Il ruolo delle Comunità Energetiche nell’economia civile

Intervista all'economista Leonardo Becchetti per parlare di comunità energetiche e del loro ruolo nella transizione energetica 'dal basso'

Una delle partite più belle che si stanno giocando sul fronte della transizione ecologica è quella delle comunità energetiche.

Comincia così il capitolo dedicato alle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) nel libro “Rinnovabili Subito” di cui è autore Leonardo Becchetti. Professore Ordinario di economia politica all’Università Tor Vergata di Roma e direttore del Festival di Economia Civile, Becchetti è anche consulente del Ministero dell’Ambiente e coordinatore della task force Sostenibilità e Resilienza della regione Lazio. A lui abbiamo posto alcuni interrogativi sul ruolo che le Comunità Energetiche Rinnovabili hanno e avranno nell’economia civile.

Quali sono le principali ricadute economiche locali e comunitarie delle CER?

“Le Comunità Energetiche generano dei benefici diretti per le persone che si traducono in “sconti” in bolletta. Questi dipenderanno da come sono costruite le CER e da quanto entrano in azione i tre benefici, che sono: il risparmio dovuto al mancato acquisto di energia, la quota di autoconsumo che riceve i finanziamenti del GSE e la parte di energia che è prodotta, ma non consumata e quindi viene venduta al GSE con il meccanismo di ritiro dedicato.

A questi si aggiungono i ritorni di investimento per talune forme giuridiche (ad esempio quella della cooperativa) ed un efficientamento della rete elettrica, che con l’aumento di produttori e autoconsumatori viene potenzialmente alleggerita di una quota di carico elettrico e quindi di lavoro”.

Quali sono gli obiettivi europei per le CER e a che punto è l’Italia?

“L’Unione Europea ha stabilito che almeno il 20% dell’energia da fonti rinnovabili dovrebbe essere prodotta dalle Comunità Energetiche. Questo per rendere la rivoluzione della transizione ecologica partecipata e diffusa dal basso e per ridurre la cosiddetta sindrome NIMBY (Not in My Back Yard), cioè l’atteggiamento di opposizione dei cittadini alla realizzazione di certe opere pubbliche, rendendoli partecipi dei benefici.

Nel Nord Europa ci sono già comunità energetiche storiche molto grandi che contano decine di migliaia di soci: le potenzialità quindi ci sono. Le difficoltà che l’Italia dovrà fronteggiare riguardano soprattutto la governance, ossia il coordinamento dei soggetti che costituiscono la comunità energetica e che ne prevedono la gestione dei pattern di consumo e la ripartizione dei benefici.

Il Mase (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) auspica la realizzazione di circa 15 mila comunità energetiche rinnovabili nei prossimi anni e noi abbiamo le potenzialità per raggiungere questi obiettivi”.

Limiti e ostacoli allo sviluppo delle CER: cosa sta cambiando a livello normativo?

L’assenza di un tetto di spesa rischia di essere fattore destabilizzante, come lo è stato per il superbonus in questi anni. La bozza del decreto ministeriale (attualmente in revisione alla Commissione Europea) definisce la soglia di 5 GW di potenza nei prossimi quattro anni. Questa prospettiva aiuterà sia il legislatore che i cittadini a gestire meglio i confini di quest’intervento, senza il terrore di finire i fondi che ha caratterizzato gli ultimi bonus edilizi.

Un ragionamento andrebbe fatto anche sulla possibilità di inserire un limite ai consumi di energia delle CER che attualmente non è previsto. Ciò rischia di promuovere una cultura dello “spreco” di energia che porta a consumare anche quando non serve pur di riceve un incentivo. Nella bozza infine si lega l’incentivo alla dinamica dei prezzi di mercato: è stato proposto un meccanismo per cui quando i prezzi di mercato sono molto alti l’incentivo si abbassa, comprensivo nella logica del governo per evitare la coincidenza di prezzi del gas molto alti insieme ad incentivi molto elevati da pagare”.

Quale ruolo per i player energetici nelle CER?

