Un polpo riesce a passare attraverso una fessura poco più grande del suo occhio. Può cambiare colore e consistenza della pelle in pochi istanti, riconoscere forme, aprire contenitori, orientarsi in un labirinto e trovare soluzioni diverse allo stesso problema.
Non ha uno scheletro, possiede tre cuori e distribuisce gran parte dei suoi neuroni lungo gli otto tentacoli, che sono in grado di esplorare l’ambiente con una certa autonomia. È un animale estremamente intelligente, curioso, sensibile e prevalentemente solitario, abituato a muoversi tra rocce, anfratti e fondali complessi. Capace di provare emozioni e dolore.
Ora proviamo a immaginarlo dentro una vasca, insieme a migliaia di altri esemplari.
Era questo lo scenario che avrebbe potuto prendere forma nel porto di Las Palmas, a Gran Canaria, dove il gruppo ittico spagnolo Nueva Pescanova progettava di costruire il primo grande allevamento intensivo di polpi al mondo.
L’impianto avrebbe dovuto produrre circa 3.000 tonnellate di polpo all’anno, portando fino a un milione di animali dalla nascita alla macellazione. Un progetto presentato come una svolta per l’acquacoltura, ma diventato presto il simbolo di una domanda più difficile: tutto ciò che siamo tecnicamente capaci di allevare deve necessariamente diventare una produzione industriale?
La risposta, almeno per ora, è arrivata il 23 luglio 2026. Nueva Pescanova ha ritirato la richiesta di concessione presentata nel 2021, mettendo fine al progetto nella forma prevista.
Il progetto si ferma, la ricerca continua
Secondo l’azienda, la decisione sarebbe legata all’evoluzione dell’iter amministrativo e ai nuovi requisiti regolatori e ambientali, che avrebbero modificato tempi, costi e caratteristiche dell’iniziativa.
Il ritiro, quindi, non equivale a un abbandono definitivo dell’idea di allevare polpi su scala commerciale. Nueva Pescanova non ha dichiarato di voler interrompere la ricerca sulla riproduzione in cattività, sull’alimentazione e sulla crescita di Octopus vulgaris. In futuro potrebbero essere valutate tecnologie differenti o altre localizzazioni.
Per le associazioni che si opponevano al progetto, tuttavia, la rinuncia rappresenta una vittoria importante. Da circa cinque anni Compassion in World Farming, insieme a ricercatori, organizzazioni animaliste e attivisti, chiedeva alle autorità spagnole di bloccare la costruzione dell’impianto.
Rapporti scientifici, lettere aperte e campagne internazionali hanno progressivamente trasformato un progetto locale in un caso globale. Nella fase conclusiva della mobilitazione, oltre 43.000 persone avrebbero scritto all’Autorità portuale di Las Palmas per chiedere di non autorizzare l’allevamento.
Al centro delle proteste non c’era soltanto la dimensione dell’impianto, ma la natura stessa dell’animale che avrebbe dovuto ospitare.
Si può allevare un animale che vive da solo?
I polpi sono animali territoriali e generalmente solitari. Non formano branchi e non sono abituati a condividere spazi ristretti con molti individui della stessa specie.
La detenzione ad alta densità può quindi favorire aggressività, lesioni, stress e comportamenti cannibalistici. In un ambiente spoglio e uniforme, inoltre, verrebbero meno quegli stimoli che in natura permettono al polpo di nascondersi, cacciare, esplorare e interagire con strutture diverse.
Non si tratta soltanto di attribuire caratteristiche umane a un animale particolarmente affascinante. Negli ultimi anni la ricerca ha raccolto evidenze sempre più solide sulla capacità dei cefalopodi di provare dolore, disagio e stati emotivi negativi.
Una revisione commissionata dal governo britannico alla London School of Economics ha analizzato oltre 300 studi scientifici, concludendo che esistono prove sufficienti per considerare cefalopodi e crostacei decapodi esseri senzienti. Anche sulla base di questo lavoro, il Regno Unito ha riconosciuto legalmente polpi, calamari, seppie, aragoste e granchi come animali capaci di provare dolore e sofferenza.
Il nodo diventa ancora più evidente al momento della macellazione. Oggi non esiste un metodo ampiamente riconosciuto come indolore, affidabile e applicabile su scala industriale per uccidere i polpi.
