Leadership femminile, ecco come cambia

La leadership non è 'comandare'. L'imprenditrice Riccarda Zezza ci racconta come le caratteristiche di una leadership femminile possono essere un bene per la società

Per le donne è arrivato il momento di proporre il loro stile leadership. Spazzando via il paradigma del “capo” tutto d’un pezzo, che non cambia mai idea e che sa sempre cosa fare. E promuovendo, invece, un modello dove c’è spazio per le incertezze, la gentilezza e la cura. Ne è convinta Riccarda Zezza, imprenditrice e fondatrice di Lifeed, che racconta a The Good in Town, il suo percorso professionale – e anche come si incrocia con la vita privata – e delinea un nuovo modo di essere leader.

Riccarda Zezza, imprenditrice sociale, innovatrice, mamma: in Italia oggi si può essere tutte queste cose insieme?

“Assolutamente sì e le donne per prime debbono prenderne coscienza. Non per una questione di diritti delle donne, battaglie femministe o altro, ma per il bene della società. Essere più cose assieme è nella natura umana, è ciò che sviluppa di più i nostri talenti, che mette alla prova la nostra capacità di portare l’esperienza di un ruolo – per esempio quello di mamma- nell’impresa in cui si lavora. Posso senza dubbio dire di aver allenato le mie capacità di innovazione e gestione delle criticità attraverso l’esperienza della genitorialità più che in qualunque corso manageriale. La società è pronta per mamme imprenditrici o papà amorevoli che non rinunciano al saggio di danza ma sono comunque in carriera? Non completamente. Viviamo ancora spesso i ruoli come fossero autoescludenti, a compartimenti stagni. Così non è. E quando emerge consapevolezza di questa possibile osmosi tra tutti i ruoli che abbiamo come esseri umani allora si moltiplicano i talenti e le possibilità. I numeri del Global Gender Gap Report rappresentano un monito in questo senso: l’Italia, che è solo 63esima in classifica, registra una bassissima partecipazione delle donne al mondo del lavoro. E questo perché ancora spesso sono percepite (e si auto percepiscono) o mamme, o lavoratrici. Significa che stiamo perdendo come Paese una percentuale altissima di talenti e idee”.

Ci racconta il suo percorso professionale?

“Prima di fondare Lifeed, ho lavorato in diverse multinazionali. Al ritorno dalla mia seconda gravidanza il mio posto non era più disponibile. Essere assenti era considerato una debolezza e per una donna che ha appena partorito, o è di nuovo incinta, questo rischia di alimentare un forte senso di colpa. Nel caso della prima maternità fu terribile, ma già con la seconda avevo acquisito forza. Decisi così di licenziarmi anche se nessuno fu punito per il mobbing che avevo subito. La cosa straordinaria era che io, proprio dall’ esperienza della gravidanza e della maternità, mi sentivo arricchita: ero diventata più empatica e organizzata, avevo imparato ad ascoltare ed ero diventata una buona motivatrice! Ho provato a capire e a studiare il tema, scoprendo che ci sono moltissimi studi al riguardo. Da qui l’idea di creare un nuovo metodo di apprendimento, raccontato nel libro intitolato MaaM (Maternity as a Master), scritto insieme all’Executive Coach Andrea Vitullo, e la scelta di aiutare altre persone- uomini e donne- a valorizzare le proprie esperienze di vita in ambito lavorativo”.

Ha fondato Lifeed, come nasce l’idea e con quale obiettivo?

“Mi sono resa conto che se aiuti le persone a sviluppare maggiore consapevolezza ma non trasformi la mentalità delle aziende rischia di essere un lavoro vano. Lifeed nasce proprio per contribuire a fare una piccola rivoluzione. Le aziende che sviluppano le competenze dei propri dipendenti a partire dalle esperienze di vita di questi ultimi sono aziende più produttive, dove i lavoratori sono più ingaggiati e più felici. Assieme, imprese e lavoratori, costruiscono così una società più equa, più attenta ai bisogni delle persone, più sostenibile, più efficiente. Un vantaggio per tutti”.

Oggi le donne fanno fatica ad accreditarsi come leader, forse perché la leadership femminile non risponde ai canoni maschili. Lei che idea si è fatta su questo?

“Penso che le donne non dovrebbero imitare lo stile di leadership maschile (che comunque sta cambiando) ma proporre il proprio modo di essere leader. Preservare i vecchi modelli esistenti rappresenta un ostacolo al cambiamento, destinato ad essere presto o tardi spazzato via. Il cambio di paradigma lascia sul terreno alcuni vecchi ‘miti’, come quello del leader che sa sempre cosa fare, non cambia mai idea, decide per tutti. Non è più così. C’è spazio per l’incertezza, l’esitazione: il dubbio è sano e fa prendere decisioni migliori nel lungo periodo. La gentilezza e la cura sono caratteristiche di una leadership forte, tipicamente femminile- non più intesa come comando e controllo, ma come presenza fondata su ascolto ed empatia. Anche in questo, il cambiamento è in atto, sotto i nostri occhi, e va assecondato”.

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