Quando si parla del Monferrato si pensa immediatamente al vino, vista la meritata fama che questa terra ha in tutto il mondo, grazie a vini rossi e spumanti di altissima qualità. In particolare, il comune di Castagnole Monferrato, in provincia di Asti, è noto per il suo legame indissolubile con il Ruchè, un vino che quasi rappresenta l’anima del paese e della gente stessa.
Una delle famiglie che esprime al meglio la storia di questo vitigno è quella di Luca Ferraris: la sua azienda agricola è oggi un punto di riferimento per il Ruchè DOCG, grazie alla capacità dell’imprenditore di raccogliere l’eredità familiare e trasformarla in un esempio di produzione responsabile e sostenibile. Il suo percorso unisce il rispetto per la natura, la forza della tradizione e le opportunità offerte dalla tecnologia, con l’obiettivo di custodire e valorizzare un prodotto unico.

L’avventura dell’azienda vitivinicola ha radici profonde, che affondano all’inizio del secolo scorso, quando il bisnonno Luigi partì per l’America in cerca di fortuna. Fu poi la bisnonna Teresa, con i proventi di quel sogno californiano, a porre la prima pietra di questa realtà, acquistando nel 1921 una casa a Castagnole, che divenne la prima cantina della famiglia.
Per decenni, la produzione di vino è rimasta una passione, un rito familiare, con le uve conferite alla cooperativa sociale del paese.
La svolta arriva nel 1999 quando il giovane Luca, fresco degli studi in Agraria, decide di dedicarsi anima e corpo all’azienda di famiglia e di invertire la rotta rispetto alle generazioni che si erano spostate verso la città.
“I primi anni furono una vera sfida”, ricorda Luca Ferraris: “immaginate un ragazzino sbarbato di vent’anni che cerca di vendere Barbera e Grignolino su scaffali dove ci sono etichette di mostri sacri di quei vini”.
La sua visione è però chiara fin da subito: sceglie di mettersi in gioco e di puntare tutto su quel vitigno allora poco noto al di fuori dei confini locali, per farlo conoscere a tutto il mondo.
Origini secolari, rischio di estinzione, produzione milionaria
Il Ruchè porta con sé un alone di mistero, a partire dalle sue origini incerte, forse legate ai monaci cistercensi che lo importarono dalla Borgogna nel XII secolo, o piuttosto al termine dialettale “ronchet”, che indica una vigna ben esposta al sole.
Tuttavia il vitigno ha rischiato di scomparire, se non fosse stato per la lungimiranza di don Giacomo Cauda: il sacerdote, arrivato a Castagnole negli anni ’60, si rese conto che, quella che credeva una Barbera non tanto buona, era in realtà un’uva diversa, dal potenziale incredibile. Quindi nel 1964 piantò la prima vigna interamente dedicata al Ruchè.
Oggi, quella stessa, storica Vigna del Parroco è coltivata proprio dall’azienda Ferraris, che ne trae la sua etichetta più iconica, in un passaggio di testimone che sa quasi di leggenda. Il vino si caratterizza per il colore rosso rubino, un profumo intenso e un sapore asciutto e gradevolmente morbido.
Nel recente incontro che abbiamo avuto con Luca Ferraris non solo abbiamo degustato e apprezzato l’altissima qualità dei suoi vini, ma abbiamo toccato con mano la passione e la competenza che stanno guidando la sua azienda verso risultati estremamente lusinghieri.
“Quando ho iniziato a parlare di Ruchè, vedevo che l’attenzione si alzava”, riprende il titolare: “all’epoca a Torino non sapevano nemmeno cosa fosse, ma io ho sempre creduto mel potenziale di questo vitigno”. I numeri gli hanno dato ragione, tant’è vero che altre cantine hanno scelto di investire nel Ruché.
Nel 2001 le bottiglie prodotte in tutta la denominazione sono state meno di 50.000, ma da allora la crescita è stata costante e non si è mai interrotta: nel 2021 è stato superato il traguardo di un milione, un successo di cui l’azienda agricola Ferraris, che dedica al Ruchè il 76% del suo fatturato, è stata una delle artefici principali.

Un museo per celebrare una storia e guardare al futuro
Il cuore pulsante questa filosofia narrativa di Luca Ferraris è il Museo del Ruchè: “non vi abbiamo portato in cantina, perché le vasche d’acciaio sono uguali dappertutto, ma abbiamo preferito portarvi dove abbiamo creato qualcosa di unico”. Ed è vero, perché il museo non è una semplice collezione di attrezzi agricoli, ma un viaggio emozionale nella storia del Monferrato, raccontato attraverso le vicende della famiglia Ferraris.
Attraverso fotografie e video si ripercorrono le due ondate migratorie del secolo scorso: all’inizio ‘900 verso le Americhe, con le immagini dei bisnonni di Luca, fino a quella degli anni ’60 verso il triangolo industriale italiano, che aveva spopolato le colline monferratesi. Ma nel museo si incontra anche la passione e la caparbietà di don Giacomo, che i vecchi del paese ricordano spesso a coltivare quei primi 10 ettari di terreno, facendo infine la conoscenza di Randall Grahm: la visione di questo grande enologo californiano ha saputo nobilitare il Ruchè, offrendogli un’apertura internazionale.
Non da ultimo, fra le sale museali si trova il crotin (chiamato pure “infernot”), che regala un’altra esperienza unica: si tratta di una vera e propria grotta piena di vino, in cui ci si può addentrare, che è stata scavata a mano nel tufo.

Rispetto per il territorio e chi lo lavora
Come l’intuizione e i primi risultati positivi di don Cauda avevano riportato un po’ di giovani a lavorare nelle vigne, così ora a filosofia dell’azienda agricola si traduce in un impegno concreto per la sostenibilità. Coltivare la terra non significa solo produrre, ma prendersene cura, proteggendo quel patrimonio naturale che rende unici i suoi vini: un impegno confermato dalla certificazione Equalitas.
Sul fronte ambientale, la cantina ha investito in un tetto agrisolare con batterie di accumulo che la rende energeticamente indipendente; ha inoltre installato una colonnina per la ricarica delle auto elettriche. L’utilizzo di sensori e capannine metereologiche nella vigna permette di ridurre significativamente gli interventi fitosanitari, con l’obiettivo di abbattere l’uso della chimica fino al 50% grazie a un innovativo progetto a ultrasuoni.
Anche dal punto di vista economico e sociale c’è un impegno costante, per promuovere il benessere dei collaboratori e della comunità, creando valore e posti di lavoro stabili. A fine 2024 Ferraris Agricola contava dodici dipendenti assunti a tempo indeterminato, con una grande attenzione al welfare aziendale, attraverso orari flessibili per venire incontro alle esigenze personali e familiari.
“Abbiamo ridato dignità a un territorio”, afferma Luca Ferraris: “il Ruchè non è solo un buon vino, è un sapore unico, frutto dell’orgoglio contadino che ha ridisegnato le colline del Monferrato”. Un modello virtuoso che genera ricchezza per quest’area del Monferrato, rivitalizzata anche attraverso l’indotto turistico, di cui il Museo ne è parte.
Quella di Luca Ferraris non è soltanto una storia di ritorno alla terra, ma è pure un esempio di come sia possibile fare impresa in modo etico e responsabile, coniugando una visione che unisce il rispetto per la tradizione a un’instancabile spinta verso un futuro più sostenibile. Qui la sostenibilità non è un’etichetta, ma un impegno quotidiano che si riflette in ogni gesto, dalla cura della vigna alla valorizzazione delle persone, in un profondo legame con le proprie radici.