Le modalità ipotizzate nei documenti relativi all’impianto spagnolo avevano sollevato forti critiche, rendendo evidente una contraddizione: la tecnologia sembrava avere trovato il modo di far nascere e crescere questi animali in cattività, ma non quello di garantire loro una morte priva di sofferenza.
La sostenibilità non dipende solo dal luogo di produzione
L’allevamento di Gran Canaria veniva presentato anche come una possibile risposta alla crescente domanda di polpo e alla pressione esercitata dalla pesca sulle popolazioni selvatiche.
È un argomento ricorrente nel dibattito sull’acquacoltura: produrre pesce in ambienti controllati potrebbe ridurre il prelievo diretto dai mari. Ma l’equazione tra allevamento e sostenibilità non è automatica.
Molto dipende dalla specie allevata, dai mangimi, dalla qualità dell’acqua, dai consumi energetici, dalla gestione dei reflui e dalle quantità di risorse necessarie per ottenere il prodotto finale.
Il polpo, in particolare, è un animale carnivoro. Per farlo crescere occorrono mangimi ricchi di proteine e oli animali, spesso ricavati da piccoli pesci catturati in mare.
Secondo una valutazione di Compassion in World Farming, nello scenario più critico l’impianto avrebbe potuto utilizzare fino a 28.000 tonnellate di pesce selvatico per produrre ogni anno 3.000 tonnellate di polpo.
In altre parole, per mettere sul mercato un animale carnivoro di alto valore commerciale sarebbe stato necessario trasformare in mangime una quantità molto superiore di altre specie marine.
È uno dei principali paradossi dell’acquacoltura carnivora. Un allevamento può ridurre la cattura diretta della specie che porta sul mercato, ma contemporaneamente aumentare la pressione su sardine, acciughe e altri piccoli pesci che si trovano alla base della catena alimentare.
Questi animali rappresentano una risorsa essenziale non soltanto per tonni, cetacei, uccelli marini e altri predatori, ma anche per numerose comunità costiere che li utilizzano direttamente come fonte di cibo e reddito.
Il problema, quindi, non è soltanto quanti polpi vengano prelevati dal mare. È quanta vita marina sia necessaria per produrne uno in vasca.
Quando l’innovazione consiste nel fermarsi
La cancellazione del progetto non risolve la pressione della pesca sul polpo, né chiude il dibattito sul futuro dell’acquacoltura. La domanda globale continua a crescere e la possibilità di riprodurre questa specie in cattività continuerà probabilmente ad attirare investimenti e ricerca.
La vicenda delle Canarie ha però prodotto un risultato raro: il confronto pubblico è iniziato prima che una nuova industria si consolidasse.
Spesso le conseguenze ambientali ed etiche di un sistema produttivo vengono discusse quando infrastrutture, filiere e interessi economici sono ormai difficili da modificare. Nel caso dei polpi, invece, scienziati, associazioni e cittadini hanno messo in discussione il modello prima che il primo grande impianto entrasse in funzione.
Nel 2022, per la prima volta, la produzione mondiale di animali acquatici allevati ha superato quella proveniente dalla pesca di cattura. In un pianeta in cui aumenta la domanda di proteine, il settore avrà inevitabilmente un ruolo crescente.
Proprio per questo occorre distinguere tra modelli, specie e sistemi produttivi. Allevare molluschi filtratori, che non richiedono mangimi e possono contribuire alla qualità dell’acqua, non presenta le stesse implicazioni dell’allevamento intensivo di un predatore carnivoro, intelligente e solitario.
La sostenibilità non può essere definita soltanto dalla capacità di produrre di più, né dall’idea che spostare un animale dal mare a una vasca riduca automaticamente l’impatto ambientale.
Deve tenere insieme uso delle risorse, tutela degli ecosistemi e condizioni di vita degli animali.
Il primo allevamento intensivo di polpi al mondo, per il momento, non si farà. La sua storia lascia però una domanda destinata a tornare: quando una tecnologia rende possibile una nuova forma di produzione, siamo davvero obbligati a utilizzarla?
A volte innovare significa trovare un modo nuovo per fare qualcosa. Altre volte significa capire, prima di cominciare, che è meglio non farla.
Foto di Diane Picchiottino su Unsplash








