Non c’è più solo il suono delle campane della chiesa nel centro di Corbetta, alle porte di Milano: Din Don Dan è il nome dell’Osteria che impiega al suo interno persone disabili, con sindrome di down e disturbi dello spettro autistico. Inaugurato all’inizio di aprile 2025, il locale non è semplicemente un nuovo punto di riferimento per gli amanti della buona tavola, ma un esempio concreto di come la sostenibilità sociale possa trasformarsi in un’impresa di successo.
Qui l’accoglienza è un gesto che parte dal cuore. Il nome scelto è una sorta di acronimo, con un che di poetico, che racchiude l’essenza del progetto, come spiega Claudio Beretta, fondatore e socio dell’osteria: “Din” come diversità intellettiva, “Don” come dono reciproco, e “Dan” come danza armoniosa tra cucina, arte e umanità.
Il progetto nasce da una visione di Claudio e William Beretta, suo figlio, oggi chef del ristorante: la loro storia parte dai campi da calcio. Il padre è presidente della Divisione Calcio Paralimpico e Sperimentale dell’Associazione Calcistica di Ossona (MI), mentre William è un allenatore. Vengono allenati più di 50 giovani atleti, ognuno con un diverso tipo di disabilità: autismo, sindrome di Down, disabilità intellettiva e relazionale.
È stato lì che è nato il sogno di trasformare lo spirito di squadra in un’opportunità professionale reale. Lo sport solamente non basta: al termine della scuola la maggior parte di questi ragazzi non ha prospettive lavorative concrete. “Perciò abbiamo voluto creare un contesto lavorativo inclusivo, concreto”, spiega Claudio Beretta, “dove i ragazzi mettessero in pratica le loro competenze”.
Ancora una volta la dignità nasce dal lavoro
Guardare ancora alla disabilità con l’occhio dell’assistenzialismo significa avere uno sguardo molto miope: l’Osteria Din Don Dan cambia prospettiva, poiché parla di talento. “Non abbiamo mai fatto pubblicità”, continua Claudio, “e chi arriva o ritorna da noi lo fa perché si mangia bene”. Solo allora si scopre che ci sono persone speciali, che servono ai tavoli o danno una mano in cucina: esibire la qualità del lavoro svolto, e non la disabilità, è un ottimo modo di intendere l’inclusività.
Fra le sette persone che compongono lo staff, tre sono giovani con disabilità che hanno trovato non solo un impiego, ma un ruolo attivo nella società: c’è la volontà di ampliare questo numero.

Paolo è un ragazzo down che non ha ancora 20 anni e che ha trovato nella pasticceria la sua dimensione, trasformando farina e zucchero in dolci dal sapore casalingo. Matteo e Filippo si occupano della sala e della cura degli ambienti: la loro motivazione commuove e contagia. Per molti di loro è il primo vero impiego, un passo fondamentale verso un’autonomia e una dignità che si fonda sul loro lavoro.
Come ha sottolineato Claudio Beretta, il loro desiderio era quello di dare lavoro a questi ragazzi: oggi questo sogno ha il profumo del risotto alla milanese e la solidità di un contratto di lavoro.
Attenzione alla stagionalità e ai miglioramenti continui
La proposta gastronomica è un omaggio alla tradizione lombarda, con un menù che segue rigorosamente il ritmo delle stagioni: ogni tre mesi, il menu cambia per offrire prodotti freschi, pane fatto in casa e piatti che raccontano il territorio con un tocco di creatività contemporanea. “La nostra cucina racconta il territorio, senza però smettere di cercare qualcosa di nuovo”, continua Claudio: “produciamo in casa gran parte di quello che serviamo: dal pane alla pizza, dalla giardiniera alle marmellate abbinate ai formaggi”.
Fin dall’inizio la famiglia Beretta ha puntato su una proposta di qualità, affinché i clienti non andassero al Din Don Dan soltanto per sostenere un progetto sociale: “qui si viene perché si mangia bene”, dichiara il giovane chef William.
Per i ragazzi l’esperienza lavorativa ha portato a progressi tangibili, che emergono un giorno dopo l’altro. Anche piccoli gesti, che magari appaiono ovvi per la maggior parte delle persone, rappresentano delle conquiste importanti.
L’autostima è cresciuta in maniera evidente, specie quando si impara a prendere sempre più iniziativa: ogni passo in più è un segno di una crescita continua. Sia genitori che psicologi confermano la positività di questa esperienza: anche, e forse soprattutto, quando i ragazzi tornano a casa stanchi, ma appagati, felici e soddisfatti.
Il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della sindrome di Down: l’importanza di progetti come quello di Corbetta emerge ancora di più se inserito nel contesto nazionale, dove la strada per la piena inclusione lavorativa presenta ancora diverse salite.
In Italia vivono circa 40.000 persone con sindrome di Down, dove il 61% ha più di 25 anni: un dato che sottolinea l’urgenza di creare opportunità lavorative concrete. Secondo le indagini AIPD-Censis, quasi la metà degli adulti con sindrome di Down non lavora e non è inserita in percorsi formativi.
Sono nate piattaforme come “UPwithDOWN” dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) e campagne internazionali come “The Hiring Chain”, che puntano a scardinare i pregiudizi e a mostrare alle aziende il valore aggiunto dell’assunzione di lavoratori con disabilità. L’orizzonte legislativo mostra le sue criticità: la riforma sulla disabilità, che mira a semplificare l’inserimento lavorativo, è slittata al 2027: perciò i progetti che partono dal basso risultano ancora più preziosi e necessari, per la loro capacità di generare un impatto sociale immediato.
L’esperienza sensoriale si completa con l’attenzione al bello e l’apertura ad accogliere iniziative culturali di vario genere. L’osteria ospita infatti due gallerie d’arte permanenti, con opere di artisti locali ed emergenti (tra cui firme prestigiose come quella di Armando Munerato), che ruotano periodicamente proprio come gli ingredienti in cucina. Un dialogo costante tra gusto e cultura che rende l’ambiente rilassante e stimolante.


Un impatto che coinvolge la comunità
Il riscontro dei cittadini di Corbetta e dei primi avventori è stato immediato e caloroso. Il “pienone” registrato sin dai primi giorni di apertura non è solo un successo commerciale, ma il segno che la comunità è pronta a premiare modelli di business che mettono al centro le persone. Lo stesso sindaco Marco Ballarini, presente fin dall’inaugurazione, ha sottolineato l’importanza di apertura dei questo locale: “un posto speciale che vale la pena scoprire, dove inclusione e gusto si incontrano”. Perchè assumere una persona con disabilità non è un atto di carità, ma un investimento in competenze e diversità.
Oggi si parla tanto di “impatto”, di “fare la differenza”: l’Osteria Din Don Dan dimostra ancora una volta coma l’ambito della ristorazione sia particolarmente adatto per aiutare le persone con disabilità. Spesso le azioni più semplici assumono un grande valore: un tavolo apparecchiato con cura, un mestiere imparato con dedizione, un sorriso autentico offerto insieme al caffè. Progetti come questo dimostrano che, quando si abbattono le barriere, il lavoro diventa il principale strumento di dignità, autonomia e cittadinanza attiva.








