Come Israele usa la tecnologia per risparmiare acqua

La siccità è un fenomeno sempre più diffuso: per affrontarlo bisogna agire su più fronti, anche guardando alle buone pratiche altrui.

Alluvioni e siccità prolungate sono tra gli effetti della crisi climatica che più da vicino toccano il tema dell’acqua, ponendo problemi importanti quanto alla disponibilità di acqua potabile per il consumo umano e per tutte le attività connesse, a partire dall’agricoltura.

In particolare, dopo l’estate scorsa in cui abbiamo avuto un (seppur piccolo) assaggio dei razionamenti, in vista dell’estate che sta per arrivare dopo stagioni –  tutto sommato – più siccitose della media, i calcoli più realistici (e drammatici) ritengono che già nel 2025 metà della popolazione mondiale non avrà più acqua potabile. È il momento di valutare seriamente quali modalità esistono di gestione efficiente delle acque.

Già oggi, la scarsità d’acqua e lo stress idrico riguardano oltre 100 milioni in Europa, con le risorse idriche risucchiate dall’economia in cui, in particolare, l’agricoltura è responsabile del maggiore utilizzo dell’acqua: circa il 40% del consumo complessivo annuo in Europa. Ecco perché guardare a chi di siccità se ne intende può essere un’idea utile per apprendere le buone pratiche da affiancare un nuovo approccio ai settori economici più “assetati” e allo stile di vita. Esempi interessanti arrivano da Israele, che da decenni è leader indiscusso della tecnologia applicata all’agricoltura, a partire dalle colture più abbondanti sul territorio, che sono in cima alla lista delle produzioni locali, dagli agrumi ai pomodori alle arachidi.

Come Israele è diventato un campione di risparmio idrico

Il motivo per cui oggi Israele è l’unico Paese semi-arido ad avere eccedenze idriche è la sua ampia concentrazione di alta tecnologia, per un valore da 2,4 miliardi di dollari di export all’anno in tecnologia e attrezzature e un totale di 169 aziende e start-up innovative che nel Paese sono attive nel monitoraggio delle infrastrutture, nella generazione dell’acqua, nel suo trattamento e riuso e nella gestione della rete idrica.

Situato in un territorio arido, occupato per il 60% dal deserto del Negev, Israele è uno stato che, fin dalla sua fondazione nel 1948, ha poggiato sul comparto agricolo – basti pensare all’istituzione dei kibbutz, sorta di aziende agricole collettive di stampo socialista, che hanno caratterizzato la vita dei pionieri e dei primi coloni israeliani e hanno fortemente improntato lo spirito del Paese – e sulla tecnologia. Questa è stata sviluppata, grazie agli ingenti fondi degli Stati sostenitori, in particolare nel settore militare e in quello agricolo, appunto e, oggi, sempre di più, nel vasto mondo del digitale.

Goccia a goccia, per coltivare nel deserto

Tutto cominciò con l’irrigazione a goccia, oggi usata in tutto il mondo, il maggiore strumento con cui il piccolo Paese ottimizzava le proprie disponibilità idriche: si tratta di un metodo di agricoltura di precisione che, tramite un particolare erogatore posizionato in modo strategico, irriga goccia a goccia, appunto, evitando gli sprechi idrici e raggiungendo livelli di efficienza del 90%.

Agronomi e ingegneri sviluppato, già a partire dal 1999, un impianto di desalinizzazione ispirato agli studi dello scienziato Sidney Loeb e basato su un sistema di osmosi inversa, il procedimento che inverte il processo naturale dell’osmosi in un modo molto più ecologico rispetto ad altre tecniche usate fino ad allora, e anche meno costoso.

Un passo avanti è stato poi fatto quando, per far fronte alle problematiche poste dalle caratteristiche del territorio e del clima della regione, nel 2007 nel Paese è stata fondata l’Autorità delle Acque; questa ha avviato l’attività di desalinizzazione delle acque marine, che oggi fornisce al Paese il 20% dell’acqua potabile totale, e il recupero di quelle dolci, su cui si è investito particolarmente a partire dal biennio 2008-2009, quando una grave siccità ha colpito Israele, imponendogli di affrontare urgentemente l’emergenza idrica, quando ancora l’Italia di questo tema non si preoccupava.

Jordan Valley
La Jordan Valley mostra il livello di aridità di Israele

Parola d’ordine: recupero

Più di recente, accanto alla fondamentale desalinizzazione dell’acqua marina, oggi Israele punta soprattutto sul recupero e sul trattamento delle acque reflue, cioè le acque di scarico, che riesce a riciclare all’85-90%.

A questo si aggiunge il dato di appena l’8% di perdite fisiologiche delle conduttore idriche (in Italia è oltre il 40%), contenuta grazie alle attività di monitoraggio, controllo anche satellitare delle perdite e previsione dei consumi, ad esempio grazie all’attività di Aquarius Spectrum, azienda che distribuisce sensori sulla rete idrica e impiega una piattaforma di analisi dati, che permettono di rilevare con precisione la localizzazione delle perdite e seguirne l’evoluzione fino alla riparazione. Ma il recupero idrico va al di là di questo e include il recupero dell’umidità dell’aria, trasformata in acqua potabile da aziende come Watergen.

Così oggi l’agricoltura di questo Paese semiarido si fonda su pilastri altamente innovativi, quali intelligenza artificiale, robotica, biotecnologia, management dell’acqua, controllo dello stress climatico, piattaforme di genetica vegetale, fattori completati dalla vasta diffusione delle proteine vegetali (il 5% della popolazione israeliana è vegano, contro la media mondiale dell’1%, e molto più numerosi sono i vegetariani, e i numeri sono in crescita). Tutti elementi che, pur con le dovute modifiche e proporzioni, possono insegnarci qualcosa: possibilmente senza aspettare di vedere il territorio italiano somigliare senza di più a quello israeliano, ma agendo in anticipo.

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