Carlo Ratti, il genio delle città sostenibili

I progettisti hanno una grandissima responsabilità nella costruzione delle città del futuro. L'edilizia deve ripensare se stessa in ottica circolare. Di questo e altro ci parla uno degli innovatori mondiali del design urbano su cui punta anche Roma per aggiudicarsi Expo 2030

L’obiettivo n.11 dell’Agenda 2030 parla di Città e comunità sostenibili. Un tema che, come altri, è stato ‘toccato’ dalla pandemia. Se prima del Covid19 e dei lockdown, le previsioni si concentravano su un futuro di caotiche ‘megalopoli’, snocciolando numeri da capogiro (tipo: l’80% di popolazione mondiale vivrà nelle città!), ‘il ‘ferma tutto’ pandemico ha suscitato il fascino dei borghi, di centri più piccoli, meno brulicanti di persone e patogeni, con spazi più ampi e il desiderio di case grandi, con tante stanze, alti soffitti e verdissimi giardini. Nel post-covid, la tendenza è ancora verso l’urbanizzazione, le città sono luoghi antichi di aggregazione e opportunità, ma la riflessione su ciò che la città deve essere oggi è sempre più viva e si è fatta molto seria. Ed è in mano a ingegneri, architetti, designer, urbanisti.

Sostenibilità, equità, resilienza, ovvero questioni ambientali, sociali, economiche e gestionali, sono le sfide che si pongono a chi ‘costruisce’ le città del futuro.

Ne abbiamo parlato con una celebrità del settore, Carlo Ratti, torinese, architetto e ingegnere, laureato prima al Politecncio di Torino e poi in una serie di altri celebri università. Un po’ genio, un po’ secchione. Oggi Direttore del Senseable City Lab al MIT di Boston e partner fondatore dello studio di design e innovazione CRA-Carlo Ratti Associati. Designer tra i più influenti al mondo.

Un innovatore, un esploratore, un ottimista. Sempre proiettato nel futuro, su ciò che può trasformare l’architettura urbana e la sua relazione con l’abitante: la città è il grembo che accelera l’evoluzione umana.

Confidente nelle opportunità che le nuove tecnologie, opportunamente utilizzate, possono giocare nella trasformazione dell’urbe in luoghi meravigliosamente integrati nella natura e accoglienti spazi per le attività antropiche, Ratti è certamente il riferimento per l’architettura e l’ingegneria sostenibile, come rivela questa intervista.

Che ruolo possono avere le città nello sviluppo di una società più sostenibile, e che tipo di caratteristiche architettoniche dovrebbero avere per andare in questa direzione?

Hanno un ruolo fondamentale. Pensiamo soltanto a quattro numeri che riassumono bene l’importanza delle città: 2-50-75-80. Al livello globale, le città costituiscono il 2% della superficie terrestre ma accolgono ben oltre il 50% della popolazione e sono responsabili per il 75% del consumo energetico e per l’80% delle emissioni di CO2. Rendere le nostre città più sostenibili – partendo dalla loro pianificazione e dalla progettazione degli edifici – è fondamentale per l’equilibrio dell’intero pianeta.

Credi ci sia una dimensione massima che una città dovrebbe avere per rimanere vivibile o davvero il futuro sarà caratterizzato da megalopoli?

Non credo esista una correlazione necessaria tra crescita di una città e la perdita di qualità della vita. Detto questo, rispetto agli scenari distopici di chi predica, a seconda della stagione, o la morte delle metropoli e il ritorno ai borghi, o la crisi dei centri minori fagocitati dalle grandi città, un incoraggiante aggancio alla realtà ci è dato dalla cosiddetta “legge di Zipf”. George Zipf era un linguista che lavorava ad Harvard nella prima metà del XX secolo. Applicata alle città, la sua legge afferma che il rapporto tra città grandi e piccole rimane costante, e anzi che segue una legge matematica ben precisa. Certo, le grandi città del futuro potrebbero essere più grandi di quelle in cui viviamo ora, ma questo non significa che le piccole città scompariranno o che il rapporto tra città di dimensioni diverse cambierà. Insomma, il futuro continuerà ad essere un mosaico di centri di taglie diverse.


Quali sono i progetti più innovativi in questa direzione di cui ti stai occupando?

Molti dei progetti che realizziamo con lo studio CRA-Carlo Ratti Associati cercano di affrontare le sfide più urgenti della sostenibilità – sia ambientale che sociale. A Helsinki, in Finlandia, stiamo lavorando a uno dei più grandi programmi di decarbonizzazione al mondo: un tema destinato a diventare sempre più importante nei prossimi anni. Il progetto Helsinki Hot Heart è stato presentato nel 2021 come uno dei vincitori della “Energy Challenge” organizzata dalla capitale finlandese per raccogliere idee e progetti su come poter decarbonizzare il sistema di riscaldamento metropolitano locale.

Il progetto si basa su enormi isole galleggianti in mezzo al mare, le quali funzionano come batterie termiche, gestite da sistemi di intelligenza artificiale, che consentono di immagazzinare l’energia proveniente da fonti rinnovabili. Si va così a risolvere l’ultimo grande ostacolo per la piena adozione di eolico e solare: fonti pulite ed economiche, che hanno però un limite importante nella loro natura intermittente. Al contrario, grazie a Hot Heart, la capitale finlandese conta di dismettere le proprie centrali a carbone entro il 2030 – sviluppando un modello che crediamo possa essere applicato anche ad altre città.

