ESRS, cosa è stato rimandato di due anni

Se qualche azienda e addetto ai lavori ha interpretato come un 'liberi tutti' l'annunciato ritardo nell'approntamento di alcune categorie di linee guida della CSRD, sappia che non è così.

Dallo scorso 1° gennaio 2024, la nuova direttiva europea sul reporting di sostenibilità aziendale (CSRD) è entratata in vigore e con essa si sono introdotti gli ESRS, ovvero gli European Sustainability Reporting Standards, le linee guida per realizzare praticamente il documento di reporting. Come avevamo spiegato in questo articolo, gli ESRS fin qui stabiliti sono una prima parte dell’intero framework che andrà, idealmente, a rimpiazzare altre tipologi di standard di rendicontazione come i GRI. Comprende 12 standard che delineano i requisiti di rendicontazione della CSRD, forniscono linee guida e parametri omogenei e comparabili. In particolare, gli ESRS 1 e 2 riguardano i requisiti generali, trasversali e obbligatori per tutte le organizzazioni, in quanto stabiliscono appunto cosa e come rendicontare.

Mentre gli altri dieci si concentrano su aree specifiche, tra cui i cambiamenti climatici, l’inquinamento, le risorse idriche e marine, la biodiversità, i lavoratori nella catena del valore, la condotta aziendale e altro ancora. I 12 standard sono definiti ‘sector-agnostic‘, cioè applicabili a tutti i settori industriali.

L’impianto degli ESRS prevedeva la pubblicazione anche di standard settoriali (sector-specific) e di standard per le PMI (entity-specific), detti anche volontari. Proprio queste due categorie di standard, che secondo le previsioni sarebbero stati pubblicati entro l’anno (giugno 2024), hanno subito un importante slittamento di ben due anni.

Probabilmente il clima pre-elettorale non ha aiutato a portare a termine una regolamentazione che di fatto è stata controversa per gli impegni che pone (in combinata con la CS3D) sia a carico delle aziende più grandi (rispetto alla propria filiera o supply chain); sia a carico della aziende più piccole presso le quali la cultura del reporting di sostenibilità è spesso fantascienza.

Il relatore della commissione, Axel Voss, ritiene che la decisione darà al Gruppo consultivo europeo sulla rendicontazione finanziaria (EFRAG), incaricato dello sviluppo degli ESRS, “il tempo necessario per sviluppare standard di qualità e dare alle aziende il tempo di metterli in pratica”. Ha aggiunto anche: “Le aziende hanno sopportato troppa burocrazia negli anni di crisi, dal COVID all’inflazione”.

Questo ulteriore lasso di tempo permetterà alle aziende di concentrarsi sull’attuazione della prima serie di ESRS, che non saranno una passeggiata (ci sono molte più informazioni da fornire) e sono attualmente ancora redatti in modo molto burocratico e poco fruibile.

Ricordiamo che il primo gruppo di aziende che saranno obbligate al reporting secondo CSRD nel 2025, per l’esercizio finanziario 2024, sono le società già soggette alla direttiva sulla dichiarazione non finanziaria – NFRD (grandi società quotate, grandi banche e grandi imprese assicurative – tutte se con più di 500 dipendenti), nonché grandi società quotate extra UE con più di 500 dipendenti.

Tra le novità introdotte: le informazioni relative alla sostenibilità devono essere presentate in un formato leggibile sia dall’uomo che dalla macchina, utilizzando il formato elettronico unico europeo (ESEF).

Le sfide che affronteranno le aziende con l’adozione degli ESRS

L’obbligo di rendicontazione riguarderà le aziende di diverse dimensioni, partendo dalle più grandi. La prima ondata di aziende che presenteranno le relazioni ai sensi della CSRD comprende le più grandi organizzazioni dell’Unione Europea (UE) e alcune delle più grandi società non UE con titoli quotati su un mercato regolamentato dall’UE.

La transizione verso questo tipo di reporting, presenterà diverse sfide, eccone alcune.

  1. La doppia materialità: La doppia materialità, un concetto nuovo introdotto dalla CSRD, determina gli argomenti sui quali l’azienda dovrà fare rapporto, che saranno non solo ‘come l’azienda impatta sul mondo’, ma anche ‘come il mondo impatta sull’azienda’. Riuscire a gestire questo aspetto è essenziale per una conformità completa e un reporting di sostenibilità efficace, ma non è semplice quando si tratta di grandi aziende con catene di fornitura complesse, joint venture multiple e investimenti in differenti settori”.
  2. Organizzarsi per il reporting: intepretare gli standard, individuare indicatori, raccogliere dati affidabili, stabilire come redigere il report anche dal punto di vista digitale, in quanto è obbligatorio l’uso di un formato leggibile anche dalle macchine. Una consulenza esterna potrebbe essere necessaria per la cosidetta ‘assurance’, cioè la revisione del report di sostenibilità da un ente accreditato.
  3. Determinare il responsabile del reporting di sostenibilità (governance): le competenze tradizionali dei manager di sostenibilità potrebbero non essere sufficienti. Sarà probabilmente opportuno creare dei team multidisciplinari che comprendono sicuramente i responsabili finanziari e legali, la comunicazione, le risorse umane e i sistemi informativi.

La CSRD (e gli ESRS) ha dunque obiettivi ambiziosi e richiederà un impegno elevato alle aziende obbligate, anche in termini di digitalizzazione dei processi. Non ultimo il fatto che il reporting di sostenibilità va redatto e presentato come parte dei rapporti di gestione (con il bilancio finanziario), di conseguenza aprendo su questo aspetto la possibilità di configurazione del reato di ‘falso in bilancio’ laddove vi fossero informazioni e dichiarazioni mendaci.

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