto in precedenza in Austria. L’obiettivo era reintrodurre almeno 50-60 esemplari, che è il numero minimo vitale per la specie in una regione, non la capacità massima territoriale, contrariamente a quanto spesso si pensa. Apparentemente, Life Ursus ha avuto successo, dato che diversi degli esemplari reintrodotti si sono adattati bene e si sono riprodotti, anche se negli ultimi 15 anni dal Trentino sono spariti almeno 50 orsi, tra allontanamenti spontanei (verso l’Austria, ma anche verso la Lombardia) e uccisioni. Il problema, sottolineato anche da Filippo Zibordi, uno degli zoologi che hanno preso parte al progetto, è che alcune linee d’azione sono poi state abbandonate e troppo presto: dopo l’inserimento degli animali si è proceduti subito alla gestione ordinaria, mentre sarebbe stata utile una maggiore precauzione. Nelle prime fasi del progetto, infatti, il monitoraggio era costante, con un radiocollare per tutti gli esemplari, tramite il quale sono state raccolte moltissime informazioni sui loro spostamenti, abitudini, alimentazione. Dal 2004, però, si è scelto di mettere il radiocollare solo agli esemplari più problematici, rinunciando così a una mole di informazioni che sarebbero state utilissime sul lungo periodo. Carenze importanti ci sono poi nelle attività informative presso la popolazione locale, che andrebbero fatte in modo costante per essere efficaci, e non quando si scatena l’isteria collettiva.

Un esempio virtuoso di convivenza tra orsi e umani

Un esempio di gestione funzionante però esiste: è quello realizzato nel Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, dove non sono mai stati segnalati particolari problemi di convivenza tra la florida popolazione di orsi e gli umani; qui, le escursioni sono regolamentate sulla base della maggior o minor sicurezza delle aree e della presenza e degli spostamenti degli animali selvatici, con zone di riserva integrale e altre di riserva generale, nelle quali è vietato uscire dai percorsi e dai sentieri segnati. Una delle chiavi del successo è stata in particolare l’implementazione di programmi di sensibilizzazione ed educazione che coinvolgono attivamente i residenti locali e i visitatori, che puntano a creare una comprensione più profonda delle abitudini degli orsi e delle precauzioni da adottare quando si attraversa il loro territorio, come può capitare nel caso di passeggiate nei boschi, e nel caso in cui se ne incontri uno. La sorveglianza costante degli orsi e il monitoraggio dei loro spostamenti, inoltre, ha permesso di identificare tempestivamente situazioni potenzialmente pericolose e di adottare misure preventive per evitare conflitti.

Questo modello purtroppo non è lo standard a livello nazionale, ma solo un esempio virtuoso che avrebbe molto da insegnare ad altri enti gestori e che è auspicabile venga considerato come una delle buone pratiche da cui partire per organizzare la gestione ordinaria e i programmi di ripopolamento, pur con gli adeguati adattamenti alle specificità locali che ogni territorio porta con sé.

Non solo i secoli di storia, quindi, ma anche l’attualità di un piano funzionante e pacifico, per di più tutto italiano, dimostrano che convivere con i grandi animali selvatici è possibile senza arrecare danni a nessuno, nel rispetto dell’ambiente e dei suoi abitanti. L’esempio del Parco Nazionale d’Abruzzo dimostra che con una combinazione di sensibilizzazione, educazione, monitoraggio e interventi mirati convivere con successo con le specie selvatiche è possibile, senza incidenti, ma anzi in armonia, nella piena consapevolezza che l’ambiente non è un bene a nostra disposizione e, anzi, non ci appartiene: siamo semplicemente suoi abitanti, proprio come gli orsi.

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