Tra i dati più significativi del nuovo Rapporto sulla rendicontazione di sostenibilità delle società quotate italiane pubblicato da Consob ce n’è uno che aiuta a capire quanto i temi ESG stiano diventando parte della gestione d’impresa: il loro peso nella remunerazione dei vertici aziendali.
Secondo il report, il 78% delle società analizzate ha integrato fattori ESG nei compensi variabili degli amministratori delegati. La quota sale al 90% tra le società che continueranno a essere obbligate alla rendicontazione di sostenibilità nei prossimi anni. Tradotto: la retribuzione dei top manager sale in proporzione al raggiungimento dei risultati di sostenibilità che l’azienda si è data, o in base al raggiungimento di un certo rating ESG.
È uno dei segnali più chiari del rafforzamento dell’integrazione dei temi ambientali, sociali e di governance nei modelli di business delle quotate italiane. Un percorso che, secondo Consob, prosegue dal 2018 e che nel 2025 ha trovato un nuovo passaggio con l’entrata in vigore della rendicontazione secondo la disciplina europea CSRD e gli standard ESRS.
Nel 2025 le società quotate che hanno pubblicato la rendicontazione di sostenibilità sono state 136, contro le 150 dell’anno precedente. Il calo c’è, ma va letto dentro il cambio di regole introdotto in Europa, con la CSRD prima e l’Omnibus I dopo: oggi il perimetro si sta restringendo e a restare sicuramente dentro sono soprattutto i gruppi più grandi. Non a caso, anche se le aziende sono leggermente meno, rappresentano ancora quasi tutto il valore complessivo della Borsa italiana (97,1%).
Il rapporto, basato su un campione di 60 società, mette in evidenza anche una differenza tra le aziende che resteranno nel perimetro degli obblighi e quelle che potrebbero uscirne con l’evoluzione della normativa europea. Le prime mostrano processi più strutturati: nel 57% dei casi dispongono di procedure interne per la predisposizione della rendicontazione di sostenibilità, contro il 43% delle altre; nel 73% dei casi hanno piani ESG o di sostenibilità, contro il 53%; e integrano più spesso i fattori ESG nella strategia aziendale, con un’incidenza del 25% contro il 18%.
I manager virtuosi sono pagati meglio
In questo quadro, il dato sulla remunerazione manageriale assume un valore particolare. Non è isolato, ma si inserisce in un’evoluzione più ampia della governance. Il report segnala infatti che il consiglio di amministrazione è coinvolto nel processo di doppia materialità in oltre il 93% dei casi, mentre il coinvolgimento degli stakeholder interessa l’80% delle società analizzate, con la partecipazione frequente di fornitori, dipendenti e clienti.
Quando le aziende legano il bonus dell’amministratore delegato a obiettivi ESG, a pesare di più sono soprattutto i parametri sociali, presenti in 27 casi (sulle 60 società campione), davanti a quelli ambientali, citati da 18 società, e a quelli di governance, richiamati in 11. I criteri più frequenti riguardano il mondo del lavoro: diversità e inclusione, formazione e lavoro flessibile. Poi arrivano la soddisfazione dei clienti, la sicurezza sul lavoro e, in alcuni casi, la capacità di gestire bene il rapporto con stakeholder e reputazione aziendale. Sul fronte ambientale, gli obiettivi più ricorrenti riguardano la riduzione delle emissioni e, più raramente, le energie rinnovabili. Tra i temi di governance emergono invece i piani di sostenibilità, la gestione responsabile della filiera e la cultura del rischio.
Un approccio alla sostenibilità più maturo
Anche sul fronte climatico emergono segnali utili a leggere il livello di maturità dei processi. I cambiamenti climatici risultano tra le priorità per tutte le società analizzate, ma solo il 13% del campione dichiara di avere già un piano di transizione climatica, mentre un ulteriore 17% ne prevede una prossima adozione. Sul piano sociale, invece, gli impatti legati ai lavoratori dell’impresa risultano rilevanti per tutte le società.
Letti insieme, questi numeri descrivono una fase di consolidamento. La sostenibilità non compare solo nei documenti di reporting, ma entra nei processi interni, nella definizione delle priorità strategiche e sempre più spesso anche nei sistemi incentivanti. Il fatto che una quota così ampia di società colleghi la parte variabile della retribuzione degli amministratori delegati a metriche ESG suggerisce che questi temi stanno diventando, almeno per una parte rilevante del mercato quotato, un criterio di valutazione della performance.
Consob sottolinea inoltre, l’evoluzione tra il 2018 e il 2024, nel tempo sono aumentati il coinvolgimento degli stakeholder, il ruolo del consiglio di amministrazione nell’analisi di materialità, l’istituzione dei comitati di sostenibilità e la presenza di obiettivi ESG nei sistemi di remunerazione dei vertici. Il quadro che emerge è quello di una trasformazione strutturale dei processi di reporting e della governance delle imprese quotate verso modelli più orientati alla sostenibilità.
Più che un dato accessorio, quindi, la correlazione tra remunerazione manageriale e metriche ESG appare come uno degli indicatori più concreti del cambiamento in corso. Perché mostra dove la sostenibilità inizia davvero a pesare: non solo nei racconti aziendali, ma nei meccanismi con cui si misurano obiettivi, responsabilità e risultati. Non più solo il fatturato.