“Nel panorama delle CER coesisteranno una pluralità di modelli organizzativi, come è giusto che sia. Oltre a quelle create dal basso dai gruppi di cittadini, in molti casi saranno i Comuni e le Fondazioni ad avere il ruolo di animatori della Comunità. Accanto a queste si fanno strada modelli in cui le grandi aziende del mondo dell’energia offrono soluzioni “chiavi in mano”, incluso l’investimento negli impianti. Questa ultima conformazione si traduce in una riduzione dei benefici economici dei partecipanti, ma permette a molte realtà di realizzare in tempi brevi l’impianto e bypassare tutte le limitazioni relative all’accesso agli incentivi per gli impianti che superano il 40% di finanziamento”.

Le Comunità energetiche potranno sopravvivere anche in un futuro senza incentivi?

“Sicuramente il sistema degli incentivi aiuta a superare le difficoltà e i costi dell’avviamento. È tuttavia possibile che quando il sistema sarà più consolidato ci sia bisogno di meno aiuti.

Un ruolo chiave potrà giocarlo l’eventuale incentivo per i sistemi di accumulo: se, come sembra, l’incentivo del GSE (oggi pari a 110 €/MWh), verrà esteso anche all’energia accumulata e non consumata istantaneamente, ci sarà la possibilità di aumentare di molto la quota di autoconsumo, offrendo nel tempo un maggiore beneficio. Con l’aumento delle tecnologie di accumulo poi, le batterie costeranno di meno e ci sarà la possibilità di arrivare quasi al 100% di autoconsumo rendendo praticamente autosufficienti le CER. Questo scenario garantirebbe alla Comunità una maggior sostenibilità economica anche nell’ipotesi di riduzione degli incentivi”.

Quali sono le principali opportunità di finanziamento all’orizzonte per le Comunità Energetiche?

“Sicuramente il fondo pubblico del PNRR pari a 2,2 miliardi di euro, destinato ai comuni sotto i 5000 abitanti, che consente l’erogazione di contributi a fondo perduto fino al 40% dell’investimento. Nell’ipotesi che tutti i Comuni di queste dimensioni facciano domanda, si arriverebbe a distribuire un finanziamento di circa 200 mila euro per ogni Amministrazione. Questo scenario è tuttavia molto ottimistico, in quanto si teme che il fondo (inizialmente pensato come finanziamento a tasso zero) non venga utilizzato come si spera.

Un’altra possibilità è quella di farsi finanziare gli impianti dalle grandi aziende profit che vogliono raggiungere net zero (i.e. la neutralità carbonica tramite azzeramento delle emissioni antropiche di CO2). La realizzazione dell’impianto costituisce così un meccanismo di compensazione, come se l’azienda avesse deciso di piantare molti alberi”.

In “Rinnovabili subito” si parla anche di felicità. “La felicità, intesa come soddisfazione e ricchezza di senso di vita esiste ed è raggiungibile, il problema che la allontana da molti è che è un pochino faticosa”. Quale sarà la parte più “faticosa” nel futuro delle Comunità Energetiche?

“L’economista Tibor Scitovsky nel suo libro “The Joyless Economy: The Psychology of Human Satisfaction” parla di beni di comfort e beni di stimolo. I primi sono quelli che danno soddisfazione a breve termine, ma producono dipendenza (ad esempio l’alcool o la droga); i secondi invece comportano nel breve un investimento, perché non sono immediatamente accessibili, ma a medio termine garantiscono una felicità più stabile (ad esempio la formazione o le relazioni affettive).

Le comunità Energetiche sono senza dubbio un bene di stimolo, in cui la parte più faticosa non sarà l’investimento economico per realizzare gli impianti e probabilmente nemmeno la gestione della rete elettrica, ma mettere insieme le persone con l’arte delle relazioni. C’è difatti una quinta operazione che non ci insegnano a scuola e che si chiama cooperazione, per cui 1+1 fa più di 2 e 1 contro 1 fa sempre meno di 2.

Le comunità energetiche sono il simbolo e l’essenza del mondo del futuro che vogliamo, perché il modo migliore di evitare conflitti, guerre e la metastasi dell’economia criminale è quando i cittadini partecipano, diventano attivi, fanno comunità mettendo insieme interessi e bisogni”.

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