Nel corso degli ultimi mesi, abbiamo iniziato a definire il piano di sviluppo. A breve prevediamo la realizzazione di un piccolo prototipo poco al largo della costa di Helsinki: un primo bacino galleggiante, tramite il quale testare il sistema, prima di scalarlo a livello urbano.

Rendering – Situato al largo della costa di Helsinki, Hot Heart sarà il più grande impianto infrastrutturale del suo genere. Il progetto consiste in una serie di 10 bacini cilindrici, ognuno dei quali misura 225 metri di diametro. Nel complesso possono contenere fino a 10 milioni di metri cubi d’acqua. Il sistema funziona come una gigantesca batteria termica: l’energia rinnovabile a basso o nullo costo viene convertita in calore, immagazzinata nei serbatoi e prelevata nei canali di distribuzione del calore della città durante l’inverno. (Fonte:https://carloratti.com)


Il settore dell’edilizia contribuisce notevolmente alla crisi ambientale per via del consumo di suolo, di energia e di risorse. Esiste un’edilizia sostenibile o un approccio più sostenibile all’edilizia?

Certo, l’edilizia deve assolutamente prendere una nuova direzione. Direi che almeno due cambi di mentalità sono particolarmente urgenti per riuscire a mettere a punto un approccio davvero sostenibile.

Il primo riguarda la necessità di fermare il consumo di suolo. L’emergenza ambientale ci impone alcuni imperativi stringenti rispetto all’approccio alle nuove costruzioni. In generale, quando possibile, fondamentale privilegiare quello che gli inglesi chiamano “brownfield” rispetto al “greenfield” – il terreno già costruito rispetto a quello vergine. Questo è ancora più doveroso nel caso di Paesi come l’Italia in cui la popolazione non cresce.

Il secondo riguarda il dovere di ridurre il consumo di materiali, utilizzando risorse secondo un approccio che non sia più lineare, ma circolare. Questo, a sua volta, può voler dire molte cose: scegliere materiali già riciclati, oppure riciclabili, magari di origine organica. In modo altrettanto decisivo, significa che come progettisti dovremo impegnarci per pianificare il “fine vita” di una struttura, o semplicemente il suo riuso una volta che sarà terminata la funzione originale.

Negli ultimi anni, con il nostro studio di progettazione abbiamo realizzato diverse sperimentazioni che partono proprio da questi due imperativi, per provare a immaginare un’architettura e un’edilizia diverse.

Una tra queste sperimentazioni è il progetto Circular Garden, che CRA ha sviluppato insieme ad Eni durante la settimana del design di Milano di qualche anno, all’Orto Botanico della capitale lombarda. Si trattava di una grande installazione di strutture architettoniche realizzate in micelio, ovvero le radici vegetative dei funghi. L’idea è che, sperimentando con materiali simili, possiamo andare a realizzare un’architettura che nasce dalla terra e, alla fine del suo ciclo vitale, può tornare alla terra, senza generare rifiuti.

Un altro esempio il Padiglione Italia all’Expo Dubai 2020, che abbiamo progettato con Italo Rota, Matteo Gatto e F&M Ingegneria. Sin dall’inizio ci eravamo chiesti come rendere questo Padiglione un’architettura riconfigurabile e circolare, per fare in modo che non venisse dismessa al termine di Expo, come spesso accade dopo grandi eventi temporanei. Da questi presupposti, abbiamo progettato una facciata multimediale realizzata utilizzando due milioni di bottiglie di plastica riciclata. Abbiamo inoltre usato innovativi materiali da costruzione – dalle alghe ai fondi di caffè, dalle bucce d’arancia alla sabbia – includendo un avanzato sistema di mitigazione del clima alternativo all’aria condizionata.

Padiglione Italia all’Expo Dubai 2020

Infine, forse la visione più ambiziosa di tutte è quella che sta all’origine del masterplan che CRA ha sviluppato per la candidatura della città di Roma all’Expo del 2030, insieme a Italo Rota e Richard Burdett. Questo progetto punta da un lato a integrare le strutture esistenti nel nuovo sito dell’esposizione universale – su tutte, il complesso delle Vele di Calatrava, oggi abbandonato e che diventerà uno dei padiglioni più importanti dell’evento. Dall’altro, il masterplan prevede un riutilizzo completo dopo l’evento di tutte le strutture che saranno utilizzate per l’esposizione universale. La nostra visione è che neppure un mattone vada sprecato.

Come professionista ti sei imposto per le tue capacità innovative e creative. Chi fa il tuo lavoro oggi quanto dovrebbe sentirsi responsabile rispetto ai temi della sostenibilità (ambientale, ma anche sociale, diritti umani)?


Moltissimo. Come dicevo prima, chi lavora nel campo della progettazione ha una responsabilità importante, dovuta al legame inscindibile tra mondo urbano e uno sviluppo più giusto. Per questo è fondamentale andare a impegnarsi su tutti i campi e in tutte le declinazioni della sostenibilità che tu hai citato.


Hai un sogno nel cassetto da realizzare?

Il mio sogno come progettista, in fin dei conti, non è troppo lontano da quello di Elysée Reclus, il geografo anarchico francese che alla fine dell’Ottocento scriveva: «L’uomo dovrebbe avere il doppio vantaggio di un accesso ai piaceri della città […], alle opportunità che offre allo studio e alla pratica dell’arte, e, allo stesso tempo, poter godere la libertà che si trova nella libertà della natura, e che si spiega nel campo del suo vasto orizzonte».

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