Da campetto di quartiere a centro sportivo di inclusione sociale

La storia di PlayMore conferma ancora una volta come lo sport abbatta qualsiasi barriera ed educhi a relazioni vere, sane e costruttive

Alla fine degli anni ’70 c’erano ancora a Milano delle zone con i segni dei bombardamenti dalla Seconda guerra mondiale: esattamente nel 1979, l’allora sindaco Carlo Tognoli crea in una di queste aree, in via della Moscova 26, un campo da calcio e un campo da basket per i giovani del quartiere. Nonostante la sua semplicità, lo spazio diventa un punto di incontro e di socializzazione, che promuove lo sport per i giovani con una frequentazione crescente per tutti gli anni ‘80.
Il sogno sembra però finire dopo un decennio, con la costruzione di parcheggi sotterranei che coinvolgono anche il campo sportivo di via della Moscova ma, grazie all’azione e al coinvolgimento della comunità locale nasce un nuovo progetto di trasformazione dell’area. Lo racconta in maniera assai coinvolgente Luigi De Micco nel suo intervento registrato a un TEDx Talk di Milano: lui, che era uno di quei ragazzini che giocava nel campo da calcio, decide di scrivere all’assessore allo Sport del Comune di Milano, proponendo un progetto per gestire quel centro sportivo. Dopo mesi riceve la risposta positiva e, in men che non si dica, ristruttura quell’area e fonda PlayMore, l’organizzazione non profit nata per promuovere lo sport e l’integrazione.

Attraverso il coinvolgimento e il contributo di centinaia di volontari e di persone del quartiere, le strutture vengono migliorate e prende forma una realtà completamente nuova. PlayMore diventa infatti un centro sportivo inclusivo, che offre corsi gratuiti per famiglie a basso reddito, accoglie migranti, promuove l’integrazione culturale attraverso l’attività fisica. Viene soprattutto posta un’enfasi sull’accessibilità dello sport per le persone con disabilità, realizzando corsi e attività adatti a persone di ogni età e abilità.

La magia dello sport e il cambiamento personale

Non c’è niente di meglio che farsi guidare alla scoperta del centro da uno dei tanti giovani di PlayMore: che siano allenatori oppure educatori, tutti hanno anche una preparazione di tipo psicologico. Incontriamo Gregorio Alfieri mentre insegna basket ad alcuni bambini ed è immediato cogliere la positività che si respira muovendosi lungo tutti i 4.000 mq del centro.

Fotografia del campo di beach volley e di calcio di PlayMore

Saliamo nella terrazza, sopra la palestra dove si sta facendo pilates, per avere una panoramica completa del luogo: basta uno sguardo d’insieme per notare come bambini e ragazzi di diversa provenienza giocano insieme. “Lo sport può cambiare le vite e superare le barriere sociali e fisiche”, afferma Gregorio, “e non sono pochi coloro che vivono un’esperienza di trasformazione personale attraverso lo sport”: ennesima conferma del potere dello sport nel migliorare la vita delle persone, non soltanto dal punto di vista fisico e del benessere personale.

PlayMore appare dunque molto più di una semplice organizzazione no-profit. È un’idea rivoluzionaria che ha preso forma attraverso la passione e l’impegno di persone che si impegnano ad abbattere le barriere sociali e culturali, promuovendo il dialogo e l’integrazione attraverso l’attività sportiva. Diventando soprattutto un luogo dove le persone con e senza disabilità si uniscono per fare sport insieme.

Gruppi misti per crescere insieme

I progetti sociali che si sono sviluppati negli anni hanno reso PlayMore una realtà a cui anche molte aziende si sono rivolte, per le attività di volontariato e il coinvolgimento dei propri impiegati. Ad esempio, la SuperLeague è un torneo multisportivo integrato, che in 10 anni ha coinvolto una quarantina di imprese in quattro diverse città, dove i dipendenti giocano insieme ai ragazzi con disabilità delle varie Onlus. “Il personale delle aziende, che attraverso lo sport entra in contatto diretto con la disabilità, vive un’esperienza estremamente coinvolgente”, continua Gregorio: “tutti ne escono arricchiti, per l’intensità dei rapporti che si creano dal punto di vista sportivo e umano”.

Fotografia di giocatori di PlayMore

Analogamente tutti i corsi dell’iniziativa Sport4All promuovono l’attività sportiva in gruppi misti, formati da sportivi disabili e non: questo non solo favorisce l’integrazione e una profonda coesione, ma indica la diversità come una risorsa preziosa per la crescita della comunità. Oltre un migliaio di partecipanti e volontari si impegnano a fianco di persone con disabilità fisica, intellettiva o relazionale, che sono costantemente seguiti da insegnanti ed educatori professionisti.

Il progetto WeSport si rivolge a famiglie a basso reddito, offrendo 150 corsi gratuiti annuali che spaziano in una ventina di discipline sportive, in modo che tutti possano trovare l’ambito in cui partecipare con più soddisfazione. Nel progetto United si trovano invece persone da tutto il mondo, che svolgono allenamenti settimanali e tornei: vista l’ampia partecipazione di stranieri sono previsti corsi di italiano, tirocini lavorativi e incontri con scuole e aziende.
“Ci avvaliamo di personale specializzato che non ha solo un compito educativo”, prosegue Gregorio, “ma si impegna a condividere valori quali il rispetto reciproco, la lealtà in ogni ambito, la fratellanza e la solidarietà”. Fanno parte di questa comunità multiculturale rifugiati politici, richiedenti asilo, migranti e minori stranieri che, grazie al supporto di organizzazioni non profit, scuole e aziende del territorio, vivono lo sport come uno strumento d’integrazione.

Fotografia di alcuni spazi di PlayMore

Tutto ciò che ruota attorno allo sport

PlayMore promuove una partecipazione attiva e coinvolgente, anche attraverso iniziative come l’AperiPlay, l’aperitivo solidale proposto un giovedì al mese (il prossimo è l’11 luglio), piuttosto che il RunChallenge, il club di corsa gratuito che unisce persone con e senza disabilità, per correre insieme la maratona di Milano a staffetta, affiancando alla corsa una raccolta fondi per sostenere il progetto stesso. Non va infine dimenticato il PlayCamp estivo, rivolto ai bambini dai 4 anni ai 13 anni, proposto dalla fine dell’anno scolastico, che affianca l’attività sportiva con vari giochi da cortile e tornei. “Qualsiasi sia l’età e l’abilità di ognuno”, ribadisce Gregorio Alfieri, “in ogni corso cerchiamo di guardare alle esigenze individuali, affinché soprattutto i più fragili acquisiscano o migliorino la propria autonomia”. Tutto ciò è possibile grazie alle molteplici attività sportive praticate: calcio, basket, beach volley, tennis, judo, pattinaggio, tiro con l’arco, fitness e molto altro ancora.
Ogni giorno, il centro sportivo di via della Moscova testimonia come si possano abbattere le barriere e promuovere valori di comprensione, rispetto e solidarietà: ispirando le persone a guardare oltre le differenze e a celebrare la ricchezza della diversità umana.

PlayMore!

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