Litio riciclato, perchè è importante e progetti in corso

L'impatto ambientale (e sociale) dei rifiuti elettronici e delle batterie per auto elettriche è importante, ma può essere ridotto grazie al riciclo dei materiali impiegati, come il litio, un componente fondamentale e potenzialmente problematico

In Sardegna, nell’area del Sulcis, potrebbe presto sorgere un impianto di riciclo di batterie al litio, un minerale sempre più diffuso e, quindi, sempre più prezioso, di cui il recupero, come per altri materiali che trovano largo impiego nel settore tecnologico, è fondamentale anche e soprattutto per ragioni ambientali. Per questo Enel X, divisione di Enel, e Midac, azienda italiana specializzata nella produzione di batterie, stanno avviando le attività di ricerca e sviluppo propedeutiche a convertire l’impianto di Portovesme, nella provincia di Carbonia-Iglesias  – dove dal 1999 si producevano zinco e piombo per conto della multinazionale svizzera Glencore in un centro di riciclo; se entrerà in funzione, questo sarà un hub fondamentale per l’economia circolare dei metalli, in partenariato con altre aziende ed enti di ricerca italiani ed europei, anche perché oggi l’Europa non possiede ancora un ruolo di rilievo in termini di riciclo delle batterie al litio.

Non è ancora certo se il progetto di riciclo del litio sarà realizzato da Enel X e Midac, perché recentemente la stessa Glencore pare stia facendo delle valutazioni nella stessa direzione.

Il litio: cos’è e perché riciclarlo

Il litio è un minerale alcalino, duttile e malleabile, nonché il più leggero tra tutti i metalli, caratteristiche che, assieme alle sue proprietà di interazione e reazione con altre materie, lo rendono particolarmente versatile; è infatti impiegato innanzitutto nelle leghe metalliche conduttrici di calore, nella fabbricazione di batterie e come componente in alcuni medicinali, ma trova applicazione nei più diversi settori, dalle tecnologie di purificazione dell’aria alla produzione di polimeri, alle tecnologie militari; oggi la sua diffusione è trainata soprattutto dalla mobilità elettrica, in cui è un ingrediente fondamentale delle batterie dei veicoli.

È, cioè,  una di quelle materie prime che giocano un ruolo fondamentale nella transizione verso un’economia più verde, che non può trascurare la transizione digitale, a sua volta un tassello fondamentale dello sviluppo sostenibile: basti pensare all’integrazione di servizi e mezzi di trasporto condivisi ed elettrici che le smart city attuano grazie proprio al digitale. Aspetti che la stessa Unione Europea considera centrali nel percorso verso la neutralità climatica, obiettivo fissato per il 2050, motivo per cui dal 2021 esiste una European Green Digital Coalitiondi cui abbiamo parlato anche noi – un’alleanza tra aziende che perseguono la transizione ecologica e digitale, che aiuta il settore tecnologico a diventare più sostenibile, circolare e non inquinante, e supporta anche gli obiettivi di sostenibilità di altri comparti prioritari, come l’energia, i trasporti, l’agricoltura e l’edilizia.

Nello specifico, le batterie al litio, che giocano un ruolo centrale nel percorso verso la transizione ecologica e la decarbonizzazione dell’economia a livello globale, nonostante abbiano una durata molto più lunga di quelle tradizionali, con l’utilizzo inevitabilmente si degradano, diventando meno efficienti e richiedendo un ricambio. Dismetterle semplicemente, però, produce una grande quantità di rifiuti, che è urgente ridurre.

Più recupero, meno rifiuti elettronici

La richiesta di batterie al litio sul mercato è, infatti, in crescita da anni, seguendo l’aumento della domanda che di spinge diversi minerali anche critici per impatto non solo ambientale ma anche sociale, dal momento che le condizioni di lavoro in cui spesso si svolge l’estrazione di queste materie prime nei Paesi del Sud globale non sono rispettose del benessere e dei diritti dei lavoratori. Inoltre, proprio per effetto della crescente domanda, questi minerali stanno raggiungendo i limiti di estrazione, con relativo aumento dell’impatto ambientale, rendendo anche incerto il loro approvvigionamento futuro; a questo si aggiungono le continue oscillazioni e incertezze di prezzo e disponibilità sul mercato a cui Italia ed Europa sono esposte, dipendendo per la maggior parte delle proprie forniture da Paesi terzi.

Come se non bastasse, le batterie al litio, sempre più numerose nelle nostre vite, giunte al termine delle loro possibilità vanno a sommarsi, appunto, alla massa di rifiuti elettronici e speciali che devono seguire particolari, attente procedure per essere smaltiti, dal momento che possono essere pericolosi se dispersi nell’ambiente.  Le quantità sono notevoli: basti pensare che in Unione Europea nel 2020 sono stati raccolti oltre 10 kg di rifiuti elettrici ed elettronici per abitante, che, se fossero riciclati, permetterebbero di risparmiare complessivamente milioni di tonnellate di emissioni carboniche. Invece, complessivamente, in Italia allo stato attuale la percentuale di riciclo dei rifiuti elettronici supera di poco il 30% (dati del 2020).

Una nuova vita per le batterie al litio

Proprio avendo in mente queste problematiche, qualche mese fa è stato lanciato il progetto europeo Acrobat, che in Italia è gestito da Enea, e che punta a recuperare oltre il 90% delle materie critiche contenute nelle batterie litio-ferro-fosfato attraverso un processo di estrazione innovativo, a basso costo e a ridotto impatto ambientale. L’obiettivo è quello di formulare un processo che sia economico e sostenibile per l’estrazione di materie critiche, da destinare poi ad altre produzioni, per raggiungere, così, entro il 2030 un recupero annuale di 5.400 tonnellate di materiale catodico (litio-ferro-fosfato), 6.200 tonnellate di grafite e 4.400 tonnellate di elettrolita, e di conseguenza riducendo l’impatto ambientale di questi materiali. Ecco quindi che il recupero dei materiali componenti e il riciclo sono un’ottima strada da percorrere, su cui l’Unione Europea ha deciso di impegnarsi concretamente, anche per ragioni funzionali di risparmio economico e di approvvigionamento. 

Il centro di Portovesme, gestito dalla Glencore da diverso tempo era in difficoltà, aggravata dalla recente crisi energetica, fino all’annuncio arrivato a maggio che non ci sarà la chiusura, con i relativi licenziamenti, ma una riconversione e per di più in direzione dell’economia circolare; il riciclo delle batterie permetterà di ricavare materie prime critiche, tra cui nichel e cobalto, sempre a partire dal contenuto delle batterie esauste.  Lo studio di fattibilità proseguirà fino all’anno prossimo: se tutto andrà bene, poi, la messa in funzione dell’hub rinnovato – che sarà in grado di lavorare tra le 50mila e le 70mila tonnellate all’anno di miscuglio di materiali derivato dalla triturazione delle batterie esauste, equivalente di 600mila veicoli elettrici – è invece prevista tra fine 2026 e inizio 2027.

Se le cose andranno effettivamente così, il nuovo centro sardo, unico in Italia e leader in Europa, rappresenterà un importante passo avanti nella direzione indicata dalla Commissione Europea, che ha un piano per ridurre la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di materie prime critiche da paesi terzi, imponendo all’Unione di riciclare almeno il 15% delle materie preziose (litio compreso) consumate in un anno entro il 2030. Il riciclo delle batterie al litio, dunque, permetterà un importante risparmio di materie.

(Foto di copertina: miniera di litio in Nevada)

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